il divario
Perché il Meridione ha il 58% della superficie biologica italiana (e perché il Nord cresce più velocemente)
Dentro l’onda lunga del bio: dove si concentra, perché corre e cosa rivela del futuro dell’agroalimentare
Il Mezzogiorno trattiene più del 58% della superficie biologica italiana con il Nord che però nel 2024 ha segnato un’accelerazione superiore all’8,4%, più del doppio del 3,5% meridionale. Un Paese che sta cambiando pelle: l’Italia agricola ha superato i 2,5 milioni di ettari coltivati con metodo biologico nel 2024, pari al 20,2% della SAU nazionale, e si avvicina al traguardo europeo del 25% entro il 2030.
Il dato, confermato dal rapporto “Bio in Cifre 2025” di ISMEA-SINAB, racconta un settore che cresce nelle superfici e negli operatori: 97.170 unità nel 2024 (+2,9% sul 2023), con oltre 87mila aziende agricole (+3,4%). Anche la spesa domestica tiene il passo: 3,96 miliardi di euro nel 2024 (+2,9%), con volumi in aumento del 4,3% e l’incidenza del bio sulla spesa agroalimentare che risale al 3,6%.
Ma perché il baricentro del bio è al Sud, mentre la locomotiva del ritmo—negli ultimi dodici mesi—sta in testa alla Pianura Padana e sulle Alpi? Per capirlo bisogna intrecciare tre fili: l’economia dei terreni e delle filiere, il clima e la geografia colturale, le politiche pubbliche.
L’Italia che avanza verso il 25%: dove siamo, con chi ci confrontiamo
La fotografia più aggiornata dice che le superfici biologiche italiane hanno varcato la soglia dei 2,5 milioni di ettari nel 2024 (+2,4%). Sono ettari che valgono “un quinto” dell’agricoltura nazionale: 20,2% della SAU. È un passo concreto verso l’obiettivo della strategia europea Farm to Fork— 25% di SAU bio entro il 2030 —e coerente con il nuovo Piano d’Azione nazionale per la produzione biologica adottato dal MASAF a fine 2023.
Nel quadro europeo, i dati FiBL mostrano che nel 2023 l’UE ha raggiunto 17,7 milioni di ettari bio— 10,9% della superficie agricola—e che la Spagna è tornata al primo posto per estensione assoluta (circa 3,0 mln ha), davanti a Francia (2,8 mln ha) e Italia (2,5 mln ha). L’Italia resta fra i leader europei per incidenza e numerosità degli operatori.
Il “perché” del 58% meridionale: colture, clima e una convenienza che si misura per ettaro
Il Mezzogiorno concentra grandi aree di colture permanenti—prima fra tutte l’olivicoltura, ma anche mandorleti e agrumeti—e vaste superfici di prati e pascoli: tipologie che, per fisiologia e tecniche di difesa, sono più compatibili con il metodo biologico rispetto a colture intensive cerealicole o orticole da pieno campo. Nel 2024 la crescita delle superfici bio in Italia è stata trainata proprio da prati e pascoli (+8,2%), con permanenti in aumento, a conferma del vantaggio relativo degli ordinamenti colturali tipici del Sud.
L’agricoltura mediterranea, per molte produzioni arboree, tollera con più facilità la riduzione dei trattamenti: l’olivo in biologico—pur con criticità come la gestione della mosca olearia—beneficia di rotazioni lunghe, sesti d’impianto tradizionali e della scelta di varietà rustiche. Le linee guida tecniche di CREA ricordano che la selezione varietale e la gestione agronomica sono determinanti per limitare la pressione dei parassiti, riducendo l’uso di input esterni: un approccio coerente con la filosofia biologica.
Inoltre il costo della terra al Sud è sensibilmente inferiore: nel 2024 il prezzo medio per ettaro si ferma sotto i 16mila euro in Centro-Sud (fino a 9mila nelle Isole), contro i 35.200 del Nord-Ovest e i 47.100 del Nord-Est. Dove la terra costa meno, convertire superfici estese—oliveti marginali, pascoli, seminativi in aree interne—è più sostenibile economicamente, specie se affiancato da pagamenti agro-climatici pluriennali.
Il risultato è un equilibrio che oggi vede Mezzogiorno 58%, Centro 23% e Nord 19% nella mappa nazionale delle superfici bio. Sicilia, Puglia e Toscana—insieme—coprono oltre il 38% della SAU bio; e ben sette Regioni, più la Provincia autonoma di Bolzano, hanno già superato la soglia UE del 25%.
