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«Un dollaro più leggero, Wall Street più pesante»: perché Trump spinge per un biglietto verde svalutato
Il presidente minimizza, ma l'indica di borsa vola, una valuta che scivola: perché la moneta americana può fare — quasi — il lavoro dei dazi
«No, penso che sia fantastico… il dollaro sta andando alla grande», dice Trump. Ma gli operatori osservano il DXY — l’indice che misura il biglietto verde contro un paniere di valute — accelerare la discesa fino ai minimi da quattro anni, mentre a New York l’S&P 500, l'indice di borsa, sfiora e poi supera per la prima volta la soglia psicologica dei 7.000 punti. Un contrasto netto: la valuta di riferimento del mondo arretra, l’indice-faro di Wall Street aggiorna il massimo storico. Che cosa sta succedendo davvero, e perché questo incastro di parole, numeri e aspettative conta per l’economia globale?
Dollaro in flessione, record a Wall Street
Nelle sedute del 27-28 gennaio 2026, il dollaro ha messo a segno la peggiore giornata da mesi e ha toccato livelli che non si vedevano da febbraio 2022. Il movimento si è intensificato dopo le dichiarazioni di Trump in Iowa, che ha definito «ottimo» l’andamento della valuta e ha aggiunto di volerla lasciare «trovare il suo livello». I mercati hanno letto il messaggio come un segnale di tolleranza politica verso un dollaro più debole: il Dollar Index è sceso fino in area 95,56 (−1,2% nella seduta, peggiore calo giornaliero dall’aprile 2025).
In parallelo, l’S&P 500 ha valicato per la prima volta la soglia dei 7.000, coronando una rincorsa alimentata dall’hype sull’AI, da attese di utili robusti dei colossi tech e — non incidentalmente — dall’effetto cambio favorevole per le multinazionali americane. Il record intraday e il nuovo massimo di chiusura sono stati confermati nelle cronache in tempo reale e nei dispacci Reuters. Il giorno precedente, il 27 gennaio 2026, l’indice aveva già segnato un massimo di chiusura a 6.978,6 punti.
Perché un dollaro più debole spinge le azioni USA
Un dollaro debole è, di norma, una buona notizia per i gruppi statunitensi con elevata esposizione estera: ogni euro o yen incassato fuori confine, una volta convertito, vale di più in dollari; inoltre i prodotti americani diventano relativamente più competitivi sui mercati globali. Secondo analisi di case come Barron’s e stime circolate su Reuters, circa il 40-41% dei ricavi delle società dell’S&P 500 arriva dall’estero; una deprezzamento del 10% del dollaro può aggiungere, in media, fino a 2 punti percentuali agli utili dell’indice, con beneficio più marcato per tecnologia, materiali e comunicazione.
Questa dinamica è stata evidente nel 2025 e in avvio 2026: un paniere di blue chip con alta quota di vendite internazionali ha sovraperformato i titoli più domestici, come segnalato dal Financial Times. Il calo quasi del 10% del dollaro nel 2025 ha fornito un tailwind ai conti di molti gruppi, amplificando l’effetto del ciclo di investimento in intelligenza artificiale.
Un dollaro debole “fa come i dazi”? Sì, ma con differenze importanti
È utile chiarire un concetto chiave: una deprezzamento della valuta opera in parte come un dazio implicito. Un dollaro più debole rende le importazioni più care in valuta nazionale e le esportazioni più competitive. In termini di incentivi, l’effetto ricorda quello dei dazi: scoraggia l’acquisto di beni esteri e sostiene le vendite all’estero di beni domestici. Tuttavia, l’equivalenza non è perfetta. La letteratura sul cosiddetto “International Price System” — di economiste come Gita Gopinath — mostra che il dollaro è la valuta dominante di fatturazione del commercio mondiale; ciò attenua, nel breve, il pass-through dei cambi sui prezzi all’import degli USA, rendendo più lenta e più modesta la trasmissione all’inflazione rispetto a quanto avviene in altri Paesi. Detto altrimenti: il dollaro debole “somiglia” a un dazio, ma l’effetto-prezzi interno è meno meccanico e più graduale.
C’è poi la dimensione macro: i dazi sono una tassa amministrativa su categorie specifiche di beni; la deprezzamento è un prezzo relativo che cambia per tutti i beni commercializzabili. Nel breve, come ricorda anche Brookings, i movimenti del cambio possono essere compensati da altri canali — ad esempio l’aumento della domanda interna se la politica monetaria resta espansiva — e l’effetto netto sulla bilancia commerciale non è immediato.
Gli “effetti collaterali”: import più cari, inflazione e potere d’acquisto
Per i consumatori americani, il conto più visibile passa dai beni importati: con un dollaro debole, il prezzo in dollari di ciò che arriva dall’estero tende a salire. La spinta è più marcata su categorie con elevato contenuto importato e dove il pass-through è più rapido (dalla tecnologia di consumo a parte dei beni durevoli). In prospettiva, un calo del cambio può alimentare pressoni inflazionistiche di rimbalzo, specie se si accompagna a dazi già esistenti sui partner commerciali, come quelli introdotti nei pacchetti del 2025. Su questo punto, diverse analisi (tra cui quelle rilanciate da Reuters) hanno sottolineato come l’onere dei dazi sia ricaduto in larga misura su imprese e famiglie americane; un dollaro più debole può aggiungere un ulteriore strato di costo.