Extravergine low cost: come l’olio tunisino cambia le regole del mercato italiano
Con il prezzo di riferimento a 3 euro/kg, l’olio tunisino sfuso entra sul mercato italiano, sfidando i valori dell’extravergine locale e costringendo produttori e distributori a fare i conti con margini ridotti e concorrenza crescente
La Tunisia lancia un prezzo simbolo che fa tremare i mercati: l’olio extravergine sfuso a 3 euro al chilogrammo rischia di cambiare le regole del gioco, mettendo sotto pressione i produttori italiani. L’obiettivo ufficiale è stabilizzare la filiera e proteggere i piccoli olivicoltori, ma dietro la misura si nascondono tensioni e scenari imprevedibili per il mercato internazionale.
La Tunisia, quarto esportatore mondiale, ha aumentato le esportazioni di oltre il 40%, ma i ricavi per unità di prodotto crollano: più quantità, meno guadagni. E mentre lo Stato fissa un prezzo di riferimento, sul terreno i mercati ignorano la misura e l’olio reale spesso costa ancora meno.
Per l’Italia, principale importatore con circa un terzo dei volumi tunisini, il rischio è concreto: i prezzi italiani dell’extravergine, mediamente tra 7 e 10 euro/kg, possono subire una pressione al ribasso. In gioco ci sono soprattutto l’olio sfuso e le offerte a basso costo che popolano la GDO, dove l’olio tunisino può entrare come commodity a prezzo ultra-competitivo.

I produttori italiani si trovano quindi in trincea: contratti all’origine sotto pressione, margini ridotti e concorrenza diretta con olio estero più economico. Per le piccole e medie aziende, la partita diventa una vera emergenza economica.
Non basta la quantità: la vera arma dei produttori italiani resta la qualità certificata e l’origine garantita, con denominazioni IGP/DOP e storie di territorio che permettono di difendere un prezzo superiore. Ma senza strategie di tutela e differenziazione, il prezzo basso dall’estero potrebbe erodere il mercato interno, comprimere i margini e ridurre il valore aggiunto della filiera nazionale.
Il messaggio è chiaro: l’olio tunisino a 3 euro/kg non è solo un prezzo, è un campanello d’allarme per tutta l’Italia olearia. Chi non saprà reagire puntando su qualità, certificazioni e strategie commerciali rischia di pagare un prezzo altissimo.