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il caso

Il crollo di oro e argento, terremoto sui mercati: perché lo “scricchiolio” della fiducia travolge i metalli rifugio

Una settimana fa erano i campioni del rally. Ora, tra svendite forzate, dollaro più forte e segnali di stretta monetaria, i metalli preziosi bruciano capitalizzazione e certezze. Ecco numeri, cause, scenari, rischi e opportunità spiegati senza sconti

02 Febbraio 2026, 08:24

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Oro e argento, terremoto sui mercati: lo “scricchiolio” della fiducia travolge i metalli rifugio

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L’oro spot ha ceduto un altro 8%, scivolando in area 4.469 dollari l’oncia, mentre l’argento ha perso circa un ulteriore 7%, riportandosi in zona 78 dollari. È la coda lunga del tonfo di venerdì, quando il metallo bianco aveva lasciato sul terreno quasi il 30% in una singola seduta. Per i metalli “rifugio”, un paradosso diventato realtà: il panic selling non ha fatto sconti nemmeno a chi dovrebbe proteggere dal panico.

Un ribasso che non si ferma: cosa è successo 

Il mercato non si è svegliato “capriccioso”: ha reagito a un cambio di contesto. Il detonatore più visibile è stato l’annuncio della nomination di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, al posto di Jerome Powell. Figura considerata più ortodossa e attenta alla disciplina monetaria, Warsh è percepito dagli operatori come il simbolo di una Fed più rigorosa sul bilancio e meno incline a tollerare valutazioni iperboliche sostenute dalla liquidità. Il risultato immediato è stato un dollaro in rafforzamento e un riprezzamento dei mercati dei tassi, due forze che storicamente pesano sui metalli denominati in dollari.

Venerdì, in scia alla notizia e al contestuale storno degli indici azionari, oro e argento hanno sperimentato una delle peggiori sedute degli ultimi decenni. Gold futures sono scesi intraday anche sotto quota 4.900 dollari, mentre l’argento ha sfiorato cali intraday superiori al 25%. Un contributo decisivo lo hanno dato gli adeguamenti di margine decisi dalla CME Group, che hanno innescato vendite forzate da parte degli operatori più esposti con leva. Il lunedì successivo non ha portato sollievo: la pressione è continuata, con l’oro in area 4.470-4.515 dollari e l’argento tra 73 e 78 dollari, a seconda delle piazze e delle scadenze monitorate.

Dalla “corsa ai massimi” al rientro brusco

Per comprendere la violenza del movimento bisogna ricordare da dove veniamo. Tra fine 2025 e inizio 2026, l’oro aveva segnato una sequenza di massimi storici, toccando a fine dicembre picchi sopra 4.540 dollari, mentre l’argento aveva aggiornato i propri massimi storici tra 83 e 84 dollari. Un balzo alimentato da una miscela potente: acquisti delle banche centrali, instabilità geopolitica, aspettative di tagli dei tassi negli Stati Uniti e timore di deficit fiscali crescenti. In quel clima, la domanda “di protezione” e la componente speculativa avevano marciato nella stessa direzione. Quando però il segnale di politica monetaria è cambiato, quella stessa leva si è girata.

I dati di venerdì e di oggi raccontano un rientro che ha pochi precedenti per ampiezza e velocità. Ma diversi analisti invitano a non confondere la correzione con la fine del ciclo: per alcuni, l’oro resta inserito in un trend di medio periodo sostenuto da fattori strutturali (domanda ufficiale, rischi geopolitici), mentre la sensibilità dell’argento ai cicli industriali e alla speculazione lo rende naturalmente più volatile.

Le cinque leve che hanno alimentato il sell-off

L’aspettativa che la Fed sotto Kevin Warsh possa privilegiare stabilità dei prezzi e riduzione del bilancio ha spinto Treasury e dollaro, deprimendo l’appeal dei metalli. La relazione inversa tra indice del dollaro e prezzi dell’oro si è riattivata con forza dopo settimane in cui la narrativa del “taglio tassi a breve” teneva banco.

Gli aggiustamenti dei requisiti di margine sui contratti di CME hanno accelerato il deleveraging: più capitale per mantenere la stessa esposizione significa liquidazioni forzate per gli operatori sopraesposti. Il meccanismo è noto, ma quando interviene su posizioni accumulatesi durante un rally verticale, i prezzi diventano fragili.

Nel 2025 l’oro è stato tra i best performer dell’asset allocation globale, con rendimenti annuali a doppia cifra e progressioni settimanali rarefatte. Nei portafogli, la posizione “lungo oro” era diventata un consenso. Quando il consenso si gira, il ritracciamento tende a essere sovradimensionato rispetto ai fondamentali.

