ECONOMIA
Italia, quel decimale che pesa: il Pil 2025 cresce dello 0,7% (ma Francia e Spagna vanno più forte)
Un avanzo minimo ma significativo: nel finale d’anno l’economia accelera (+0,3% congiunturale),il Belpaese cresce più della Germania ma resta dietro le altre due forti economie europee. Cosa c’è dietro i numeri e cosa aspettarsi nel 2026.
È una mattina d’inverno e il dato arriva secco, senza fanfare: +0,7%. Non è un rullo di tamburi, ma in un’Europa che ha faticato per tutto l’anno, quel decimale basta a cambiare il tono del racconto. L’Italia chiude il 2025 con una crescita reale dello 0,7%, confermando il passo del 2024, e lo fa con un quarto trimestre in accelerazione (+0,3% congiunturale, +0,8% tendenziale). È più di quanto lo stesso governo si aspettava (+0,5%), meno di quanto hanno messo a segno Spagna e Francia, ma meglio di Germania. Una fotografia sfumata, che impone di guardare sotto la superficie: dove spinge la domanda interna, dove frena l’export, come si muove il lavoro. E, soprattutto, cosa implica per il 2026.
La fotografia Istat: una chiusura d’anno in accelerazione
La stima preliminare di Istat segnala che tra ottobre e dicembre il prodotto interno lordo è salito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,8% su base annua, portando il consuntivo 2025 a +0,7% in termini reali, corretti per calendario e destagionalizzati. La crescita trimestrale è «sintesi di un aumento del valore aggiunto in tutti i principali comparti, più marcato in agricoltura e in industria», con un contributo positivo della domanda interna (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta. Un quadro coerente con la tenuta dei consumi e l’andamento altalenante delle vendite oltreconfine in un anno segnato da tensioni commerciali e forte volatilità del cambio.
La sorpresa rispetto alle attese ufficiali
Il +0,7% supera la stima prudenziale del Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) che, lo scorso 2 ottobre 2025, fissava la crescita tendenziale del 2025 a +0,5%. Una scelta cauta in un contesto di incertezza geopolitica e rallentamento europeo che, alla luce del consuntivo, si è rivelata più conservativa del necessario. Per il 2026 il quadro programmatico resta impostato su una dinamica moderata (+0,7%), con il rientro del deficit verso il 3% e margini di manovra concentrati su difesa, sanità, fisco e lavoro.
Il confronto europeo: dietro a Madrid e Parigi, davanti a Berlino
La mappa della crescita 2025 è netta. La Spagna chiude l’anno con un +2,8%, sostenuta da consumi vivaci e investimenti in ripresa; nel quarto trimestre il Pil iberico è avanzato dello 0,8% congiunturale, la migliore performance tra le grandi economie dell’area. La Francia cresce in media dello 0,9% nel 2025 (con un +0,2% nel quarto trimestre), mentre la Germania riparte appena, a +0,2% su base annua, dopo due anni difficili, complice la debolezza dell’export e un investimento privato ancora cauto. Nel complesso, l’eurozona ha accelerato nel quarto trimestre (+0,3% q/q) e si stima abbia archiviato l’anno intorno a +1,5%. In questo contesto, l’Italia sta nel mezzo: soffre meno della Germania, ma non aggancia il ritmo di Spagna e, su base annua, nemmeno quello della Francia.
Domanda interna contro domanda estera: il motore e il freno
Il messaggio che arriva dai conti trimestrali italiani è chiaro: la domanda interna ha fatto il suo dovere, mentre la domanda estera ha rallentato il passo. Secondo Istat, nel quarto trimestre l’apporto della componente nazionale (al lordo delle scorte) è stato positivo, a fronte di un contributo negativo del canale estero. La dinamica è coerente con lo scenario europeo di fine 2025: consumi in lieve recupero grazie al graduale riassorbimento dell’inflazione, investimenti moderati ma in ripartenza a macchia di leopardo, export frenato da pressioni competitive e da un contesto di politiche commerciali più restrittive, oltre che da movimenti valutari sfavorevoli per chi vende fuori dall’area euro.