Perché il Nord corre più del Sud: filiere, trasformazione, “effetto Bolzano” e domanda
Se il Sud è il serbatoio storico del bio italiano, il Nord è oggi il laboratorio della sua accelerazione. Tre i motori principali: la filiera corta della trasformazione; il bio cresce quando c’è sbocco di filiera: nel Nord si concentra quasi la metà dei preparatori esclusivi (aziende di trasformazione), vero collo di bottiglia del valore aggiunto. Dove la trasformazione è vicina—distretti lattiero-caseari, ortofrutta di IV gamma, bakery—le aziende trovano contratti, logistica e standard di qualità in grado di assorbire nuove superfici in conversione. I dati ISMEA/SINAB sui profili degli operatori mostrano la forte presenza nordica nella trasformazione, mentre cresce ovunque la componente di “produttori-preparatori” integrati.
Poi c'è il caso Alto Adige dove l’allargamento del perimetro bio a pascoli e alpeggi ha fatto esplodere le superfici certificate: un “effetto statistico” che pesa sulle dinamiche di crescita del Nord e intercetta tendenze reali del mercato (lactose-free, formaggi a denominazione, turismo green). È l’esempio più evidente di come il bio si espanda velocemente quando trova una filiera già pronta a valorizzarlo.
Politiche: il quadro che favorisce il bio (ovunque), ma con effetti diversi sul territorio
Nel marzo 2021 l’UE ha varato il Piano d’Azione per l’agricoltura biologica dentro la strategia Farm to Fork, fissando il traguardo del 25% di SAU bio entro il 2030. Con la nuova PAC 2023-2027, i regimi ecologici occupano il 25% dei pagamenti diretti e includono l’agricoltura biologica tra le pratiche premiate. In Italia, il Piano Strategico Nazionale orienta oltre 2 miliardi allo sviluppo del bio nello Sviluppo Rurale e attiva eco-schemi per il mantenimento delle pratiche.
Sul fronte nazionale, la Legge 9 marzo 2022 n. 23 ha introdotto strumenti strutturali: distretti biologici, marchio biologico italiano, piano nazionale delle sementi bio e un fondo per lo sviluppo. A fine 2023 il MASAF ha adottato il Piano d’Azione nazionale: un tassello atteso che coordina promozione, ricerca e misure di accompagnamento. L’impianto normativo c’è; la differenza la fanno—di nuovo—filiere, amministrazioni regionali e prezzi di mercato.
Cosa dicono i numeri regione per regione
L’atlante ISMEA/SINAB aggiorna la mappa 2024: Sicilia si conferma la prima regione bio per superficie (402.800 ha), seguita da Puglia (318.500 ha) e Toscana (237.000 ha). Nel 2024 spiccano gli scatti di Campania (+45,8%), Valle d’Aosta (effetto pascoli, +1.753%), Liguria (+22%) e Basilicata (+6,9%). Nel complesso il Nord cresce più del Sud in termini percentuali, ma il Meridione resta lo zoccolo duro della superficie.
Sette Regioni—Toscana, Calabria, Sicilia, Marche, Basilicata, Valle d’Aosta, Campania—e la PA di Bolzano hanno già superato l’asticella UE del 25%; Lazio e Puglia sono molto vicine. È un’indicazione chiara: dove si intrecciano struttura colturale favorevole e politiche stabili, l’obiettivo europeo è realistico.
Il mercato (e l’export) come variabile chiave
Mentre l’UE porta la SAU bio al 10,9%, il mercato europeo riparte: vendite al dettaglio UE in crescita (+3,6%) nel 2023; in Italia, spesa domestica a 3,96 mld di euro nel 2024. In un’Europa dove Spagna e Italia aumentano le superfici e la Francia le riduce, la tenuta del consumatore è il discrimine. Per l’Italia, la possibilità di valorizzare DOP/IGP in chiave bio e di ‘agganciare’ l’export resta decisiva: laddove la filiera esiste (Nord), gli ettari si muovono prima; laddove ci sono grandi estensioni (Sud), serve un lavoro di aggregazione (cooperative, OP, distretti biologici) per stabilizzare i conferimenti e premiare la qualità.
Che cosa aspettarsi nel 2026
Il Mezzogiorno continuerà a essere il “polmone” del bio nazionale, forte della prevalenza di permanenti e pascoli e di un differenziale di prezzo della terra che rende sostenibile la gestione estensiva con pratiche a basso input. Il Nord è destinato a guidare la crescita percentuale dove si consolidano accordi di filiera e trasformazione: lattiero-caseario alpino, frutta, cereali da panificazione. L’“effetto Bolzano” sui pascoli certificati continuerà a influire sulle statistiche, ma dietro ai numeri c’è un’economia reale che premia integrazione e qualità.
La geografia del bio ci restituisce un’Italia coerente con la sua storia agricola: Sud grande serbatoio di biodiversità coltivata, Nord officina di valore aggiunto. Tenere insieme le due anime—più impianti di trasformazione nel Mezzogiorno, più contratti di lungo periodo e servizi tecnici per i produttori—è la condizione per trasformare il dato del 58% in un vantaggio competitivo duraturo e per far sì che la “corsa” del Nord non resti un picco statistico, ma un salto di qualità strutturale.