I NUMERI
Soldi sotto il materasso: perché gli italiani stanno tornando a risparmiare (e cosa ci dice davvero l’ultimo dato Istat)
Potere d’acquisto in ripresa, consumi al rallentatore e conti (più) prudenti: dentro i numeri che spiegano l’aumento della propensione al risparmio
A fine estate, in un supermercato di provincia, il carrello resta mezzo vuoto. Non è solo una questione di prezzi: il punto è la scelta. Con il potere d’acquisto che torna a salire e l’inflazione che non morde più come un tempo, molte famiglie decidono di frenare gli acquisti discrezionali e accantonare. È la fotografia scattata dall’ultimo aggiornamento di Istat: nel terzo trimestre 2025, il potere d’acquisto delle famiglie cresce dell’1,8% sul trimestre precedente mentre la spesa per consumi avanza appena dello 0,3%. Risultato: la “voglia” di risparmiare risale e la propensione al risparmio tocca l’11,4%, in aumento di 1,5 punti percentuali in tre mesi. Un titolo giornalistico la riassume così: “soldi sotto al materasso”. Ma cosa c’è davvero dentro questi numeri, e cosa significano per l’economia?
I numeri chiave: più reddito reale, prezzi quasi fermi, risparmio su
- Nel terzo trimestre 2025 il reddito disponibile lordo delle famiglie aumenta del 2,0% rispetto ai tre mesi precedenti; i consumi crescono solo dello 0,3%. L’“effetto forbice” spinge in alto la propensione al risparmio fino all’11,4%.
- A favorire l’aumento del reddito reale è anche il comportamento dei prezzi: il deflatore implicito dei consumi varia di appena +0,2% sul trimestre. Da qui l’incremento del potere d’acquisto dell’1,8%.
- Sullo sfondo, nel settembre 2025 l’indice nazionale dei prezzi al consumo è a +1,6% tendenziale e -0,2% congiunturale; a ottobre rallenta a +1,2% su base annua. Il quadro inflazionistico meno teso consolida l’idea che si possa risparmiare senza perdere troppo terreno in termini reali.
Questi dati compongono un messaggio semplice: quando i prezzi si stabilizzano e i redditi reali risalgono, una parte delle famiglie preferisce non “celebrare” con nuovi consumi, ma ricostruire cuscinetti finanziari erosi tra 2022 e 2023.
Dal minimo storico al rimbalzo: come siamo arrivati qui
Per capire la portata del dato, occorre riavvolgere il nastro. Nel 2023 la propensione al risparmio delle famiglie italiane è scesa al 6,3%, il livello più basso dall’inizio delle serie storiche (1995). Un tonfo legato a un’inflazione che, pur rientrando, continuava a intaccare il reddito reale, mentre i consumi restavano relativamente sostenuti.
Nel 2024 lo scenario cambia: il reddito disponibile cresce del 2,7%, il potere d’acquisto dell’1,3%, la spesa per consumi rallenta all’1,7% e la propensione al risparmio risale all’9,0% (dall’8,2% del 2023). Il terzo trimestre 2025 accelera questa traiettoria di “normalizzazione”, portando l’indicatore all’11,4%. È un valore elevato nel confronto recente e suggerisce che, almeno per ora, le famiglie stanno “raffreddando” la spesa per ricomporre scorte di risparmio.
“Soldi sotto al materasso” non è solo un modo di dire
L’espressione è colorita, ma intercetta un fenomeno reale: il ritorno di liquidità sui conti e nei depositi. Tra settembre e ottobre 2025 la Banca d’Italia registra depositi privati in crescita tra il +3,0% e il +2,6% su base annua; i tassi corrisposti sui depositi in essere restano però intorno allo 0,63%, ben al di sotto dell’inflazione corrente, ma con un potere erosivo decisamente ridimensionato rispetto al biennio della fiammata dei prezzi. In parallelo, i prestiti a famiglie e imprese tornano a crescere attorno al +2% annuo per le famiglie, segnale di un credito che si sta normalizzando.
La combinazione di risparmio in aumento, depositi moderatamente in ripresa e inflazione bassa scolpisce un messaggio psicologico: prudenza. Si rimanda ciò che non è urgente; si sceglie di attendere su acquisti discrezionali e investimenti domestici, in attesa di maggiore visibilità sul ciclo.
Perché la propensione al risparmio sale quando i redditi reali migliorano
È un paradosso solo apparente. La letteratura economica mostra che le famiglie reagiscono agli shock con aggiustamenti graduali: dopo un periodo di erosione del potere d’acquisto, il primo impulso non è sempre “consumare di più”, ma “riparare i bilanci”. Tradotto: ricostruire il cuscinetto per imprevisti, ridurre esposizioni a tasso variabile, accumulare liquidità per futuri progetti, dalla casa all’istruzione dei figli. Quando il reddito reale aumenta e l’inflazione si raffredda, accantonare diventa più facile e – per molti – più razionale.
