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Se le battaglie di genere fossero trasferite dalla tavola calda alla vita di tutti i giorni forse questo Paese sarebbe più evoluto. E, invece, riusciamo ad appassionarci solo alla diatriba arancina-arancino che, diciamolo pure, è roba fritta e rifritta (ovviamente).

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La notizia, diffusa ieri, che il celebre marchio della Focacceria S. Francesco sbarcato al terminal C dell’aeroporto di Catania, ancor prima che il punto vendita fosse inaugurato (ufficialmente il 17 dicembre) avesse deciso di non vendere le “arancine” per non urtare la sensibilità dei catanesi notoriamente masculodipendenti, aveva riacceso i termini dell’eterna  questione campanilistica che continua a tenere banco tra i discorsi inutili.

Del resto, nella storica pasticceria Savia di Catania si ricordano ancora il putiferio sollevato qualche anno fa per il restilyng, oltre che del locale, anche dei nomi delle loro specialità. L’arancino era diventato “arancina”  e le cartocciate “insipidi” (linguisticamente parlando) fagottini.

A scanso di equivoci, la Focacceria San Francesco (che ha uno staff da manuale Cencelli formato da catanesi formatisi a Palermo) non ha mai rinunciato a vendere i suoi gustosi timballini di riso. Anzi, ha scelto una via salomonica. Due generi, due città: il maschile per Catania, il femminile per Palermo, giusto per non alterare gli animi autoctoni (poiché agli stranieri non frega proprio niente del sesso dell’arancin*).

Ora, visto che la questione è, e resta (mah!), di primaria importanza per le sorti della Sicilia, la quale evidentemente non ha altri arancin* a cui pensare, abbiamo chiesto ad un luminare di cose sicule di illuminarci. Per Mario Di Mauro, animatore dell’Istituto TerraeLiberAzione che di lingua siciliana se ne intende, non ci sono dubbi. «In lingua siciliana interfacciata dal sanscrito (nientemeno ndr) ci sono solo tre vocali, a, i, u. Quindi si dice arancinu, con la “u” che è neutro. Quanto al nesso con l’arancia - al naranj - è da valutare in lingua Siqillyana, che si differenziò dall’arabo-berbero al tempo del nostro glorioso emirato indipendente, mille anni fa. La milanese Feltrinelli (proprietaria della Focacceria ndr) non può imporci anche l’alfabeto!!! E comunque l’arancinu si distingue solo per un motivo: si è bbonu o tintu». Punto e basta.

In attesa di valutazioni etimologiche e gastronomiche, forse sarebbe meglio utilizzare la formula con l’asterisco: arancin*, che non solo è una scelta da tavola “politica”, ma rispetta la totalità dei generi e la lingua siciliana e italiana. Certo, resta il problema di come si legge: “Mi dia un arancin*”, come si pronuncia? A gesti no, perché l’arancin*, soprattutto al burro, si presterebbe a fraintendimenti, alternare i due generi confonderebbe il banconista. E allora? Meglio ordinarne due: uno maschio e uno femmina. La panza ne risentirà, ma la presenza sarà politically correct. Viva l’arancin*.

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