il caso
Dazi sui “mini‑pacchi”, effetto boomerang: i colossi dell’e‑commerce lasciano l'Italia
Una tassa da 2 euro per colpire le importazioni low cost ha innescato l’effetto contrario: spedizioni dirottate altrove, voli cargo in calo e un puzzle normativo che ora Roma deve risolvere
Allo scalo merci di Milano Malpensa la linea di piazzole dove atterrano i wide-body che scaricano i pacchi dell’e‑commerce è insolitamente vuota. Nelle stesse ore, a Liegi, Amsterdam e Budapest i muletti corrono più del solito: i container sono gli stessi che fino a poche settimane fa scendevano dalle stive in Lombardia. A muoverli non è una scelta logistica qualsiasi, ma un cambio di rotta dettato da un contributo da 2 euro sui “piccoli pacchi” imposto dall’Italia dal 1° gennaio 2026. Nel tentativo di frenare l’onda lunghissima degli acquisti “low cost” extra‑UE — spesso da piattaforme come Temu, Shein o AliExpress — il governo ha finito per spingere gli operatori a sdoganare altrove, sfruttando la libera circolazione nel Mercato unico. Risultato: traffico in picchiata in Italia, catene logistiche ricalibrate, e un dibattito acceso su come correggere la rotta senza colpire consumatori e imprese.
Che cosa prevede la misura italiana
Con la Legge di Bilancio 2026 (legge n. 199/2025), l’Italia ha introdotto un contributo fisso di 2 euro per ogni spedizione di valore dichiarato non superiore a 150 euro proveniente da Paesi terzi. La norma, definita come “contributo per la copertura delle spese amministrative doganali”, si applica a spedizioni B2C, B2B e anche tra privati, e viene riscossa in dogana. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) ha dettagliato le regole operative con la Circolare n. 37/2025 del 30 dicembre 2025, precisando obblighi, modalità dichiarative (H1 e H7), soggetti debitori e tempi di contabilizzazione. Per l’avvio, ADM ha previsto un regime transitorio fino al 28 febbraio 2026: la riscossione “a regime” parte dal 1° marzo 2026, con liquidazione immediata per le H1 e contabilizzazione periodica per le H7.
Quando la misura è stata scritta, la Ragioneria generale dello Stato stimava un gettito di circa 122 milioni nel 2026, che a regime sarebbe potuto salire a 245 milioni l’anno. Ma i conti, almeno per ora, non tornano.
Il boomerang in numeri: -36% di arrivi diretti e voli dirottati
Secondo i dati forniti dall’Agenzia delle Dogane e riportati dalla stampa internazionale, tra il 1° e il 20 gennaio 2026 il numero di spedizioni a basso valore arrivate direttamente in Italia da Paesi extra‑UE è sceso del 36% rispetto allo stesso periodo del 2025. In parallelo, su Malpensa si contano “almeno 30 voli” cargo dirottati in altre piazze europee; e c’è chi sottolinea che lo scalo lombardo gestisce circa il 60% delle merci aviotrasportate destinate al mercato italiano, amplificando l’effetto. Le associazioni di settore parlano apertamente di effetto boomerang e chiedono una sospensione o un rinvio del contributo.
Sul fronte politico, in maggioranza c’è chi propone di allineare l’Italia al calendario europeo, rinviando l’applicazione effettiva del contributo nazionale al 1° luglio 2026. Intanto, i consumatori — con Codacons in prima linea — chiedono di cancellare il balzello, sostenendo che venga aggirato facendo transitare i pacchi in altri Paesi UE dove il contributo non esiste, per poi entrare in Italia su gomma.
Perché le spedizioni “scappano” dall’Italia
Il meccanismo è semplice: in base alle regole del Mercato unico, una volta sdoganate in un Paese membro, le merci circolano liberamente nell’UE. Se un operatore sdogana a Liegi, la spedizione può raggiungere il cliente italiano senza ulteriori contributi nazionali, perché è già in libera pratica. Il contributo italiano diventa così un costo evitabile, in un settore dove i margini sono millimetrici e la scalabilità è tutto. Per le piattaforme che movimentano volumi enormi e contrattualizzano rotte e hub su base trimestrale, riorganizzare i flussi è questione di settimane.
La mossa di Roma è maturata mentre a Bruxelles si accelerava verso una soluzione UE: il Consiglio dell’Unione europea ha infatti raggiunto un accordo per introdurre, dal 1° luglio 2026, un dazio fisso di 3 euro su ogni piccola spedizione (sotto 150 euro) che entra nell’Unione, come misura temporanea in attesa della riforma doganale definitiva e dell’abolizione della soglia “de minimis”. L’obiettivo è colmare una asimmetria competitiva con i retailer europei, rafforzare i controlli di sicurezza e tagliare le frodi legate alla sottovalutazione delle merci.
Da mesi la Commissione europea lavora a un pacchetto più ampio: dalla creazione di un Customs Data Hub all’introduzione di un contributo di handling per gestire il carico amministrativo generato da un flusso stimato in 4,6 miliardi di piccoli invii l’anno. La linea di Bruxelles — presentata come compensazione dei costi e non come “nuova tassa” — si salda con l’abolizione progressiva della soglia sotto i 150 euro e con l’estensione della responsabilità diretta dei marketplace e dei venditori extra‑UE registrati nello schema IOSS.
Il contributo nazionale è entrato in vigore in anticipo rispetto alla misura UE, creando una finestra temporale durante la quale convive un extra‑costo solo in Italia. Gli operatori hanno alcune settimane per adeguare i sistemi; nel frattempo vige un regime transitorio fino al 28 febbraio 2026. L’effetto annuncio ha però già ricalibrato i flussi: gli aerei atterrano in hub UE “alternativi”, e il “last mile” per l’Italia si sposta su camion. Il gettito atteso (circa 122 milioni nel 2026) rischia di assottigliarsi proprio perché le spedizioni evitano lo sdoganamento in Italia; i costi indiretti (perdita di voli, traffico su strada, emissioni) si spostano invece sul territorio italiano.