In Italia, inoltre, pesa la struttura demografica: una quota elevata di popolazione anziana tende a privilegiare la sicurezza del risparmio rispetto al consumo; e dopo gli anni dei rincari energetici, la memoria dello shock resta viva. Infine, la maggiore incertezza geopolitica e la percezione di rischi futuri spingono a un atteggiamento “difensivo”.
Il dettaglio congiunturale: deflatore, redditi e consumi
- Il deflatore implicito dei consumi a +0,2% trimestrale indica che il carovita “sentito” nei consumi effettivi è quasi fermo. Ciò potenzia l’effetto del +2,0% del reddito disponibile in termini nominali, che si traduce in +1,8% di potere d’acquisto reale.
- Il confronto con i trimestri precedenti conferma la tendenza: nel secondo trimestre 2025 il potere d’acquisto era salito dello 0,3% con deflatore +0,5%; nel primo trimestre, +0,9% con prezzi +0,9%. La salita al +1,8% nel terzo trimestre nasce dunque da un mix di reddito più dinamico e prezzi più docili.
Inflazione: bassa ma non zero, il quadro dei prezzi “di tutti i giorni”
Nei mesi estivi-autunnali 2025, la dinamica dei prezzi ha consolidato un profilo di bassa inflazione. A settembre l’indice NIC segna +1,6% annuo e -0,2% mensile; a ottobre scende a +1,2% annuo e -0,3% mensile. Il “carrello della spesa” – alimentari, cura della casa e della persona – decelera, pur restando sopra l’inflazione generale. È un tassello importante: quando il carrello si calma, la percezione del costo della vita migliora e il risparmio “volontario” trova spazio.
Il nodo consumi: un freno temporaneo o un segnale strutturale?
Il rallentamento dei consumi (+0,3% sul trimestre) non è un dettaglio. Per un’economia come quella italiana, dove la domanda interna è decisiva, consumi deboli significano una crescita più lenta nel breve termine. Ma un aumento della propensione al risparmio non è necessariamente una cattiva notizia: può agire da stabilizzatore, rendendo le famiglie più resilienti a shock futuri. La chiave sta nella durata del fenomeno.
- Se la “fame di risparmio” è una fase di ricomposizione post-inflazionistica, i consumi potrebbero riprendersi nel 2026, sostenuti da salari reali in miglioramento e tassi in discesa.
- Se invece prevale l’incertezza (su occupazione, geopolitica, tasse), la cautela potrebbe protrarsi, comprimendo la spesa privata e, a catena, gli investimenti delle imprese nei settori esposti alla domanda interna.
Effetti settoriali: chi rischia e chi può beneficiare
- Retail non alimentare e prodotti durevoli: sono i primi a risentire della frenata. L’acquisto di beni “posticipabili” è la valvola di regolazione delle famiglie.
- Servizi discrezionali: turismo domestico, ristorazione “premium”, intrattenimento a maggior costo possono vivere una domanda più volatile nel breve.
- Risparmio intermediato: banche e assicurazioni possono vedere crescere masse in gestione e domanda di prodotti di protezione. Con tassi sui depositi ancora modesti, aumenta l’interesse per strumenti a rischio controllato, comparti monetari e obbligazionari a breve.
- Mutui e credito al consumo: il raffreddamento dell’inflazione, insieme a tassi che mostrano segnali di rientro, può riattivare gradualmente la domanda, ma la prudenza delle famiglie fa sì che l’espansione sia ordinata. A ottobre 2025 il TAEG sui nuovi mutui è intorno al 3,73%, mentre il costo del credito al consumo resta elevato (circa 10%), fattori che contribuiscono a frenare gli acquisti a rate più “leggeri”.
Un confronto storico: dal minimo del 2023 alla “risalita” del 2024-2025
È utile ricordare la sequenza:
- Nel 2023 la propensione al risparmio scende al 6,3% – minimo dell’intera serie storica – a causa della tenuta dei consumi nonostante il calo del potere d’acquisto. È un dato spartiacque.
- Nel 2024 risale all’9,0%. È la prima vera inversione post-pandemia, supportata dal raffreddamento dei prezzi e da redditi in lieve recupero.
- Nel terzo trimestre 2025 arriva l’accelerazione all’11,4%, con potere d’acquisto +1,8% in tre mesi e deflatore +0,2%. L’ultimo tassello che completa il quadro odierno.
