La Sicilia “tradita” dagli importatori: l’export negli States crolla del 50,7%
I dati Istat e Ice dicono che i traders hanno comprato in Lazio, Abruzzo e Lombardia prima dei dazi di Trump
La perdita è di “appena” 850 milioni, eppure nel panorama attuale, che vede i 17 miliardi del 2022 come un lontano ricordo, questo valore è tale da determinare un crollo dell’export della Sicilia pari al -11,2% nel secondo trimestre di quest’anno. Guardando, però, al dettaglio dei settori e dei mercati, due sono i fattori che saltano all’occhio: la “fuga” degli importatori Usa che, invece, nello stesso periodo hanno spinto altre regioni alla corsa all’acquisto prima che scattassero i dazi di Trump ad agosto, come il Lazio, l’Abruzzo e la Lombardia; e il fatto che il calo è attribuibile in maggiore parte ai settori protagonisti del nostro export, cioè i prodotti petroliferi raffinati, chimici e farmaceutici e, a sorpresa, anche i rifiuti inviati all’estero, segno che la differenziata comincia a funzionare o che il flusso in questo periodo si è ridotto per motivi finanziari.
La “doccia fredda” lanciata dai dati Istat richiama alla dura realtà: i veloci cambi geopolitici trovano le imprese siciliane impreparate o lente nella reazione alla ricerca di mercati alternativi. Il risultato di base è che da gennaio a giugno del 2024 l’Isola aveva esportato merci per 6,85 miliardi e quest’anno invece si è fermata a 6 miliardi, totalizzando una contrazione dell’11,2%. Al Sud non è da sola, perché vanno male anche la Campania (-15,5%), la Puglia (-6%) e la Sardegna (-17,3%). Quanto ai mercati, l’Istat segnala che le vendite estere siciliane hanno perso il 7,8% di quote di mercato nei Paesi Ue e il 14,4% in quella extra Ue. Ma quella che non si aspettava è la “batosta” negli scambi commerciali con gli Stati Uniti, crollati del 50,7%.
Attenzione, non va tutto male, ci sono anche gli exploit, come i mezzi di trasporto che “volano” a +949%, ma la zavorra sta nella parte preponderante dell’export siculo, la raffinazione del petrolio, che ha perso il 27,6%. Calano anche i chimici (-15,8%), i farmaceutici (-11,2%), il manifatturiero (-11,8%) e i rifiuti esportati (-73,7%). Avanzano, invece, gli alimentari (+15,3%) e l’abbigliamento (+12,6%).
Che le cose per la bilancia commerciale della Sicilia non stiano andando per il verso sperato lo conferma l’Agenzia Ice, secondo la quale nel primo semestre di quest’anno, oltre al calo delle vendite, c’è stato anche un freno alle importazioni, scese da 7,8 miliardi di metà 2024 a 7,3 miliardi. Il saldo della bilancia commerciale, dunque, è ancora più negativo, perché dai -952 milioni del primo semestre dello scorso anno si è passati a un “disavanzo” di -1,2 miliardi, pari a -263 milioni in fatturato e al -9,1%.
Dove sono finiti quegli 850 milioni in meno di vendite? Restando in termini di valore, l’Ice riferisce una perdita secca di un miliardo nella vendita di prodotti petroliferi raffinati, scesa da 4,14 miliardi a 3 miliardi; 76 milioni si sono persi nella chimica (da 290 a 214 milioni), e quasi 200 milioni nelle apparecchiature elettriche (da 334 a 138 milioni). Cosa ha compensato un crollo di quasi 1,3 miliardi? Rispetto allo stesso semestre dell’anno scorso, la Sicilia ha ricavato 446 milioni in più nella fornitura di navi, 164 milioni nei componenti elettronici, 34 milioni nelle colture, 30 milioni in frutta e ortaggi, 26 milioni nell’agroindustria.