10 febbraio 2026 - Aggiornato alle 19:41
×

Innovazione

La best practice di Everli: fra algoritmi e diritti la gig economy rispetta il lavoratore e la tecnologia incontra la vita

Dal lavoro precario alla protezione reale: un esempio italiano nella consegna a domicilio

10 Febbraio 2026, 08:41

14:05

Everli: fra algoritmi e diritti la gig economy che rispetta il lavoratore

Seguici su

Da Glovo a Deliveroo si parla molto di rider, figure ormai familiari nelle nostre città con le loro biciclette che sfrecciano veloci con il sole o la pioggia, gli zaini termici troppo grandi, i tempi compressi fino a diventare ansia. Si parla di sfruttamento, di algoritmi ciechi, di lavoro povero e senza diritti. È giusto farlo. Ma forse, travolti dalla cronaca, stiamo trascurando una domanda più profonda: è davvero inevitabile che l’innovazione tecnologica chieda in cambio una rinuncia all’umano? Il mondo delle piattaforme digitali nasce con una promessa ambiziosa: efficienza, flessibilità, libertà. Una promessa che, per molti lavoratori, si è rivelata parziale, talvolta ingannevole.

In Italia, esiste una realtà come Everli - che ha da poco chiuso la partnership con Esselunga e che ha partnership dirette con retailer come Lidl, Md, Carrefour, Unes - principale operatore italiano per la spesa a casa, che ha provato a smentire questo racconto. L’accordo integrativo con i sindacati confederali raggiunto nell’aprile del 2025 rappresenta un modello unico e dimostra che la gig economy non è incompatibile con i diritti dei lavori, basta volerlo. Parliamo di un modello che coinvolge circa 1.300 lavoratori su tutto il territorio nazionale, con un’età media di 43 anni e una presenza femminile significativa, intorno al 35%. Numeri che già raccontano qualcosa: non un esercito indistinto di giovani temporanei, ma una comunità di persone per cui questo lavoro è parte integrante della propria vita adulta, spesso familiare. Persone che chiedono stabilità senza rinunciare alla flessibilità. La differenza non sta solo nei numeri, ma nelle scelte. Qui il lavoro resta autonomo, ma smette di essere solitario. Viene regolato da un accordo collettivo nazionale che riconosce la complessità dell’attività svolta e ne stabilisce regole chiare, condivise, verificabili. Non è un dettaglio tecnico: è un cambio di paradigma. Significa dire che anche nel lavoro su piattaforma possono esistere diritti esigibili, non concessioni occasionali. Il compenso, ad esempio, non è lasciato alla pura variabilità della domanda. Esiste una soglia minima garantita per ogni incarico, che cresce nel tempo fino a raggiungere 13,50 euro a regime. È un modo concreto per affermare che il tempo di una persona ha un valore intrinseco, indipendente dalla velocità o dalla fortuna di una singola consegna. A questo si aggiungono maggiorazioni per le condizioni più gravose: festivi, domeniche, zone a traffico limitato, edifici senza ascensore, chilometri percorsi. Come se, finalmente, la fatica tornasse a essere visibile.

Ma forse l’elemento più filosoficamente radicale è un altro: il riconoscimento del tempo di disponibilità. Anche quando non arriva un incarico, il tempo messo a disposizione viene retribuito. È una scelta che rompe uno dei dogmi più duri dell’economia delle piattaforme: l’idea che solo ciò che produce immediatamente valore sia degno di essere pagato. Qui, invece, si riconosce che l’attesa è tempo umano, e come tale merita rispetto. Lo stesso vale per la malattia, la maternità, la paternità. Eventi che, in molti modelli di gig economy, restano ai margini, come se il corpo e la vita fossero incidenti di percorso. In questo caso diventano parte integrante del sistema: sospensioni senza penalizzazioni, indennità economiche, continuità del rapporto. Non è solo welfare: è una dichiarazione antropologica. Significa affermare che il lavoratore non coincide con la sua performance. Un capitolo a parte merita la trasparenza degli algoritmi. In un’epoca in cui le decisioni più importanti vengono prese da sistemi opachi, qui si stabilisce l’obbligo di spiegare i criteri di assegnazione degli incarichi, l’accesso agli slot, i meccanismi di valutazione. Non è un tecnicismo. È una forma di giustizia procedurale. Sapere perché qualcosa accade è il primo passo per non subirla come un destino. Dunque è davvero incompatibile la sostenibilità economica con la centralità della persona? O abbiamo semplicemente accettato troppo in fretta un modello che confonde l’efficienza con la compressione dei diritti? La filosofia ci insegna che i sistemi non sono neutri: incorporano valori, priorità, visioni del mondo. Anche un algoritmo è una forma di etica applicata, perché decide cosa conta e cosa no. Se decide che la velocità vale più della sicurezza, produrrà un certo tipo di lavoro. Se decide che la disponibilità gratuita è normale, produrrà precarietà. Ma se decide che la dignità è un vincolo, allora produrrà altro. Il caso di cui parliamo non risolve tutti i problemi del lavoro digitale. Non è un’utopia. È, più semplicemente, una prova empirica che un’altra strada è possibile. Che si può innovare senza disumanizzare. Che la tecnologia può essere uno strumento, non un alibi. Nel dibattito acceso di questi giorni sui rider e sul loro sfruttamento, forse dovremmo ampliare lo sguardo. Non limitarci a denunciare ciò che non funziona, ma osservare con attenzione ciò che funziona diversamente. La risposta non è scritta nel codice. È scritta nelle decisioni, quotidiane e concrete, di chi quel codice lo progetta.