MANOVRA
Pensioni, taglio Irpef e assegni sociali: perché gli aumenti partono solo da marzo (e come arrivano gli arretrati)
Un rinvio di due mesi che pesa in tasca, ma con conguagli in arrivo: tutte le date, gli importi e le regole operative chiarite dall’Inps
Un lunedì di marzo, allo sportello dell’ufficio postale di un quartiere popolare, un pensionato guarda il cedolino e alza le sopracciglia: “Finalmente c’è”. In quelle righe c’è la fotografia delle scelte della manovra economica di fine anno: il taglio dell’Irpef al 33% per il secondo scaglione e l’aumento di 12 euro della cosiddetta maggiorazione sociale sugli assegni più bassi. C’è anche un dettaglio tutt’altro che marginale: i conguagli che recuperano ciò che non è stato riconosciuto a gennaio e febbraio. È la conferma che il cantiere previdenziale italiano procede, sì, ma con tempi tecnici che allungano l’attesa. E che da marzo – dopo un rinvio di due mesi rispetto all’entrata in vigore formale delle norme – gli effetti saranno finalmente visibili sul netto in pagamento.
Cosa succede da marzo: le due misure-chiave che entrano in busta (o nel cedolino)
Taglio dell’aliquota Irpef sul secondo scaglione: dal 35% al 33% per i redditi tra 28.000 e 50.000 euro. Il risparmio massimo teorico è di 440 euro annui (circa 33-34 euro al mese), mentre oltre i 200.000 euro l’effetto viene sterilizzato da un correttivo sulle detrazioni. La misura decorre dal 1° gennaio 2026, ma l’applicazione operativa sui trattamenti pensionistici scatterà dai pagamenti di marzo 2026, con accredito degli arretrati di gennaio e febbraio.
Incremento della maggiorazione sociale: più 12 euro al mese in via strutturale, che si sommano agli 8 euro già riconosciuti nel 2025; l’aumento riguarda gli over 70 con trattamenti bassi e gli invalidi civili totali. Anche in questo caso, l’aggiornamento slitta ai pagamenti di marzo 2026, con recupero degli arretrati dei mesi precedenti.
Il rinvio è stato ufficializzato da una comunicazione resa nota oggi, che ha fissato proprio a marzo l’operatività delle due novità e la liquidazione degli arretrati. Una scelta dettata dalla necessità di adeguare le procedure informatiche e consolidare i conteggi dopo l’approvazione della Legge di Bilancio 2026 (legge 199/2025).
Perché il ritardo: la legge è in vigore dal 1° gennaio, ma i sistemi no
Dal punto di vista normativo la manovra è entrata in vigore il 1° gennaio 2026. È la Gazzetta Ufficiale a certificare che la legge 30 dicembre 2025, n. 199 è operativa dal primo giorno dell’anno. Tuttavia, l’applicazione della nuova curva Irpef e dell’incremento delle maggiorazioni ha richiesto un lavoro di riallineamento dei software di calcolo dei trattamenti, specie per i pensionati che subiscono ritenute alla fonte e per i quali occorre ricalibrare scaglioni, detrazioni e addizionali. Da qui lo scivolamento a marzo.
Nel frattempo, a gennaio e febbraio i cedolini hanno riflesso soltanto la perequazione automatica fissata in via provvisoria all’1,4% per il 2026, mentre hanno potuto registrarsi conguagli a debito relativi alle ritenute Irpef 2025; per i trattamenti annui inferiori a 18.000 euro e con saldo a debito oltre 100 euro, la normativa consente la rateizzazione fino a novembre 2026.
La cornice normativa: cosa dice la Legge di Bilancio 2026
La manovra – articolata nella legge 199/2025 – ha confermato la struttura a tre scaglioni dell’Irpef e ha ridotto di due punti l’aliquota per il secondo scaglione, stabilendo in parallelo un meccanismo di “neutralizzazione” per i contribuenti con redditi superiori a 200.000 euro, tramite una riduzione forfetaria delle detrazioni per alcuni oneri. È un intervento mirato al ceto medio, con effetti potenziali anche sui redditi da pensione compresi nella fascia 28.000–50.000 euro. L’impianto legale e le percentuali sono cristallizzate nelle analisi tecniche e nei dossier che hanno accompagnato l’entrata in vigore della legge.