Questo non significa che torneremo ai picchi “anomali” della pandemia, quando i consumi forzatamente compressi gonfiavano il risparmio. Il contesto è diverso: oggi la spinta è volontaria e selettiva, non imposta dalle restrizioni.
Cosa osservare nei prossimi mesi
- Dinamica dei prezzi di beni alimentari ed energia: se la tendenza alla bassa inflazione si confermerà, il potere d’acquisto potrà sostenere un progressivo “sgelarsi” dei consumi.
- Salari e occupazione: la crescita del reddito disponibile è la condizione necessaria per consolidare il miglioramento. Il mercato del lavoro resta la variabile più importante per la fiducia delle famiglie.
- Tassi di interesse e costo del credito: con il TAEG sui mutui attorno al 3,7% e i tassi dei depositi fermi allo 0,63%, il differenziale resta significativo, ma meno penalizzante rispetto al passato recente. Un percorso di graduale riduzione dei tassi potrebbe alleggerire la prudenza.
- Politica fiscale: la “pressione fiscale” al 40,0% nel terzo trimestre 2025 – in calo su base annua – suggerisce un ambiente non più restrittivo rispetto al 2024; eventuali misure su detrazioni, salari e utility potrebbero influenzare in modo sensibile i bilanci delle famiglie.
Le implicazioni per la politica economica
- Incentivi mirati alla spesa “ad alto moltiplicatore”: se l’obiettivo è sostenere la crescita senza riaccendere l’inflazione, strumenti che favoriscano investimenti familiari in efficienza energetica, istruzione e salute possono essere più efficaci del generico stimolo ai consumi.
- Educazione finanziaria e risparmio “attivo”: con i tassi dei depositi bassi e l’inflazione intorno all’1-1,5%, il risparmio parcheggiato rischia di perdere valore reale. Politiche e iniziative che favoriscano scelte informate – tra conti di deposito, fondi monetari, obbligazioni di breve termine, piani di accumulo – possono trasformare il “materasso” in risorse per l’economia reale, mantenendo prudenza ma aumentando l’efficienza del risparmio.
- Stabilità regolatoria: famiglie e imprese reagiscono alla prevedibilità. Annunci coerenti su fisco, bonus e tariffe pubbliche aiutano a trasformare il risparmio precauzionale in consumo e investimento.
Un titolo che fa discutere, un dato che merita di essere capito
Il titolo di Repubblica – “soldi sotto al materasso” – coglie una dinamica reale ma rischia di semplificare eccessivamente. La fotografia Istat dice che, nel terzo trimestre 2025, le famiglie hanno rialzato la quota di reddito accantonata, spinte da redditi reali in miglioramento e prezzi relativamente stabili. Non è immobilismo: è ricalibrazione. Dopo due anni difficili, molti bilanci domestici stanno cercando un nuovo equilibrio tra consumo e risparmio.
In questo equilibrio si gioca molto del 2026: se la prudenza di oggi si tradurrà in capacità di spesa domani, l’economia ne beneficerà; se invece si cristallizzerà in un’“attesa perpetua”, il motore interno rischierà di girare al minimo. Per ora, i numeri raccontano una scelta consapevole: consolidare. E prepararsi al prossimo passo.
Box – Glossario essenziale
- Propensione al risparmio: quota del reddito disponibile non spesa in consumi nel periodo considerato. È un indicatore di prudenza e di capacità di accantonamento.
- Potere d’acquisto: il reddito disponibile delle famiglie al netto dell’effetto prezzi. Aumenta quando i redditi crescono più dei prezzi.
- Deflatore implicito dei consumi: misura sintetica dei prezzi associati ai consumi finali delle famiglie. Serve a “svalutare” il reddito nominale e ottenere il reddito reale.
- TAEG sui mutui: costo complessivo del finanziamento per l’acquisto di abitazioni, comprensivo di interessi e spese.
- Pressione fiscale: rapporto tra entrate tributarie e contributive e Prodotto interno lordo.
Dati in evidenza
- Propensione al risparmio famiglie: 11,4% nel III trimestre 2025 (+1,5 p.p. sul trimestre) – fonte Istat.
- Potere d’acquisto famiglie: +1,8% sul trimestre; deflatore dei consumi +0,2% – Istat.
- Inflazione: +1,6% annuo a settembre 2025; +1,2% a ottobre – Istat.
- Depositi e tassi: depositi privati +2,6% / +3,0% a ottobre/settembre 2025; tassi sui depositi 0,63% – Banca d’Italia.
- Storico: propensione al risparmio al 6,3% nel 2023 (minimo dal 1995); risalita al 9,0% nel 2024 – Istat.