la storia
“Qualcosa di enorme sta accadendo”: l’IA che scuote Wall Street e che (ri)scrive i romanzi rosa
Dalla tempesta sui titoli software a un saggio virale su X, fino al “dietro le quinte” di come si fabbricano i nuovi romance con i chatbot: perché questa settimana segna uno spartiacque
Dalla tempesta sui titoli software a un saggio virale su X, fino al “dietro le quinte” di come si fabbricano i nuovi romance con i chatbot: perché questa settimana segna uno spartiacque.
Su Telegram rimbalza un video: un chatbot produce la scena clou di un romance in meno di un minuto. E su X un imprenditore dell’IA promette che “entro pochi anni” metà dei colletti bianchi potrebbe essere rimpiazzata. Tre finestre aperte sulla stessa ansia: l’Intelligenza Artificiale non è più una parola d’ordine; è un motore che sta rimappando mercati, mestieri, e perfino il modo in cui raccontiamo l’amore.
Questa settimana ha un filo conduttore netto: la vendita massiccia di titoli software a Wall Street, l’esplosione virale di un saggio su X che prefigura perdite diffuse di posti di lavoro e l’inchiesta di Alexandra Alter che mostra come molti autori di romanzi rosa usino chatbot per velocizzare (o sostituire) la scrittura. Tre notizie, un unico interrogativo: stiamo assistendo a un fisiologico assestamento o a un cambio di paradigma?
Tra fine gennaio e questa settimana, l’onda lunga della correzione ha colpito prima l’Europa, poi gli Stati Uniti e l’Asia. A innescarla, secondo diversi desk, è stata la paura che i nuovi agenti IA stiano erodendo i margini dei tradizionali fornitori di software e servizi dati: da Salesforce a Adobe, da Intuit a Atlassian e ServiceNow, cadute in scia alla narrativa “l’IA divora il software”. Il Guardian ha riassunto così la seduta clou: “vendite a cascata” nei listini tech e data companies, con riferimento esplicito a nuovi strumenti IA capaci di automatizzare attività legali e di ricerca, e una diaspora dell’avversione al rischio anche fuori dagli USA.
Sul fronte americano, le corrispondenze Reuters hanno registrato il peggioramento: indice Nasdaq ai minimi da novembre 2025, settore software in flessione prolungata, big cap come Microsoft, Amazon, Oracle e Alphabet in sofferenza tra delusioni sugli utili e timori che gli investimenti IA a tre cifre di miliardi non producano ritorni immediati. Il leitmotiv? “L’IA che l’anno scorso ha alimentato il rally oggi diventa il freno, specie per il software”.
Giovedì, anche il Dow Jones è sceso sotto la soglia simbolica dei 50.000 punti, con la stampa finanziaria a parlare della “più ampia ondata di vendite in tre settimane” e di rotazione verso settori difensivi come utilities e real estate. È la traduzione tattica di una paura strategica: se l’IA automatizza processi-chiave, quale pricing power resta ai vendor “tradizionali” del software?
Il fenomeno è globale: Sensex giù di 559 punti a Mumbai per la pressione sulle grandi IT indiane (Infosys, TCS), mentre in Europa crolli notevoli per i campioni dei dati e dei servizi professionali. Gli investitori, nel dubbio, corrono ai Treasury: il decennale scivola ai minimi dell’anno, segnale da manuale di “flight to quality”.
Nel mezzo del sell off, un post lungo e apodittico su X ha catalizzato l’attenzione: l’imprenditore Matt Shumer (“HyperWrite/OthersideAI”) ha firmato un saggio dal titolo che è già meme – “Something Big is Coming/Happening” – avvertendo che i modelli IA stanno diventando sostituti cognitivi generalisti, pronti a rimpiazzare ampie fasce di lavoro d’ufficio entro 1-5 anni. Il testo ha superato, secondo più ricostruzioni, 40-60 milioni di visualizzazioni sulla piattaforma, attirando endorsement e stroncature in egual misura.
