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Economia

Ficodindia, salvato in extremis in marchio Dop

Di Raffaella Rindone

San Cono. Finalmente il marchio Dop del ficodindia di San Cono diventa una realtà concreta. Le tre cultivar incoronate (gialla, rossa e bianca) troneggiano su una Sicilia sormontata da stelle a voler simboleggiare il massimo della bontà. La filiera produttiva del ficodindia, a livello europeo, è esclusiva della Sicilia che detiene il monopolio del mercato italiano, circa 4.000 ettari di coltura specializzata e circa 70.000 tonnellate di frutti all’anno. L’areale siciliano più importante per superficie e grado di specializzazione degli impianti è l’areale di San Cono che copre il 60% dell’intera superficie regionale coltivata a ficodindia, elemento prezioso del patrimonio storico-tradizionale e culturale nonché fondamentale risorsa economica del territorio in cui viene coltivato.

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La zona di produzione del ficodindia di San Cono Dop comprende diversi Comuni situati tra i 200 e i 600 metri sul livello del mare: San Cono, San Michele di Ganzaria, Piazza Armerina (En) e Mazzarino (Cl), anche se i produttori sono quasi esclusivamente sanconesi. Zone che per loro peculiarità pedoclimatiche imprimono caratteristiche distintive al frutto: grandi dimensioni, buccia dai colori intensi e vivi e un sapore molto dolce. Da maggio a giugno si esegue la tradizionale “scozzolatura”, che consiste nel togliere il primo fiore per ritardare la maturazione. La raccolta si svolge solitamente all’inizio dell’invaiatura, ovvero da agosto a settembre per gli “agostani” e da settembre al tutto dicembre per i “bastardoni”. Pur essendo un frutto unico per tecniche di coltivazione e per proprietà organolettiche ed iscritto nel registro delle Dop e Igp (reg. esec. Ue n. 225/2013), il ficodindia di San Cono non è mai stato commercializzato come prodotto Dop, condizione quest’ultima necessaria per il mantenimento del riconoscimento ottenuto.

Il giovane agronomo sanconese Giuseppe Palmieri spiega: «Il marchio Dop viene attribuito dalla Ue agli alimenti le cui peculiari caratteristiche qualitative dipendono essenzialmente o esclusivamente dal territorio in cui sono stati prodotti. Chi produce Dop deve attenersi alle rigide regole produttive stabilite da un disciplinare ed è soggetto ad uno specifico organismo di controllo. Ma qualora non sia stato immesso in commercio per almeno sette anni alcun prodotto, la registrazione della Dop viene cancellata». Palmieri, sotto l’occhio vigile del Ministero delle Politiche Agricole, ha istituito un nuovo consorzio, “Terre sanconesi del ficodindia Dop”, di cui lui stesso è il presidente.

Considerato che sono trascorsi sei anni dall’assegnazione del marchio, senza alcuna commercializzazione, si può dire che la situazione è stata presa per i capelli da Palmieri , che ha mosso tutti i tasti necessari a riprendere le fila e a salvare il marchio Dop del ficodindia di San Cono dall’annullamento.

«L’aver scongiurato la cancellazione del marchio - dice Palmieri - non è un risultato che riguarda solo le aziende che fanno parte del consorzio, ma il grande successo è attribuibile a tutte le aziende ficodindicole sanconesi che con tanta dedizione e coraggio si apprestano giornalmente ad affrontare le innumerevoli difficoltà che il settore agricoltura subisce. Ci tengo a precisare che chiunque, in forma singola od associata, può accedere al sistema di controllo Dop, con lo scopo di proporre al mercato un prodotto certificato e controllato in ogni sua fase, nella tutela del consumatore finale».

Ma perché è così importante ottenere e mantenere il marchio Dop? «La possibilità di avere un prodotto certificato, oltre ad innalzare ulteriormente il livello commerciale di un frutto già eccellente per sua natura - dice Palmieri - apre nuove strade di commercializzazione sia per il prodotto fresco che trasformato e dà voce e visibilità ad un’area della Sicilia a rischio di spopolamento».

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