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Mercosur e agricoltura italiana: quali prodotti e quanti posti di lavoro sono davvero a rischio?

Numeri, quote e clausole di salvaguardia: tutto ciò che serve sapere prima che l’intesa cambi il mercato

21 Gennaio 2026, 20:09

Mercosur e agricoltura italiana: quali prodotti e quanti posti di lavoro sono davvero a rischio?

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Il 20 gennaio 2026, circa 5.000 agricoltori europei – tra cui delegazioni di Coldiretti, Confagricoltura e Cia‑Agricoltori Italiani – hanno presidiato l’Eurocamera contro l’accordo Ue‑Mercosur. Il 21 gennaio 2026, l’Assemblea ha votato per il rinvio dell’intesa alla Corte di giustizia Ue: un passaggio che può allungare i tempi della ratifica di mesi (forse anni) e che accende, ancor di più, la domanda cruciale per l’Italia: quali comparti agricoli sono davvero esposti e quanti posti di lavoro potrebbero saltare?

In Parlamento europeo si è visto un fronte trasversale: la Lega e il Movimento 5 Stelle hanno marciato con gli agricoltori e sostengono la mozione di sfiducia alla Commissione sulla gestione del dossier; Pd, Fi e FdI hanno votato contro il rinvio del trattato. In piazza, tra gli altri, il vicepresidente M5S all’Eurocamera Gaetano Pedullà; nell’Aula, il Carroccio e i pentastellati hanno guidato il “no” pro‑rinvio. Uno scarto politico che pesa sul “campo largo” italiano e che, nel merito, riflette una frattura: chi vede nell’intesa un rischio per le filiere più sensibili e chi, invece, sottolinea le clausole di salvaguardia e le opportunità per l’export con la tutela delle Indicazioni Geografiche.

Cosa prevede davvero l’accordo: quote e dazi settore per settore

Il cuore dell’intesa, negoziata per oltre 25 anni, è noto. Per i prodotti agricoli “sensibili” l’Ue concede accessi limitati tramite contingenti tariffari (TRQ), spesso a dazio ridotto o zero, scaglionati in più anni:

Carne bovina: 99.000 tonnellate equivalenti (55% fresca/chilled, 45% congelata) a dazio 7,5%, con eliminazione del dazio intra‑quota sulla storica “Hilton quota”. Per Bruxelles, il volume vale circa l’1,5% della produzione Ue; è inferiore alle importazioni già oggi in arrivo dal Mercosur (circa 200‑206.000 tonnellate/anno).

Carne avicola: 180.000 tonnellate a dazio zero, in cinque anni. Stima d’impatto Ue: 1,3% della produzione; anche in questo caso, meno dei flussi già esistenti dai Paesi sudamericani.

Suini: 25.000 tonnellate con dazio intra‑quota fisso (83 €/t).

Zucchero: 180.000 tonnellate a dazio zero (con 10.000 t dedicate al Paraguay).

Etanolo: 450.000 tonnellate industriale a dazio zero + 200.000 tonnellate per altri usi (anche carburanti) a dazio ridotto.

Riso: 60.000 tonnellate a dazio zero, con crescita graduale in 6 anni.

Miele: 45.000 tonnellate a dazio zero.

Mais e sorgo: 1 milione di tonnellate a dazio zero.

Succo d’arancia: riduzione graduale dei dazi, fino all’azzeramento in 7‑10 anni e preferenze del 50% su alcune linee.

Dall’altra parte, il Mercosur abbatte dazi elevati su beni Ue, inclusi agri‑food a forte vocazione italiana – vino, spiriti, olio d’oliva, cioccolato – oggi gravati fino al 35% (vino e spirits), 10% (olio), 20% (cioccolato). E, per la prima volta in questa scala, scatta il divieto di imitazione per oltre 340 (57 italiane) Indicazioni Geografiche: da Parmigiano Reggiano a Grana Padano, da Prosciutto di Parma a Aceto Balsamico di Modena, fino alla Mozzarella di Bufala Campana. È la più ampia tutela IG mai ottenuta in un accordo Ue. 

