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il caso

Laureati italiani in fuga: perché i giovani fanno le valigie (spoiler: all'estero guadagnano di più)

Dalla cerimonia di Messina al termometro d’Europa: quanto vale oggi un titolo accademico in Italia e perché c'è un tasso di emigrazione così elevato

Fabio Russello

15 Gennaio 2026, 17:42

18:15

Laureati italiani in fuga: stipendi, università e politiche che decidono il futuro del Paese

Davanti a studenti e docenti dell'Università di Messina, il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, mette in fila dati difficili da ignorare: un giovane laureato che lavora in Germania guadagna in media l’80% in più rispetto a un coetaneo italiano; il divario con la Francia è del 30%. Non è una provocazione. È un differenziale retributivo che si è allargato con gli anni e che spiega, meglio di tante indagini sociologiche, perché una parte crescente dei nostri neolaureati sceglie l’estero.

Un lede con i piedi per terra: quanto pesa una laurea italiana fuori dai confini

La scena è eloquente: fuori dall’Aula Magna c’è il Mediterraneo e, oltre, l’Europa. Lì dove un titolo universitario italiano vale, spesso, più che a casa. Non solo per reputazione, ma per retribuzioni allineate a competenze e responsabilità. Non stupisce dunque che, negli anni più recenti, “circa un decimo dei giovani laureati italiani si sia trasferito all’estero”, con tassi più elevati tra ingegneri e informatici: figure ambite ovunque e strutturalmente scarse in Italia. È la diagnosi, netta, che Panetta ha consegnato alla comunità accademica.

Il fatto nuovo: istruzione sotto-finanziata e premio salariale compresso

Il cuore del problema, sostiene il Governatore, è un mercato del lavoro che remunera poco il capitale umano e un sistema di istruzione finanziato meno che altrove: le risorse pubbliche destinate all’istruzione in Italia sono “meno del 4% del PIL”, quasi un punto sotto la media dell’Unione europea. E, soprattutto, metà del divario con l’UE nasce dal più scarso investimento nell’università. Nel resto del continente la spesa per studente cresce con il livello di istruzione; in Italia no.

Dati indipendenti confermano il quadro. Nel 2022 la spesa pubblica per l’istruzione nell’UE era pari al 4,6% del PIL; l’Italia si collocava in coda tra le grandi economie, attorno al 4,1%. E sul fronte OCSE, l’ultimo Education at a Glance (2025) mostra un’anomalia tutta italiana: la spesa per studente è più bassa proprio al livello terziario (università e ricerca) rispetto ai cicli inferiori, mentre altrove succede il contrario. In rapporto al PIL, l’investimento complessivo in istruzione (primaria-terziaria) si ferma al 3,9% contro una media OCSE del 4,7%.

Salari, produttività e scelte di vita: perché i giovani se ne vanno

Il ragionamento è semplice: se il rendimento della laurea si assottiglia, il capitale umano più dinamico cerca altrove condizioni migliori. Nel suo intervento, Panetta rileva che un trentenne laureato in Italia guadagna “solo il 20% in più” di un coetaneo diplomato, un premio salariale molto più basso rispetto agli altri grandi Paesi europei. In parallelo, dal 2000 i salari orari reali sono rimasti quasi fermi in Italia, mentre in Germania sono cresciuti del 21% e in Francia del 14%. Una combinazione che incentiva l’espatrio proprio di chi ha investito in formazione.

Non è solo una questione di busta paga. I giovani citano anche l’accesso a contratti stabili, percorsi coerenti con le competenze e carriere più dinamiche. Fattori che in molte realtà europee risultano più accessibili, specie per chi opera nell’ICT, nell’ingegneria e nelle professioni tecnico-scientifiche.

Un ulteriore tassello riguarda la demografia: l’Italia invecchia e la forza lavoro diminuisce. Panetta ricorda che entro il 2050 il Paese potrebbe perdere oltre 7 milioni di persone in età lavorativa, un vincolo che rende ancora più urgente valorizzare chi si forma e lavora nei segmenti ad alta produttività.

Un Paese che attrae poco dall’estero e trattiene meno del dovuto

Non solo esportiamo laureati: ne attraiamo pochi. Tra le maggiori economie europee, l’Italia ha la quota più bassa di immigrati laureati; anche la presenza di studenti stranieri negli atenei è inferiore al 5%, contro oltre il 10% in Francia e Germania, il 18% nei Paesi Bassi e il 23% nel Regno Unito. L’eccezione, positiva e simbolica, è proprio Messina, dove gli internazionali toccano il 10% degli iscritti.