Il mercato del lavoro: nuovi minimi per la disoccupazione, con cautela
Sul fronte lavoro, il 2025 si chiude con un segnale che non si vedeva dai primi anni Duemila: a dicembre 2025 il tasso di disoccupazione scende al 5,6%, minimo delle serie storiche dal 2004, pur con un lieve calo degli occupati su base mensile (-20 mila, -0,1%). Nell’anno gli occupati risultano +62 mila rispetto a dicembre 2024, con crescita degli indipendenti e dei permanenti che compensa in parte il calo dei contratti a termine. È un dato coerente con una crescita bassa ma non stagnante e con margini di produttività ancora da liberare.
Le altre grandi economie: tre traiettorie, un’unica lezione
- Spagna: la «locomotiva» 2025 dell’eurozona si conferma tale. Il +2,8% annuo arriva nonostante il contributo negativo della domanda estera: i consumi delle famiglie e gli investimenti trainano la crescita, mentre l’export risente delle tensioni commerciali globali. La correzione del risparmio e il recupero del mercato del lavoro hanno fatto la loro parte.
- Francia: chiusura 2025 a +0,9% su base annua, con un quarto trimestre +0,2% e una domanda interna che regge, anche grazie alla ripresa dell’aeronautica e a un profilo di inflazione in rientro. La crescita resta moderata ma più stabile rispetto a Germania e Italia.
- Germania: l’anno si chiude a +0,2% (o +0,3% al netto del calendario), un ritorno in territorio positivo dopo la recessione. A frenare sono soprattutto export e investimenti, zavorrati dall’apprezzamento dell’euro, dai dazi statunitensi e dalla concorrenza cinese; tengono i consumi pubblici e privati. Un contesto in cui l’Italia, per una volta, corre leggermente di più.
Italia: perché il 2025 vale più della sua percentuale
La crescita +0,7% non è un traguardo e non evita i nodi strutturali, ma racconta tre cose importanti:
- La capacità di tenuta dell’economia domestica. In un anno difficile per l’area euro, i consumi hanno smesso di frenare e alcuni comparti manifatturieri hanno ritrovato ossigeno. La spinta settoriale da agricoltura e industria nel quarto trimestre è un segnale da monitorare: non basta, ma indica che la base produttiva resta reattiva agli impulsi di domanda.
- Il cambio di passo rispetto alle attese. Tra aprile e ottobre 2025, il governo aveva rivisto con prudenza allo 0,5% la crescita attesa per l’anno, in linea con molte stime internazionali. Il consuntivo migliore dice che, nonostante shock esterni e ritardi vecchi e nuovi, il sistema ha margini di resilienza.
- Il segnale politico-contabile. Con una crescita superiore al quadro programmatico, la gestione dei conti pubblici nel 2026 può beneficiare di un punto di partenza meno sfavorevole del previsto, pur rimanendo necessario il rientro del deficit e l’attenzione al debito.
Dove la crescita ha preso quota (e dove no)
- Servizi: sostengono il Pil lungo tutto il 2025, complice il turismo che ha continuato a performare bene e la normalizzazione di alcuni comparti a maggior valore aggiunto. Un aiuto è venuto dal progressivo rallentamento dell’inflazione nell’eurozona, che ha favorito il potere d’acquisto.
- Industria: rimbalzo selettivo. La spinta del quarto trimestre, indicata da Istat, segnala un recupero in coda d’anno. Resta però la sfida delle catene globali del valore, dell’energia e della competitività.
- Costruzioni: comparto in stabilizzazione, dopo un biennio condizionato da norme e incentivi in uscita. Il canale degli investimenti pubblici legati a Pnrr, difesa e infrastrutture resta potenzialmente trainante, ma con execution da migliorare. (Valutazione prudenziale alla luce del quadro tendenziale).
- Export: l’anello debole del 2025. Gli scambi hanno scontato il contesto di dazi e l’apprezzamento dell’euro nella seconda parte dell’anno, comprimendo il contributo estero. Il tema non è transitorio: la ridefinizione delle regole commerciali e la competizione tecnologica richiedono un riposizionamento su mercati e prodotti.