I comparti italiani più esposti: rischi concreti e dove si concentrano

Zootecnia da carne (bovino). Il contingente Mercosur (99.000 t al 7,5%) alimenta pressioni sui prezzi delle carni “standard” europee. Le aree italiane più sensibili: Pianura Padana (ingrasso vitelloni), dorsale dell’Appennino per alcune razze autoctone. Le organizzazioni temono concorrenza su costi e standard: associazioni e studi hanno più volte richiamato i profili legati a benessere animale e tracciabilità nelle filiere sudamericane. Alcuni grandi player brasiliani del bovino – come JBS – sono indicati tra i potenziali beneficiari; l’azienda respinge da tempo le contestazioni, ma il tema deforestazione/controlli sugli indiretti resta politico. Impatto occupazionale: Cia‑Agricoltori Italiani parla di circa 40.000 posti a rischio nell’agroalimentare europeo, con focus su zootecnia (giro d’affari da 22 miliardi in Italia) e risicoltura. Stima di parte, ma oggi la più citata nelle piazze e nei palazzi.

Avicolo. Il contingente duty‑free da 180.000 t in cinque anni può comprimere i margini nelle produzioni avicole italiane, soprattutto laddove pesano già costi energetici e mangimi. A livello Ue, il valore è 1,3‑1,4% dei consumi: poco in quota, molto se concentrato su pochi segmenti di mercato. Le salvaguardie, qui, diventano il vero cuscinetto.

Zucchero ed etanolo. Quote rispettive di 180.000 t e 650.000 t (tra industriale duty‑free e altri usi a dazio ridotto) possono impattare sull’bieticolo‑saccarifero residuo italiano e sulle bio‑raffinerie. Effetti più di prezzo che di volume, ma non trascurabili in aree dove la filiera è già fragile.

Riso. È la vera spina per il Nord‑Ovest (Lomellina, Vercellese, Novarese): il contingente a dazio zero da 60.000 t (in 6 anni) aggrava una pressione già viva per importazioni agevolate da Paesi extra‑Ue. L’Ente Nazionale Risi ha espresso “forte preoccupazione” e chiesto difese specifiche: la capacità produttiva del Mercosur sul risone è di circa 15 milioni di tonnellate contro i 2,5 milioni Ue, con Paesi come Uruguay e Paraguay fortemente esportatori. Qui la clausola di salvaguardia e i controlli diventano determinanti per evitare squilibri.

Miele, mais/sorgo, agrumi/succo d’arancia. Quote e tagli tariffari possono incidere su nicchie importanti per reddito locale e Pmi agroindustriali (trasformazione). Il rischio è maggiore laddove il delta di costo tra standard europei e pratiche extra‑Ue è ampio e dove il prodotto importato può “spiazzare” nelle linee da Igp/Dop “non protette” o in segmenti commodity.

Non solo rischi: dove l’Italia può guadagnare

Vino e spiriti. Via dazi fino al 35%: fondamentali per denominazioni italiane medio‑alte (dal Prosecco ai rossi strutturati), per cui il “muro tariffario” sudamericano ha spesso frenato la spinta commerciale. Le IG tutelate in Mercosur sono oltre 340 (di cui 57 italiane): non è un dettaglio, perché il prezzo dei prodotti a Indicazione Geografica è in media 2‑3 volte superiore a quello dei generici.

Olio d’oliva e cioccolato. Taglio dei dazi fino al 10% (olio) e 20% (cioccolato) in Paesi a forte crescita demografica e urbana. Qui l’Italia può giocare su qualità, brand e reti distributive (Gdo e Horeca).

Macchinari agricoli, packaging, ingredientistica. Anche se non strettamente agricoli, sono tasselli della filiera: la rimozione di dazi su industriali (auto fino al 35%, macchine 14‑20%, farmaci fino al 14%) può creare spillover positivi sulle tecnologie “agri‑food 4.0” made in Italy, dalla cantina alla stalla. L’Ue stima, entro il 2040, un +€50 miliardi di export verso il Mercosur e, lato Ue, fino a 600.000 posti sostenuti dall’apertura complessiva dei mercati (non solo agricoli). Proiezioni aggregate, ma indicano la direzione.