LAVORO
STMicroelectronics, a Catania tornano le assunzioni: cinquanta ingressi a termine nel 2026. Segnale di ripresa o timido rimbalzo?
Tra investimenti miliardari e mesi di incertezza, il polo etneo dei chip riaccende il motore dell’occupazione: cinquanta contratti a tempo determinato tra febbraio e settembre 2026. La mossa piace alla Fiom, ma il quadro resta complesso.
Catania, ore 6:45 di un prossimo turno mattutino. Nel silenzio dei corridoi iper-luminati della clean room, i robot AGV scorrono come metronomi tra le baie di produzione. Un capoturno annota sul palmare un dato inatteso: tra poche settimane la squadra crescerà. Non è il boom che qualcuno sognava, ma è ossigeno. Parliamo di circa “50” nuove assunzioni a tempo determinato tra “febbraio” e “settembre 2026”, annunciate da STMicroelectronics e salutate con favore dalla Fiom Cgil di Catania. Un piccolo scatto in avanti dopo mesi in cui il polo etneo dei semiconduttori ha vissuto tra promesse di investimento, stati di tensione occupazionale e attese di piani industriali. È poco? È tanto? Dipende dalla lente con cui lo si guarda.
Cosa prevede l’inserimento: tempistiche, reparti sotto pressione e la lettura dei sindacati
Secondo quanto comunicato dall’azienda e rilanciato dalla stampa locale, tra il “febbraio” e il “settembre 2026” è previsto l’inserimento di “circa 50 lavoratrici e lavoratori” con contratti a tempo determinato. Per la Fiom Cgil di Catania, si tratta di una “boccata d’ossigeno” per reparti produttivi “sotto pressione” e, soprattutto, di un segnale – prudente – di ripresa occupazionale per il territorio. La notizia, nel suo perimetro, è chiara: rafforzare i turni e ridurre le criticità operative in una fase in cui la domanda, pur altalenante, sembra tornare a bussare alle linee di produzione.
La scelta del tempo determinato ha una logica industriale immediata: consente di assorbire picchi di produzione e testare la continuità del portafoglio ordini nei prossimi trimestri, senza irrigidire subito l’organico con impegni a lungo termine. Per chi vive ogni giorno i ritmi della fabbrica, però, la vera discriminante sarà la possibilità – o meno – di stabilizzazione qualora i volumi confermassero una traiettoria in crescita.
Il contesto: investimenti senza precedenti e la scommessa sul “carburo di silicio”
La parabola catanese non si spiega senza il progetto più ambizioso degli ultimi anni: la nascita di un “Silicon Carbide Campus” capace di integrare l’intera filiera, dal substrato al modulo, su wafer da “200 mm”. Un disegno industriale che vale circa “5 miliardi di euro” di investimenti pluriennali, sostenuto da “2 miliardi di euro” di aiuti pubblici italiani approvati dalla Commissione europea nel quadro dell’EU Chips Act. Il traguardo dichiarato: avviare la produzione nel “2026” e salire gradualmente fino alla capacità massima tra la fine del decennio e l’inizio del successivo.
Perché tutto questo è decisivo? Perché il carburo di silicio (SiC) è oggi un concetto chiave: consente dispositivi di potenza più efficienti, riducendo sprechi energetici e dimensioni dei sistemi, soprattutto su auto elettriche, colonnine di ricarica, industria e cloud. Portare a Catania una filiera “verticale” – substrato, epitassia, front-end e back-end – significa alzare la qualità, ridurre dipendenze esterne, accorciare il time-to-market e intercettare la domanda di clienti automotive e industriali di prima fascia. È il motivo per cui Bruxelles ha definito l’impianto “unico” in Europa e strategico per la transizione digitale e green.
Sul piano operativo, le informazioni comunicate al mercato da STMicroelectronics parlano di un nuovo impianto ad alto volume su “200 mm” e di una piena integrazione con il vicino stabilimento di substrati SiC, già in rampa. Inizio produzione nel “2026”, quindi una rampa verso la piena capacità entro il 2032-2033, con un potenziale di fino a “15.000 wafer a settimana” a regime. Sono numeri che danno la misura della scommessa e del perché anche Catania sia finita al centro della mappa europea dei semiconduttori.
La cornice istituzionale: contratti di sviluppo, cofinanziamenti e regia pubblica
La costruzione del Campus non è solo una partita aziendale. In questi mesi si è andati avanti anche sul piano amministrativo con la firma del contratto di sviluppo tra STMicroelectronics, Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Invitalia e Regione Siciliana, che quantifica in oltre “5 miliardi di euro” gli investimenti e in più di “2 miliardi” le agevolazioni pubbliche, con “300 milioni di euro” messi dalla Regione. Un tassello che, sulla carta, cementa l’impegno industriale e istituzionale sul sito etneo.