Il risultato è un saldo netto negativo di competenze: una “fuga” in uscita che non trova equilibrio in un adeguato afflusso di giovani altamente qualificati dall’estero. Nelle parole del Governatore, alla base di questo squilibrio c’è un combinato disposto di “bassa intensità tecnologica” e specializzazione settoriale poco favorevole, che frena produttività e salari.

Dentro i numeri: chi parte, dove va e con quali profili

Gli indicatori più aggiornati confermano la tendenza: nel 2024 e nel 2025 la stampa internazionale ha documentato un aumento degli espatri dei giovani italiani, con una quota significativa di laureati e un’incidenza particolarmente alta tra i 25-35enni. Germania, Regno Unito, Svizzera e Spagna restano le destinazioni preferite.

Se si guarda all’inserimento professionale, i dati di AlmaLaurea segnalano che a un anno dalla laurea è occupato all’estero il 4% dei laureati di secondo livello italiani (che sale al 5,5% a cinque anni), ma con picchi ben superiori per i gruppi scientifico, linguistico, informatica e ICT e ingegneria (fino al 13-14% a cinque anni nelle aree tecnico-digitali). È lo specchio di una domanda internazionale che valorizza competenze STEM e profili con forte contenuto tecnologico.

L’anomalia italiana nella spesa: l’università come anello debole

Che l’Italia investa poco nell’istruzione non è una scoperta, ma la specificità italiana è la debolezza del segmento universitario. L’OCSE rileva che la spesa per studente nel terziario è, in Italia, inferiore a quella destinata ai cicli precedenti, mentre altrove aumenta salendo di livello. Non si tratta di una bizzarria contabile: meno fondi per l’università significano laboratori meno attrezzati, ricerca meno finanziata, un trasferimento tecnologico più lento e meno dottorati competitivi. Il risultato è un sistema che fatica ad assorbire e remunerare adeguatamente i profili più qualificati.

L’UE fotografa il resto: nel 2022 la spesa pubblica in istruzione è scesa al 4,6% del PIL europeo, in calo rispetto al picco pandemico (5,0% nel 2020). L’Italia, sotto il 4,2%, rimane nella fascia bassa tra i grandi Paesi. Il confronto diretto con terzetti come Svezia (6,9%), Belgio (6,2%) o Finlandia (5,9%) chiarisce quanto margine di recupero sia necessario.

Il nodo retribuzioni: l’“80% in più” tedesco spiegato bene

Quel numero — 80% — non va letto come un’iperbole. Il calcolo utilizza i redditi dei laureati sotto i 39 anni rilevati in indagini armonizzate europee (EU-SILC), aggiustati per potere d’acquisto. In altre parole, non si confronta “quanto costa la vita” a Milano e a Berlino, ma quanto guadagna, a parità di prezzi, un laureato italiano rispetto a uno occupato in Germania. Il divario, insieme al 30% con la Francia, racconta di una penalizzazione italiana strutturale, cresciuta nel tempo.

La questione, sottolinea Panetta, non si risolve con un colpo di bacchetta: servono salari che riflettano la produttività, imprese capaci di creare lavori ad alta intensità di conoscenza, una PA che funzioni da moltiplicatore di competenze e un’università dotata di risorse per formare, fare ricerca e trasferire innovazione.

Un’Italia che investe in capitale umano: perché conviene (anche ai conti pubblici)

L’investimento in istruzione, ricerca e formazione ha ritorni economici e sociali elevati: migliori salari, più produttività, imprese più innovative, una base fiscale più ampia e resiliente. È un circolo virtuoso che non chiede salti nel buio, ma una programmazione pluriennale credibile, capace di proteggere la sostenibilità del debito e al tempo stesso di sbloccare risorse verso ciò che crea crescita. È la tesi che Panetta ha proposto a Messina, e che trova conferma nelle esperienze europee con performance educative e innovative superiori alla media.

Non è “fuga dei cervelli” contro “provinciali”, è competizione per opportunità

Definire questa dinamica solo come “fuga” rischia di semplificare. La mobilità internazionale è fisiologica nelle economie aperte e, anzi, può accrescere il valore dei profili al rientro. Il punto è costruire un ecosistema che generi opportunità sufficientemente attrattive da trattenere una quota maggiore di giovani — e da richiamarne altri dall’estero. In assenza di questo, l’“80% tedesco” rimarrà un promemoria severo: non basta formare talenti, bisogna saperli mettere nelle condizioni di restare e crescere.