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Il fiume, la montagna, il terremoto, non “uccidono”. Quello che uccide è la nostra arroganza. L’arroganza dell’asfalto e del cemento, dei palazzi brutti e inutili, dei fiumi tombati, delle volumetrie ingigantite con nonchalance, dei canali mai puliti, dei condoni allegri, delle riserve naturali sfregiate per far spazio ai resort, dei centri commerciali abnormi, dei piani regolatori disegnati ad immagine e somiglianza di mafiosi e speculatori.

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In Italia, dagli Anni Sessanta, non abbiamo saputo far altro - e in Sicilia ancora di più - che ricorrere all’edilizia come unica “industria” possibile, unica fonte d’occupazione.
Otto metri quadrati al secondo è il ritmo con cui viene asfaltata e cementificata la bellezza, la biodiversità, l’agricoltura e la cultura nel nostro Paese, tutte cose delle quali ci riempiamo la bocca quando dobbiamo mettere in mostra le nostre “eccellenze”. Solo il 10 ottobre scorso al Senato sono stati avviati i lavori per la legge contro il consumo di suolo, un percorso che non si preannuncia facile. Ma bisogna far presto. Ci siamo mangiati, ci stiamo mangiando il territorio e, con esso, il nostro futuro.

Però ci sono momenti in cui da una difficoltà può nascere una consapevolezza, momenti in cui le sberle in pieno viso aiutano a svegliarsi dall’indifferenza. È arrivato il momento di capire, purtroppo a suon di vite spezzate - da Genova a Casteldaccia - che il cemento e il consumo di suolo non possono essere più una “risorsa”, per nessuno. Oggi, c’è un’Italia fragile che può incontrare un’Italia disoccupata. Riconvertendo magari le centinaia di migliaia di posti di lavoro perduti nel settore del mattone nel recupero dei centri storici cadenti e dei borghi dimenticati tanto di moda; abbandonando l’idea delle grandi opere e puntando alle “piccole”, cioè alla messa in sicurezza, alla manutenzione, di strade, ponti, acquedotti; investendo nell’energia pulita e dando incentivi a chi la sceglie; curando l’ambiente, il territorio, valorizzando l’agricoltura, investendo nel turismo culturale, nelle strutture ecosostenibili.


Va fatta una retromarcia decisa e non più rinviabile sul consumo indiscriminato di suolo. La terra ci serve, per mangiare e per limitare i danni degli eventi atmosferici sempre più violenti. Ma la terra non è né rinnovabile, né infinita. Questo concetto deve entrare nelle nostre teste e nelle teste di chi mandiamo a ricoprire ruoli istituzionali. A patto che facciamo i conti con la nostra “cultura” dell’abusivismo. Quante volte l’abbiamo sentito il consiglio: “intanto isa quattro pilastri con il tetto, poi si vede...”, tanto arriva la sanatoria. Di sicuro non arrivano i controlli.
Intanto il saccheggio di suolo continua, e continuiamo a piangere morti e paesaggi distrutti.
Che cos’altro deve accadere per invertire la rotta?

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