Sull’argento, l’accelerazione ribassista è stata più brusca. Molte letture riconducono la dinamica alla maggiore speculazione emersa in alcuni comparti di trading asiatici nel 2025, ai flussi retail e al ruolo degli ETF focalizzati su metalli bianchi. La natura “ibrida” dell’argento — bene rifugio ma anche metallo industriale — lo espone a doppia leva: quando il ciclo percepito rallenta e la speculazione smonta, il prezzo sconta entrambi i fattori.

Gli algoritmi che governano parte consistente degli scambi intraday reagiscono a soglie tecniche e volatilità. La rottura di livelli psicologici (per l’oro 4.500 e 4.400 dollari, per l’argento 80 e 75 dollari) ha catalizzato ordini di stop, spingendo i movimenti oltre i fondamentali di breve. Gli stessi desk segnalano spread allargati nelle fasi più concitate di venerdì e lunedì.

Se l’incertezza nasce dalla prospettiva di politiche monetarie più restrittive, la “leva rifugio” dei metalli può perdere trazione. Un dollaro più forte riduce il potere d’acquisto internazionale sul metallo, mentre rendimenti reali in risalita aumentano il costo opportunità di detenere un asset che non paga cedole. Se poi lo shock colpisce portafogli altamente leveraged, la priorità diventa fare cassa: si vendono anche gli asset “buoni” per coprire perdite altrove. E i numeri delle ultime 48-72 ore fotografano proprio questa dinamica.

A livello globale, la correzione sui metalli è arrivata insieme a ribassi sugli indici azionari e movimenti contrastati sui rendimenti. Il quadro, per ora, non segnala rotture sistemiche, ma un rapido repricing di un’aspettativa (“tassi presto in calo”) che si è rivelata prematura.

Argento sotto la lente: tra industria, sostituzione e scorte

L’argento vive sempre due vite. Quella “finanziaria”, che si muove con l’oro e la percezione del rischio; e quella “industriale”, legata alla domanda per fotovoltaico, elettronica, automotive. Proprio qui stanno i nodi di medio periodo che gli analisti mettono in guardia dal sottovalutare: la possibilità di sostituzione parziale del metallo in alcune applicazioni ad alto consumo, l’aumento di offerta di rottame incentivata dai prezzi elevati, il rischio di un’elasticità della domanda superiore a quanto stimato durante il rally. Sono elementi che, nel breve, amplificano la volatilità.

Oro: correzione ciclica o inversione di trend?

Il punto più delicato per gli investitori è capire se siamo davanti a una correzione dentro un trend rialzista di medio periodo o all’inizio di una fase orso più lunga. Al momento, il fronte degli analisti è diviso, ma prevale una lettura prudente: l’oro resta sostenuto da driver strutturali — acquisti delle banche centrali, rischi geopolitici non risolti, deficit fiscali e debito pubblico in crescita — che non scompaiono per effetto di un singolo newsflow, seppure rilevante. Case come J.P. Morgan mantengono target di lungo periodo molto elevati (fino a 6.300 dollari/oz entro fine 2026), pur riconoscendo la necessità di assorbire la volatilità di breve dopo un rally definito “eccezionale”.

Detto questo, il mercato dovrà riequilibrare posizioni e aspettative. Il rimbalzo tecnico è possibile, ma per tornare a correre l’oro avrà bisogno di un segnale coerente: o dati macro che riaprano il tema tagli dei tassi, o un ritorno dell’avversione al rischio non controbilanciato dal dollaro. Nel frattempo, livelli tecnici come 4.400-4.350 dollari rappresentano zone sensibili, con la memoria recente di massimi storici intorno a 4.550 dollari che fungono da riferimento psicologico per chi ragiona in ottica di distribuzione/riallocazione.

Il 2025 aveva lasciato un messaggio chiaro: il “rally che si autoalimenta” è un habitat ideale per gli eccessi di posizionamento. La rotazione improvvisa del 2026 ha reso visibile il rovescio della medaglia. Gli investitori istituzionali che avevano aumentato l’allocazione ai metalli per ragioni di diversificazione ora stanno misurando ex post la loro tolleranza al rischio. Qui non si tratta di demonizzare l’asset class, ma di ricordare che il bene rifugio non è “bene invulnerabile”. La volatilità esiste e può essere severa quando il contesto di policy cambia.

Impatto per l’economia reale: dal gioiello all’industria

Il riflesso sui prezzi al dettaglio non è immediato, ma i produttori di gioielleria e i rivenditori di bullion stanno già ricalibrando i listini. Per l’industria, oscillazioni così ampie comportano rischi operativi: chi utilizza argento come materia prima può decidere di anticipare gli acquisti se percepisce un pavimento di prezzo, oppure rimandare se teme ulteriori discese. Le aziende più robuste in genere proteggono gli approvvigionamenti con hedging mirati, ma l’ampiezza dell’oscillazione osservata tra venerdì 30 gennaio 2026 e lunedì 2 febbraio 2026 richiede revisioni rapide delle strategie.