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Buste paga, arriva la rivoluzione: si potrà sapere quanto guadagnano i colleghi
Stipendi senza segreti, il primo step per la parità salariale. I sindacati: "Un principio di civiltà"
Via libera preliminare del governo allo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva europea del 2023 sulla trasparenza retributiva e sulla parità salariale. L’obiettivo è contrastare le disparità di stipendio garantendo il diritto dei lavoratori a essere informati sui livelli medi percepiti dai colleghi che svolgono mansioni analoghe, perché allo stesso lavoro deve corrispondere la stessa paga. Il provvedimento inaugura una fase nuova, necessaria ma non risolutiva rispetto a tutte le criticità dell’occupazione femminile e della conciliazione tra vita privata e professione, avverte la Cisl.
Più severe le posizioni di Cgil e Uil, secondo cui il testo peggiorerebbe la direttiva europea. Il percorso dovrà chiudersi nei prossimi quattro mesi con l’approvazione definitiva e i decreti attuativi: gli Stati membri sono tenuti ad adeguarsi entro il 7 giugno. Cantieri aperti anche negli altri Paesi Ue, dove però la direttiva non risulta ancora pienamente recepita.
Soddisfatto l’esecutivo. Il provvedimento, sottolinea la ministra del Lavoro, Marina Calderone, «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi durante il passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo». Sulla stessa linea il presidente del Cnel, Renato Brunetta, che parla di «una rivoluzione in corso. Adesso bisogna lavorare per rendere tutto effettivo».
Il decreto definisce un ampio perimetro di applicazione: riguarda datori di lavoro pubblici e privati e i lavoratori subordinati, inclusi dirigenti e contratti a termine. Restano fuori — prima criticità segnalata da Cgil e Uil — apprendisti, addetti domestici e autonomi.
Tra le novità, è vietato richiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni pregresse. Cuore della riforma è il diritto, nel rispetto della privacy, di conoscere i criteri di determinazione della propria paga e i livelli medi retributivi dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro, disaggregati per genere; le imprese potranno rendere disponibili tali dati tramite intranet o aree riservate dei siti aziendali.
Elemento decisivo è la soglia di allerta: qualora emerga un divario retributivo pari o superiore al 5% tra uomini e donne non giustificato, il datore di lavoro dovrà motivarlo e avviare una valutazione congiunta con le organizzazioni sindacali ed eventualmente con l’Ispettorato nazionale del Lavoro, al fine di adottare misure correttive idonee a eliminarlo.
Obblighi di rendicontazione sono previsti per le aziende con almeno 100 dipendenti: per quelle fino a 250 addetti, la comunicazione dei dati sulla trasparenza retributiva sarà triennale. «Una soglia troppo elevata», attaccano Cgil e Uil, con quest’ultima che paventa il rischio di una procedura di infrazione europea qualora il testo non venisse modificato.
Più cauta la Cisl, che definisce la parità retributiva tra donne e uomini «un principio di civiltà», ma invita a «evitare facili illusioni»: in Italia il divario di genere dipende soprattutto da inattività, sottoccupazione e part-time femminile.