economia
Acciaio e alluminio, la frenata di Trump sui dazi: per l’Europa sospiro di sollievo (ma la partita è ancora aperta)
Tra pressioni interne e tensioni transatlantiche, la Casa Bianca valuta uno stop (almeno parziale) alle "tariffe" su metalli e “derivati”
Tra pressioni interne e tensioni transatlantiche, la Casa Bianca valuta uno stop (almeno parziale) ai dazi su metalli e “derivati”. Per la manifattura europea un possibile sospiro di sollievo — ma la partita non è chiusa.
Secondo il Financial Times, l’amministrazione Trump sta valutando una retromarcia parziale sui dazi introdotti e poi irrigiditi nel corso del 2025, arrivati fino al 50% su alcuni flussi, con estensione a una lunga lista di prodotti “a valle” come forni, teglie e contenitori in metallo. L’obiettivo? Smorzare la pressione su prezzi e consensi interni in vista di nuove scadenze politiche, semplificando al contempo un regime tariffario diventato farraginoso.
L’ipotesi prevalente alla Casa Bianca sarebbe una riduzione selettiva e/o l’esenzione di alcune categorie oggi colpite, con lo stop a ulteriori estensioni e un ritorno a indagini “mirate” per motivi di sicurezza nazionale su prodotti specifici. Tradotto: una parziale inversione rispetto alla linea dura che, tra febbraio e giugno 2025, ha riattivato e intensificato il meccanismo dei dazi Section 232 su acciaio e alluminio, portandoli prima al 25% e poi, per alcune voci, fino al 50%.
I funzionari starebbero rivedendo la lista dei beni “derivati” soggetti a tariffa, un ambito che nei mesi scorsi si è allargato a un ventaglio insolitamente ampio di articoli di uso domestico e beni intermedi (dal packaging in alluminio ai componenti metallici), generando effetti a catena sui costi per l’industria di trasformazione e per i consumatori.
Di fronte alla riattivazione dei dazi americani, l’Unione europea aveva annunciato fin da marzo 2025 un pacchetto di contro-dazi “rapido e proporzionato”, destinato a colpire un paniere di prodotti statunitensi e a scattare in due fasi tra 1 e 13 aprile 2025. A guidare la risposta politica è stata la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha definito le misure statunitensi “ingiustificate” e “dannose per imprese e consumatori”. Le stime parlavano di un impatto potenziale fino a 26 miliardi di euro di esportazioni europee colpite dai nuovi dazi USA.
Nel frattempo, le associazioni industriali europee hanno segnalato un impatto sostanziale sui costi: la filiera automotive (via ACEA), il comparto delle macchine utensili (CECIMO) e la siderurgia (EUROFER) hanno messo in guardia su prezzi in salita, oneri amministrativi e possibili perdite di volumi verso il mercato USA fino a 3,7 milioni di tonnellate per l’acciaio europeo, che nel 2024 valeva circa il 16% dell’export UE del settore.
Se la revisione prospettata dovesse tradursi in atti formali, l’alleggerimento sui dazi e soprattutto l’uscita di alcuni “derivati” dalla lista colpita potrebbero: ridurre il costo di accesso al mercato USA per molte PMI europee della meccanica e della componentistica; attenuare la volatilità nelle catene di fornitura transatlantiche, oggi intralciate da requisiti complicati su origine e contenuto metallico; riaprire spiragli per una intesa tecnica su TRQ o “liste bianche” settoriali, specie se alla revisione tariffaria si accompagnerà un impegno americano a una gestione più prevedibile e meno “on/off” degli strumenti di sicurezza nazionale.
L’eventuale retromarcia potrebbe essere “chirurgica” e politica più che strutturale. In assenza di un accordo transatlantico organico, il perimetro della Section 232 resterebbe attivo e riattivabile, con margini discrezionali elevati sulla definizione di “derivato” e sugli standard “melted and poured” che pesano su dichiarazioni doganali e compliance.
Il dossier non vive nel vuoto. Il 13 febbraio 2026 arriva l’indiscrezione sulla revisione dei dazi proprio mentre crescono i segnali di insofferenza anche nel Partito Repubblicano: pochi giorni prima, l’11 febbraio 2026, la Camera dei Rappresentanti ha approvato — con voto bipartisan 219-211 — una risoluzione per bloccare i dazi contro il Canada, un gesto simbolico ma significativo di dissenso verso la strategia tariffaria della Casa Bianca. La misura deve ancora superare il Senato e sarebbe comunque soggetta al veto presidenziale, ma fotografa il clima.
Le tariffe doganali sono un’imposta sui beni importati: la domanda cruciale è quanto di quell’imposta finisca, in ultima istanza, su aziende e famiglie. Le evidenze più recenti indicano che nel 2025 circa l’86-94% del costo è stato sostenuto da imprese e consumatori statunitensi, con un pass-through molto elevato ai prezzi di importazione e, a valle, al retail. Uno studio della Federal Reserve di New York cita un aumento dell’aliquota tariffaria media dal 2,6% al 13% nel 2025 e un onere di fatto assimilabile a una “tassa” da 1.000-1.300 dollari a famiglia tra 2025 e 2026.