Lo scarto con la Spagna: cosa insegna il +2,8%
Il +2,8% spagnolo pone un interrogativo alla politica economica italiana: come consolidare la crescita quando l’export non aiuta? Madrid ha beneficiato di tre leve:
- una dinamica robusta dei consumi delle famiglie;
- una ripresa degli investimenti, in particolare nei beni di investimento e nelle costruzioni;
- un mercato del lavoro in miglioramento.
Il rovescio della medaglia è comune: la domanda estera ha sottratto crescita. Per l’Italia, la lezione è chiara: accelerare su produttività, capitale umano e investimenti innovativi per sostenere la domanda interna senza erodere gli equilibri esterni.
Francia e Germania: stabilità contro fragilità
La Francia si conferma su una traiettoria di stabilità moderata (+0,9% annuo) con segnali settoriali forti nell’aeronautica e un quarto trimestre positivo (+0,2%), mentre la Germania resta il malato in convalescenza: +0,2% il dato annuo, con nodi noti su energia, manifattura ed export. Due modelli diversi, due messaggi per l’Italia: servono politiche industriali mirate (alla francese) e un rafforzamento delle reti e dell’innovazione per non replicare impasse tedesche.
Il quarto trimestre europeo: un vento di coda
L’eurozona ha sorpreso positivamente a fine 2025 con un +0,3% congiunturale, segnale di un ambiente meno ostile del previsto. L’Italia si allinea a questo ritmo; Spagna e Portogallo fanno meglio (+0,8%), Francia cresce di +0,2%, Germania di +0,3%. Uno scarto che spiega la classifica annuale e che rafforza l’idea di un 2026 di ripresa graduale, seppure non esplosiva.
Che cosa significa per famiglie e imprese
- Per le famiglie, la combinazione tra inflazione in ulteriore rientro e mercato del lavoro più favorevole aumenta la probabilità che i consumi restino in territorio positivo anche nella prima metà del 2026. Resta il nodo del caro-affitti e dei tassi reali su alcuni mutui, ma la direzione è meno gravosa che nel 2023-24.
- Per le imprese, il 2025 ha confermato quanto sia cruciale la diversificazione dei mercati e l’aggiornamento tecnologico. La domanda interna può sostenere una parte del fatturato; senza un ribilanciamento competitivo dell’export, però, la crescita resterà compressa.
- Per i conti pubblici, un Pil leggermente migliore del previsto aiuta gli indicatori di sostenibilità, ma non sposta da solo la necessità di scelte selettive su spesa e entrate.
Rischi e variabili-chiave per il 2026
- La traiettoria della Germania: se Berlino rafforzerà l’uscita dalla recessione, l’Italia potrà beneficiarne lungo le filiere manifatturiere condivise. Viceversa, un’altra frenata tedesca peserebbe sull’export italiano.
- La politica dei dazi e il quadro geopolitico: la ricalibrazione degli scambi globali resta il principale freno esterno. L’Italia dovrà continuare ad adattare le proprie catene del valore.
- La dinamica dei prezzi e della politica monetaria: con l’inflazione in moderazione, l’area euro può mantenere condizioni finanziarie meno restrittive, sostenendo il credito a famiglie e imprese. Scenario che favorirebbe la domanda interna anche in Italia.
Le priorità per trasformare lo 0,7% in crescita strutturale
- Mettere a terra rapidamente i progetti del Pnrr con focus su digitalizzazione, energia e competenze.
- Alleggerire i colli di bottiglia burocratici su investimenti e infrastrutture, rafforzando la certezza regolatoria.
- Favorire l’innovazione nelle Pmi attraverso incentivi stabili e prevedibili, evitando stop-and-go che disorientano la programmazione degli investimenti.
- Sostenere l’export nei mercati extra-Ue con strumenti di assicurazione, finanza e promozione mirati, in particolare su filiere a medio-alto contenuto tecnologico.
- Intervenire sulla produttività del lavoro con politiche per formazione, transizione digitale e partecipazione femminile.
Non basterà un altro +0,7% per cambiare traiettoria, ma il 2025 dimostra che, in un contesto complicato, l’Italia è in grado di sorprendere al rialzo. La sfida del 2026 è trasformare la tenuta in progressione, evitando che la spinta della domanda interna si esaurisca prima che l’export recuperi. È una questione di scelte: industriali, fiscali, di capitale umano. È lì che si gioca il prossimo decimale.