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Tariffe, ponti e potere: come la guerra commerciale USA‑Canada sta ridisegnando la politica a Washington e Ottawa
Dalla minaccia dei dazi alla battaglia sul Gordie Howe Bridge: gli strappi e le incognite che decideranno il prossimo capitolo dei rapporti tra Stati Uniti e Canada
Dalla minaccia dei dazi alla battaglia sul Gordie Howe Bridge: tutte le mosse, gli strappi e le incognite che decideranno il prossimo capitolo dei rapporti tra Stati Uniti e Canada
IL nuovo Gordie Howe International Bridge brilla d’acciaio sul fiume Detroit e sotto, file di camion attendono un’apertura annunciata da mesi e messa in dubbio in poche ore da un tweet di Donald Trump. È l’istantanea di una relazione — quella tra Stati Uniti e Canada — che vale oltre 2,5 miliardi di dollari al giorno in scambi e che oggi si ritrova compressa tra tariffe straordinarie, minacce di veto su infrastrutture chiave e un braccio di ferro istituzionale a Washington su chi, davvero, detenga il potere di alzare i dazi: il Presidente o il Congresso.
Il primo scarto arriva il 1° febbraio 2025, quando la Casa Bianca impone un dazio aggiuntivo del 25% su tutte le importazioni dal Canada (con il 10% per alcune energie), motivandolo come risposta a una “emergenza nazionale” legata al traffico di fentanyl e migranti attraverso il confine settentrionale, in base all’International Emergency Economic Powers Act. La misura — poi modulata a marzo per limitare l’impatto sulle filiere auto con esenzioni legate alle regole d’origine USMCA/CUSMA — segna una rottura senza precedenti con l’architettura commerciale nordamericana e sposta l’asse della politica commerciale statunitense dal perimetro dei trattati a quello dei poteri straordinari. La stessa Casa Bianca nel luglio 2025 alza l’asticella: dal 25% al 35% sui beni canadesi non preferenziali, sostenendo che Ottawa non stia cooperando a sufficienza.
A Ottawa, il governo canadese risponde con contromisure progressive: dal 4 marzo 2025 scatta un pacchetto di tariffe del 25% su una prima lista di 30 miliardi di dollari di import dagli USA, con l’orizzonte — se Washington non arretra — di arrivare a 155 miliardi. Nel mirino: dal succo d’arancia alle moto, dai cosmetici all’abbigliamento; e, nelle fasi successive, auto, acciaio e alluminio.
Se il 2025 è l’anno dello scontro bilaterale, l’inizio 2026 porta un cambio di scena a Washington. L’11 febbraio 2026, la Camera respinge — con 217 voti a 214 — il tentativo del Republican Speaker Mike Johnson di blindare le tariffe di Trump da un riesame congressuale. Tre Repubblicani — Thomas Massie, Kevin Kiley, Don Bacon — si uniscono ai Democratici, aprendo la porta a mozioni per limitare o revocare l’emergenza che fonda i dazi, a partire da un’iniziativa del deputato Gregory Meeks. È un terremoto politico: un segmento del GOP non accetta più di trattare la politica commerciale come prerogativa esclusiva presidenziale, specie quando l’effetto è un’imposta sui consumatori americani in un contesto di prezzi elevati. Un sondaggio citato dalla stampa mostra che circa il 60% degli americani disapprova le tariffe.
Parallelamente, la disputa migra nelle aule di giustizia. Tra maggio e agosto 2025, la Corte del Commercio Internazionale e poi la Corte d’Appello del Circuito Federale stabiliscono che il provvedimento del presidente non autorizza un uso illimitato dei dazi come strumento di politica economica generale: il Presidente può agire in emergenza, ma non costruire — per via d’ordine esecutivo — un regime tariffario sostanzialmente alternativo al quadro legislativo esistente. Pur con misure cautelari e rimandi che rinviano l’ultima parola alla Corte Suprema, il principio affermato dai giudici è chiaro: le tariffe restano, nella sostanza, materia di Congresso, salvo limiti ben definiti dalla legge.
Il contenzioso, unito al nuovo spazio parlamentare creatosi l’11 febbraio 2026, rende instabile l’architettura tariffaria d’emergenza: aziende e investitori devono ora prezzare non solo l’aliquota, ma il rischio normativo e giudiziario di un repentino rovesciamento.