Nel frattempo, l’assessore regionale all’Economia, Alessandro Dagnino, ha più volte rimarcato l’ambizione di valorizzare ulteriormente l’impianto catanese, stimando un impatto rilevante in termini di valore aggiunto e occupazione. Il linguaggio è quello delle grandi occasioni: trasformare Catania in un hub europeo del SiC, facendo leva su investimenti, formazione e competenze. Ma la politica, si sa, vive di risultati misurabili nel tempo: assunzioni, stabilizzazioni, nuove linee, produttività.
L’altra faccia della medaglia: 2025, tra cassa integrazione, esuberi e piani in revisione
Per capire il valore dei “50” ingressi 2026 bisogna ricordare il contraccolpo del 2025. Nei mesi scorsi, fonti sindacali e stampa hanno documentato un ampio ricorso agli ammortizzatori sociali – si è parlato di “2.500” addetti in cassa integrazione per due settimane a Catania – e l’avvio di piani di riorganizzazione con “206 esuberi” comunicati al tavolo governativo. Un contesto che ha acceso l’allarme dei sindacati, soprattutto della Fiom etnea, e ha alimentato il dibattito sull’allineamento fra fondi pubblici e garanzie occupazionali.
Non solo: in parallelo, la discussione su uscite volontarie complessive fino a “2.800” a livello di gruppo ha aumentato l’incertezza tra i lavoratori italiani, con riflessi anche sulla percezione del sito catanese e del suo perimetro industriale. È in questo quadro, dunque, che i “50” contratti a termine assumono il significato di primo passo dopo una stagione in chiaroscuro: non la risoluzione dei problemi, ma un segnale di inversione che va verificato alla prova dei fatti nei prossimi trimestri.
Che cosa cambia in fabbrica: capacità, turni, profili
Senza avventurarsi in dettagli non confermati, è ragionevole attendersi che gli inserimenti a termine si concentrino laddove la pressione operativa è più intensa: reparti produttivi e aree di supporto connessi alla rampa SiC e agli obiettivi di qualità e resa. Nei poli semiconduttori, i profili tipici includono operatori di produzione, tecnici di manutenzione, metrologia e qualità, logistica interna, oltre a figure di assistenza di processo. La chiave, in contesti di “200 mm” e di clean room ad alta automazione, resta la formazione continua: saper leggere i parametri di processo, dialogare con strumenti complessi, muoversi in ambienti regolati da protocolli stringenti su contaminazione particellare, sicurezza e tracciabilità.
Su questo punto, un passaggio del dossier europeo è particolarmente importante: tra gli impegni assunti rientra lo sviluppo di percorsi di formazione e upskilling per ampliare il bacino di competenze necessarie alla manifattura avanzata di SiC in Europa. Una linea che può tradursi, sul territorio, in partnership con ITS, università e centri di ricerca, alimentando un ecosistema in grado di sostenere l’espansione del Campus negli anni.
L’impatto sul territorio: oltre i numeri, la questione delle filiere
Cinquanta ingressi non spostano, da soli, l’ago della bilancia occupazionale di una provincia: ma contano se letti come indicatore di tendenza in un sito che, da decenni, è il cuore manifatturiero hi-tech di Catania. Qui l’indotto – dai servizi tecnici alla manutenzione avanzata, dal facility management ai materiali speciali – vive di sinergie con la fabbrica. Ogni incremento di capacità, anche parziale, può tradursi in ordini e micro-occasioni per le PMI locali, a patto di consolidare standard e certificazioni richieste da una supply chain globale.
Non va dimenticato che Catania compete con altri poli europei e che l’adozione di SiC nell’auto elettrica vive oggi una fase meno lineare del previsto, come segnalato da più osservatori di mercato. È la ragione per cui prudenza e flessibilità – nel dimensionamento degli organici e nel calendario delle linee – restano parole d’ordine. Le “50” assunzioni 2026, dunque, servono a testare il polso della domanda e la tenuta dei programmi assicurando continuità ai reparti più sotto stress.
Il ruolo della politica industriale: dal Chips Act alla governance locale
La traiettoria catanese è figlia di una politica industriale europea che, con l’EU Chips Act, ha scelto di sostenere filiere strategiche riducendo dipendenze critiche. Il via libera di Bruxelles a “2 miliardi di euro” di aiuti per la fabbrica SiC è una delle applicazioni più tangibili dell’impianto regolatorio europeo: in cambio, l’azienda si impegna su priorità di fornitura in caso di crisi, ricadute lungo la catena del valore, standard di sicurezza economica e, appunto, formazione delle competenze. La coerenza tra risorse pubbliche e ricadute occupazionali sarà il parametro con cui cittadini e lavoratori giudicheranno, nei fatti, l’efficacia dell’intervento.
A livello nazionale e regionale, il contratto di sviluppo e i cofinanziamenti – oltre “2 miliardi” di agevolazioni, di cui “300 milioni” regionali – sono la base per una governance condivisa che dovrà vigilare su tempistiche, milestone e obiettivi occupazionali. Le tensioni del 2025 insegnano che i tavoli vanno convocati e presidiati con continuità, evitando che i segnali di ripresa occupazionale si perdano in controspinte legate a cicli di mercato o riorganizzazioni globali.