Perequazione e base di partenza: quanto vale l’1,4% nel 2026
A fare da base al resto degli interventi c’è la perequazione annuale: per il 2026 l’Inps ha indicato un adeguamento provvisorio all’1,4%, con il trattamento minimo che sale a circa 611,85 euro mensili (7.954 euro annui). La rivalutazione piena si applica fino a quattro volte il minimo, poi segue aliquote di recupero parziale. È un dato chiave per comprendere il cedolino, perché gli aumenti di marzo si innesteranno su questi importi già adeguati a inizio anno.
Chi guadagna cosa: esempi concreti sul netto
L’effetto combinato di perequazione all’1,4%, taglio Irpef al 33% sul secondo scaglione e aumento della maggiorazione sociale non è uguale per tutti. Alcuni esempi utili per orientarsi:
- Pensione lorda intorno a 1.500 euro mensili: l’1,4% vale circa +21 euro lordi; il beneficio netto, al netto delle addizionali, può scendere attorno a +15 euro. Se il reddito resta entro 28.000 euro lordi annui, il taglio dell’aliquota non si applica (si resta nel primo scaglione al 23%).
- Pensione lorda intorno a 2.400 euro: la perequazione vale circa +33,6 euro lordi; l’effetto netto stimato è intorno a +26 euro. Anche in questo caso, l’impatto del taglio dell’aliquota dipende dal superamento di 28.000 euro annui.
- Pensione lorda intorno a 2.800–3.200 euro: qui si entra nel secondo scaglione e il passaggio dal 35% al 33% genera il beneficio più visibile; il vantaggio annuo cresce fino al massimo di 440 euro (circa 33–34 euro al mese), che si sommano alla perequazione. Oltre i 200.000 euro annui, la riduzione dell’aliquota viene di fatto sterilizzata da un taglio corrispondente delle detrazioni.
Attenzione poi al capitolo maggiorazione sociale: per chi ne ha diritto, l’aumento strutturale di 12 euro mensili (che si aggiunge agli 8 euro del 2025) vale +20 euro complessivi al mese una volta a regime, con arretrati da liquidare a marzo per gennaio e febbraio.
Arretrati: come e quando arrivano
Il meccanismo dei conguagli è semplice: con il pagamento di marzo 2026 l’Inps eroga:
- il primo cedolino con il nuovo 33% sul secondo scaglione (laddove applicabile) e la nuova maggiorazione sociale;
- un importo aggiuntivo una tantum che somma le differenze non pagate a gennaio e febbraio sia sul fronte Irpef sia sulla maggiorazione sociale.
È quanto indicato nelle comunicazioni rese note il 6 febbraio 2026, che riportano con chiarezza la volontà di riconoscere “i conguagli a credito” nel medesimo mese. A seconda degli importi, i pensionati potrebbero notare un saldo positivo anche di qualche decina di euro in più rispetto al solo aumento mensile.
Le date dei pagamenti: il calendario che conta
Per orientarsi, è utile ricordare che nel 2026:
- a gennaio i pagamenti sono slittati al secondo giorno bancabile;
- a febbraio e marzo la data ordinaria è il giorno 2;
- ad aprile, giugno, luglio, settembre, ottobre e dicembre la disponibilità è il giorno 1.
Si tratta del calendario di erogazione illustrato nei focus informativi di fine anno e richiamato nelle note operative diffuse a ridosso dei pagamenti. Per i soli mesi di gennaio e febbraio 2026, inoltre, sono possibili conguagli a debito sul 2025; per i trattamenti annui inferiori a 18.000 euro, con saldo oltre 100 euro, è prevista la rateizzazione fino a novembre 2026.