Nel frattempo, a Ottawa, la politica canadese compie una virata. Il 14 marzo 2025, l’ex banchiere centrale Mark Carney giura come Primo ministro. Senza esperienza parlamentare pregressa, ma con pedigree da gestore di crisi, Carney eredita un Paese sotto pressione economica e un rapporto con Washington logorato. Il nuovo premier disegna una strategia a doppio binario: fermezza tariffaria come deterrente e, insieme, un’intensa campagna diplomatica presso alleati europei per diversificare sbocchi e catene di approvvigionamento, evitando che lo shock USA trascini il Canada in recessione. “Il Canada non sarà mai il 51° Stato”, scandisce nel giorno del giuramento, rispondendo anche a suggestioni provenienti da Washington.
Sul piano tecnico, il governo canadese calibra le contromisure in modo dinamico: rimuove a settembre 2025 parte dei dazi ritorsivi per allentare l’inflazione domestica, mantenendo però la stretta su acciaio, alluminio e automotive, i tre settori dove gli USA non hanno ritirato le proprie tariffe. È un equilibrio delicato fra pressione su Washington e tutela dei consumatori canadesi.
Nel cuore della manifattura nordamericana, un’infrastruttura simbolo diventa il nuovo terreno di scontro: il Gordie Howe International Bridge, finanziato dal governo federale canadese (circa 3,8 miliardi di dollari canadesi) e con proprietà congiunta tra Canada e Stato del Michigan. A febbraio 2026, Trump minaccia di bloccarne l’apertura — prevista “all’inizio del 2026” e con i passaggi amministrativi USA verso il traguardo — se Ottawa non accoglierà alcune richieste politiche e negoziali. La mossa, accolta con sconcerto da amministratori locali e imprese transfrontaliere, punta anche su una narrativa di “ingiusta esclusione” degli Stati Uniti dai benefici dell’opera.
La minaccia si intreccia con una polemica più ampia: il ruolo di interessi privati contrari al nuovo ponte, a partire dai proprietari dell’Ambassador Bridge, e il tentativo della Casa Bianca di usare dossier infrastrutturali domestici come moneta di scambio politica. Sullo sfondo, una domanda giuridica cruciale: quali poteri effettivi abbia il Presidente per impedire l’entrata in funzione di un’infrastruttura binazionale già autorizzata, con DHS che ha intanto completato gli atti per designarla “port of entry” a marzo 2026. Le competenze sono distribuite e il margine di azione esecutiva non è illimitato; eventuali blocchi discrezionali rischiano di finire rapidamente davanti ai giudici.
Il cuore giustificativo delle tariffe resta l’emergenza fentanyl. La Casa Bianca sostiene che il Canada non stia facendo abbastanza per fermare precursori e reti criminali, citando rapporti sull’aumento di produzione domestica e sul potenziale letale dei flussi intercettati al confine nord. Ottawa ribatte con numeri e iniziative: meno dell’1% del fentanyl e degli attraversamenti illegali negli USA proverrebbe dal confine canadese; è stato nominato uno “zar del fentanyl”, varato un piano da 1,3 miliardi di dollari per rafforzare controlli e cooperazione, istituite unità investigative e nuove liste di entità terroristiche legate ai cartelli. Il governo canadese cita perfino un –97% nelle sequestri di fentanyl da parte della CBP dal Canada a gennaio 2025 rispetto a dicembre 2024. Sono dati politici e amministrativi che richiedono prudenza interpretativa ma che, messi a confronto con la tesi di una crisi “prevalente” sul confine nord, indeboliscono l’assunto della necessità di dazi d’emergenza.
Nei prossimi giorni, la minoranza democratica e i Repubblicani critici proveranno a forzare un voto per “terminare” l’emergenza che regge i dazi sul Canada. Se passasse alla Camera e trovasse sponda al Senato, resterebbe comunque il veto presidenziale come barriera politica. Ma il valore simbolico — e il segnale ai mercati — sarebbe forte. Contenzioso alla Corte Suprema: la convergenza tra indirizzo giurisprudenziale e spinta congressuale crea un contesto in cui una pronuncia restrittiva sui poteri è plausibile. Per imprese e investitori, il timing di questa decisione pesa quanto l’aliquota stessa.
La minaccia di blocco del Gordie Howe rischia di innescare ricorsi immediati e di saldare un’inedita coalizione pro‑apertura: Michigan, autotrasporto, industria auto, autorità portuali. Sul piano sostanziale, con il DHS che ha già calendarizzato l’istituzione del port of entry a marzo 2026, la finestra per azioni ostruzionistiche appare ristretta e ad alto rischio legale.
Nella retorica presidenziale inoltre, qualsiasi apertura canadese verso Pechino è usata per polarizzare l’opinione pubblica e giustificare nuove pressioni. Ma una risposta “di sistema” richiede alleanze, non isolamento; il pressing su Ottawa può produrre l’effetto opposto, spingendo il Canada a moltiplicare le alternative commerciali e tecnologiche.