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Armao: «Un federalismo moderno farebbe bene all'Italia a patto che...»

Intervista con il videpresidente della Regione nei giorni caldi del dibattito sull'autonomia differenziata per tre regioni del Nord

Armao: «Un federalismo moderno farebbe bene all'Italia a patto che...»

PALERMO - «Un federalismo più avanzato non può che far bene all’Italia». A sventolare la bandiera del regionalismo questa volta non è un amministratore leghista del Nord, ma il sicilianissimo Gaetano Armao, vice presidente della Regione, recentemente eletto, all’unanimità, presidente dell’Intergruppo regionale per l’insularità, istituito presso il Comitato europeo delle Regioni, a Bruxelles. Nei giorni caldi del dibattito sull'autonomia differenziata per tre regioni del Nord (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna), una partita che soprattutto la Lega vuole chiudere in tempi brevi, il numero due di Palazzo d’Orleans si schiera dalla parte del "sì". Ad alcune condizioni, però. Perché, è il ragionamento di Armao, il federalismo sia "equilibrato" e non "aggravi un divario vergognoso che da 160 anni divide il Paese", deve accompagnarsi ad alcuni correttivi.

«Se vogliamo rendere coeso e ancora più competitivo il Paese - dice - dobbiamo spingere verso un federalismo che rafforzi i territori e, nel contempo, introduca meccanismi di perequazione altrimenti il Paese si spacca». Misure già previste nell’ordinamento. «Bisogna solo applicare le norme esistenti, la legge 42 del 2009 sul federalismo fiscale che porta il nome di Calderoli» avverte l'assessore regionale all’Economia, docente di Contabilità pubblica all’Università di Palermo. Perché le «due gambe" del federalismo sono la perequazione fiscale, ossia "meccanismi che consentono di riequilibrare le differenze" tra Nord e Sud del Paese, che "dieci anni di politiche di austerità hanno accentuato", e la perequazione infrastrutturale «in senso ampio, che vuol dire colmare il divario non solo economico tra le diverse aree del Paese». Insomma «perequazione fiscale e infrastrutturale sono le due gambe del federalismo che altrimenti non può camminare».

Ecco allora la condizione indispensabile per il vice presidente della Regione siciliana: i meccanismi perequativi. «Noi non chiediamo di bloccare un processo perché come siciliani abbiamo l'autonomia nel Dna - spiega -. Al contrario, diciamo che il federalismo va fatto, ma perché sia equilibrato deve accompagnarsi a misure di riequilibrio, al riconoscimento del tema dell’insularità che è cruciale e dell’autonomia finanziaria della Sicilia che significa applicazione degli articoli 36, 37 e 38 dello Statuto siciliano». In caso contrario, «se tutto questo non cammina insieme», allora si creano i presupposti per «un’alterazione profonda del vincolo costituzionale di solidarietà nazionale».

E così in "un’alleanza" che non ti aspetti, superando i vecchi stereotipi di un Sud contrapposto al Nord, il vice presidente della Regione siciliana si schiera dalla parte del governatore Luca Zaia e del presidente del Consiglio regionale del Veneto Roberto Ciambetti. «Ben venga l’appello alla responsabilità di chi gestisce l’autonomia - dice Armao -. Purtroppo in passato la dignità della nostra autonomia è stata lesa con un spreco irresponsabile di risorse». Invece, quello del federalismo è «un tema su cui occorre confrontarsi, che va approfondito senza pregiudizi e paure, avendo chiara l’idea di dove si va e quali meccanismi servano per rendere coeso il Paese». Anche perché «le istanze indipendentiste del Nord mi sembrano ampiamente sopite».

Quello che manca, invece, per l’assessore regionale all’Economia è una riflessione sul tema del regionalismo differenziato che «entri nel merito, abbandonando vecchi slogan». Una riflessione che riconquisti spazio anche sui media. «Il tema delle migrazioni è importantissimo, cruciale, epocale ma è paradossale che sia diventato l'oggetto del dibattito continuativo dell’ultimo anno. Se dobbiamo riformare questo Stato per renderlo più competitivo il federalismo è un passaggio essenziale».

A patto, però, che in campo ci siano anche meccanismi correttivi, «indispensabili per superare un divario dentro il Paese lungo 160 anni, il più grande fallimento dello Stato unitario».

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