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Economia

Una Banca del Sud con le Regioni socie: ecco l'ambizioso progetto di Musumeci

Di Mario Barresi

CATANIA - Una delle prossime mosse, di certo la più delicata e importante, sarà lanciare la proposta di una Banca del Sud che «parta dai territori», della quale siano azioniste fondatrici le Regioni del Mezzogiorno. Nello Musumeci ha cominciato a lavorare a questo dossier ben prima che a Roma si aprisse la crisi di governo e, soprattutto, quando neanche il più bohémien degli analisti poteva immaginare un governo M5S-Pd.

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Ma da ieri il Conte bis giallorosso è nel pieno dei suoi poteri. E sarà il destinatario di una proposta che nella concezione iniziale poteva anche avere i connotati politici di un “aiutino” allo sfondamento di Matteo Salvini al Sud, ma adesso - a parità di carte sul tavolo - assume le sembianze di un’iniziativa istituzionale con matrice meridionale. E una certa percentuale di trasversalità politica, visto che dalla Capitale in giù (riserva elettorale grillina alle Politiche) i governatori sono quasi equamente suddivisi fra centrodestra e centrosinistra.

Musumeci, sfruttando anche il rapporto di buon vicinato con tutti gli altri colleghi, aspira a diventare il perno trasversale di questa iniziativa. Che non è inedita, visto che da Giulio Tremonti in poi quasi tutti i ministri dell’Economia hanno accarezzato l’idea di una Cassa del Mezzogiorno “2.0”. Il governatore siciliano pensa a una Banca del Sud, ma non nel senso tradizionale del termine anche perché ci sono precisi vincoli europei che vietano la costituzione di un istituto di credito con fondi pubblici. Più che altro sarebbe una via di mezzo fra una Mediobanca “terrona” e un super Irfis, un ente che nasce per finanziare opere pubbliche (e, perché no, istituzioni e imprese) con l’unica missione dello sviluppo del Sud. Un progetto che sarà di certo nella cartucciera del Conte bis, ma sul quale Musumeci vorrebbe giocare d’anticipo lanciando la proposta che «i soci fondatori devono essere proprio le Regioni del Mezzogiorno». Con il Mise in prima linea, chiaramente, e Cassa depositi e prestiti o Poste Italiane come partner ideali.

È chiaro che il livello d’interlocuzione per un’iniziativa così ambiziosa deve per forza di cose essere a Roma. E così torna con prepotenza il tema del rapporto di Musumeci con il nuovo esecutivo, che, sono parole sue, «nasce più come una manovra di palazzo che come espressione di volontà della maggioranza del popolo italiano». Ieri il governatore ha ammesso di essersi sentito «idealmente presente» lunedì a piazza Montecitorio, assieme a Salvini e Meloni, a manifestare contro la «nascita di un governo di centrosinistra, mentre l’elettorato italiano va verso il centrodestra. Mi sembra un non senso», ha confidato ai cronisti a margine della conferenza stampa sull’Osservatorio Svimez-Irfis. Ma, al cospetto di Luca Bianchi, di cui Peppe Provenzano era vice prima di diventare ministro del Sud, Musumeci ha rivelato un aneddoto sullo stesso Provenzano: «Mi ha chiamato non appena ha prestato giuramento dicendomi che la prima telefonata al presidente di una Regione era riservata al governatore dell’Isola che gli ha dato i natali». E rassicurando: «Con il governo Conte bis la Regione avrà un rapporto improntato al reciproco rispetto».

Di lotta (a Roma, dove il centrodestra è in trincea) e di governo (a Palermo, dove l’asse M5S-Pd, ieri sera all’Ars, gli ha riservato il primo sgambetto della nuova era giallorossa, affossando il “collegato dei collegati”), Musumeci continuerà a vivere questo dissidio, che tende alla dissociazione, con una nuova strategia. Senza più Salvini nella stanza dei bottoni e, soprattutto, senza più elezioni all’orizzonte, il leader di DiventeràBellissima potrà (dovrà) svestire la maglietta verde, indossata con molta enfasi sui media nazionali, ma forse con meno trasporto intimo. Certo, il dialogo con Salvini prosegue e nel frattempo c’è stato il disgelo con Meloni, ma soprattutto un paio di telefonate (che a Palazzo d’Orléans definiscono «molto interessanti») con Silvio Berlusconi. Ma la «scomposizione e ricomposizione del centrodestra», più volte evocata-invocata da Musumeci non è imminente. E, più per necessità che per scelta, la priorità più immediata del governatore è galleggiare nel nuovo acquario giallorosso. Confidando nella sponda del ministro Provenzano, ma anche nella necessità dei grillini (che aspirano a sottosegretari siciliani in Trasporti e Agricoltura; ieri riunione del gruppo all’Ars sull’ipotesi di impegno romano di Giancarlo Cancelleri) di «fare cose per la Sicilia».

E i dossier già aperti? «Continueranno all’insegna del rapporto istituzionale», sperano nel governo regionale. A partire dalla trattativa sulla revisione dell’autonomia finanziaria siciliana, gestita dall’assessore Gaetano Armao. L’incontro previsto al Mef il 2 settembre è slittato, causa crisi di governo, al 27. Sul tavolo finanza locale, sanità e fiscalità di sviluppo, partendo da un accordo che è legge. Rimpiangendo il sottosegretario uscente (che i rumors danno non rientrante), il cinquestelle messinese Alessio Villarosa, «interlocutore fin qui attento». Armao vantava un «rapporto personale di stima reciproca» con Giovanni Tria; tutti da costruire, invece, i rapporti con il neo-ministro dem Roberto Gualtieri. Si riparte da zero. E il rapporto con il «governo delle novità», a Palermo, è tutto da costruire.

Twitter: @MarioBarresi

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