il contenzioso
Ex Ilva, sette miliardi in gioco: l’affondo dei commissari contro ArcelorMittal
Una richiesta di risarcimento record accende il dossier Taranto: in mezzo, occupazione, ambiente e la corsa a un nuovo proprietario
Una mattina d’inverno davanti al Tribunale di Milano: in un faldone ci sono 7 miliardi di euro. Non denaro contante, ma la pretesa che gli ex Ilva — oggi Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria — avanzano contro ArcelorMittal e gli ex amministratori. La scena dice più di qualsiasi comunicato: dopo anni di promesse, piani industriali, decreti e stop‑and‑go, la partita entra nella fase più dura, quella delle responsabilità e dei conti. Secondo i commissari straordinari — Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta, Davide Tabarelli — il dissesto non è stato il frutto di errori episodici o del ciclo negativo dell’acciaio, ma l’esito di una “strategia unitaria, consapevole e protratta nel tempo” culminata nel presunto trasferimento sistematico di risorse dalla società operativa alla casa madre. È il cuore della citazione depositata a Milano e notificata alla sede lussemburghese di ArcelorMittal.
Cosa c’è scritto nell’atto e perché la cifra è salita a 7 miliardi
La domanda di risarcimento da 7 miliardi punta dritto agli ex amministratori e alla multinazionale: i commissari sostengono che la crisi di Acciaierie d’Italia non derivi da «errori gestionali isolati» né da «un improvviso peggioramento del contesto industriale», bensì da una cattiva gestione che avrebbe drenato liquidità e valore dagli impianti. La novità è anche quantitativa: fino a dicembre 2025 le anticipazioni governative indicavano una possibile richiesta danni di 5 miliardi, poi lievitata dopo una due diligence forense che avrebbe fatto emergere squilibri più ampi.
Secondo ricostruzioni di stampa internazionale, la citazione è stata depositata a Milano e ipotizza che i flussi di cassa della società siano stati deliberatamente destabilizzati da trasferimenti verso la capogruppo, aggravando il dissesto. ArcelorMittal non ha rilasciato commenti di merito nell’immediato.
Un contenzioso che si intreccia con il futuro industriale
L’azione in sede civile si inserisce in un quadro già complesso: da febbraio 2024 il governo ha posto Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, nominando prima Giancarlo Quaranta e poi integrando il collegio con Giovanni Fiori e Davide Tabarelli. Il decreto è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e successivamente esteso alla holding del gruppo, per consentire una gestione unitaria.
Dal canto suo, ArcelorMittal ha reagito sul piano internazionale: nel luglio 2025 è stata registrata presso l’ICSID una richiesta di arbitrato contro la Repubblica Italiana ai sensi del Trattato sulla Carta dell’Energia (ECT), contestando la legittimità del commissariamento e del sequestro degli asset. È il fronte speculare, in cui sarà un tribunale arbitrale a valutare le pretese della multinazionale.
Taranto, fabbrica‑sistema: perché lo scontro legale conta per l’economia italiana
Lo stabilimento ex Ilva di Taranto è stato a lungo il più grande siderurgico d’Europa. In Puglia e lungo la dorsale produttiva italiana significa occupazione diretta e indiretta, forniture a settori chiave (automotive, edilizia, infrastrutture) e una porzione sensibile della bilancia commerciale del Paese. Non è un impianto come gli altri: in quindici anni l’export dal polo tarantino si è ridotto di oltre l’80%, bruciando 1,2 miliardi di ricavi rispetto ai picchi del 2008. Il tutto in un contesto in cui la produzione nazionale di acciaio ha oscillato sui 20 milioni di tonnellate nel 2024 (‑5% sul 2023), riflettendo la debolezza ciclica europea.
Dal punto di vista operativo, gli altiforni sono andati a regime ridotto: a fine 2024 la produzione a Taranto si attestava su circa 2 milioni di tonnellate annue, con una marcia quotidiana attorno a 8.000 tonnellate/giorno contro le potenzialità di 20.000 tonnellate/giorno in pieno assetto. La cassa integrazione straordinaria è stata prorogata per circa 3.420 lavoratori, di cui 2.955 a Taranto. Sono numeri che spiegano perché il governo abbia varato decreti ponte per garantire la continuità degli impianti e il sostegno al reddito.
Le accuse dei commissari: “governance parallela” e “killer acquisition”
Nel dettaglio, i commissari parlano di una “governance parallela” che avrebbe occultato il dissesto e di una sorta di “killer acquisition”: una strategia di ingresso e gestione tesa a estrarre valore dall’azienda in affitto senza completarne l’acquisto, depauperando gli asset industriali (manutenzioni, impianti, ciclo caldo). Si tratta di contestazioni pesanti che il Tribunale di Milano dovrà vagliare.
L’atto, secondo quanto trapela, ripercorre le tappe dal 2018 — quando AM InvestCo entrò nella gestione del gruppo — fino alla costituzione di Acciaierie d’Italia con Invitalia al 38% e ArcelorMittal al 62%, poi alla fase di amministrazione straordinaria avviata nel 2024.
La replica e la contro‑narrazione di ArcelorMittal
La multinazionale ha più volte rivendicato investimenti per oltre 2 miliardi di euro in Italia dal 2018, indicando 800 milioni destinati al programma ambientale per l’AIA e 1,2 miliardi in upgrade degli impianti, oltre a linee di credito e forniture di materie prime. Nella lettura del gruppo, il quadro è stato condizionato anche da impegni pubblici — quantificati in 2 miliardi — non pienamente onorati, e da un contesto di costi energetici elevati e domanda debole. È l’ossatura della difesa politica e giudiziaria che si rifletterà nell’arbitrato e, verosimilmente, nelle aule civili italiane.
Chi compra Taranto? Trattativa esclusiva, offerte e promesse
Sul tavolo c’è il futuro proprietario. Tra dicembre 2025 e gennaio 2026 i commissari hanno avviato una trattativa in esclusiva con il Flacks Group per arrivare entro il primo quadrimestre 2026 a un’assegnazione condizionata a un piano industriale credibile. Il fondo statunitense ha comunicato un impegno fino a 5 miliardi di euro per modernizzazione, elettrificazione dei forni e decarbonizzazione, con una partecipazione pubblica proposta al 40% e salvaguardia di circa 8.500 posti. In parallelo, nei mesi precedenti erano arrivate dieci offerte complessive: tra i soggetti interessati all’intero perimetro figuravano Baku Steel Company con Azerbaijan Investment Company, Jindal Steel International e Bedrock Industries. Resta fermo che qualsiasi assegnazione definitiva dipenderà da occupazione, investimenti e sostenibilità ambientale.