Gli ottimisti – tra cui investitori tech e fondatori noti – lo hanno letto come un promemoria operativo: “adotta l’IA ora o resta indietro”. Gli scettici – tra cui il docente e critico Gary Marcus – lo hanno bollato come hype eccessivo, un collage ansiogeno che trascura vincoli aziendali, governance, auditabilità, rischi legali e la proverbiale “J‑curve” di produttività. Vox e Fortune hanno pubblicato analisi puntute: le trasformazioni epocali (elettrificazione, internet) non accadono “overnight”; in settori regolati – sanità, finanza, legale – la piena automazione resta remota finché qualità, validazione e responsabilità non saranno garantite “by design”.
Un dettaglio non secondario: lo stesso Shumer ha dichiarato di aver usato chatbot come Claude per rifinire il saggio – una scelta che, per i critici, è indizio di “autopropaganda”, per i sostenitori è “la prova del nove” di uno strumento già capace di sostituire parti sostanziali del lavoro cognitivo. Nel frattempo, media generalisti hanno rilanciato i passaggi più drastici del post (fino al parallelismo con l’inizio del 2020), alimentando l’eco virale.
Se la finanza fiuta il rischio macro, l’editoria sta già facendo i conti con la microeconomia dell’automazione creativa. Un’inchiesta di Alexandra Alter sul New York Times – ripresa e discussa da Mediagazer, Techmeme, Yahoo e altri – ha messo a fuoco un cambio di fase: autori di romance che usano chatbot per pianificare trame, generare capitoli, uniformare lo stile, accelerare revisioni. Non parliamo di esperimenti isolati: ci sono pen name multipli, produzioni seriali e servizi di coaching che insegnano a industrializzare il flusso.
Tra i casi più citati, la coach e autrice che si firma Coral Hart: secondo il racconto giornalistico, 21 pseudonimi, oltre 200 titoli pubblicati nel 2025, una “catena di montaggio” costruita su outline dettagliati e modelli IA che riempiono le scene. Il suo sito Plot Prose pubblicizza percorsi per “scrivere più velocemente con l’IA”, e secondo alcune ricostruzioni starebbe lavorando (o commercializzando) tool in abbonamento capaci di generare un “libro da scaletta in meno di un’ora”. Dettagli e cifre variano a seconda delle fonti; una copertura di Cybernews parla di 50.000 copie vendute complessivamente, mentre Gizmodo ha ironizzato sul paradosso di “smarcarsi dall’anonimato” pur moltiplicando gli alias. In tutti i casi, il punto non è la verifica millimetrica di ogni claim commerciale, ma l’evidenza del trend: la romance economy è il laboratorio perfetto per testare la produzione assistita dall’IA.
Perché proprio il romance? Perché è un genere ad alto volume, con tropi codificati (nemici‑amanti, happy ending, grumpy‑sunshine), lettori fidelizzati e cicli di pubblicazione rapidi. L’IA si inserisce come motore di velocità: aiuta a mantenere la coerenza, propone varianti, “stende” bozze su archi narrativi standard. Ma emergono limiti e distorsioni: cliché linguistici ricorrenti (“ragged prayer”, “shiver”, “unravel”), bias fisici (ipertrofie quando si descrive il corpo femminile), idiosincrasie stilistiche che un’editor umana deve poi “umanizzare”. La stessa copertura secondaria cita autrici come Elizabeth Ann West o Sonia Rompoti che raccontano di aver dovuto riscrivere passaggi per evitare la caricatura.
Come funziona? Intanto il prompting strategico: si parte da una scaletta dettagliata (atti, beat emotivi, “spine” dei personaggi). L’IA rende al meglio quando i vincoli sono chiari e i tropi sono espliciti. Poi la stesura iterativa: si generano blocchi di scena con vincoli di tono e POV. L’autore “dirige” e riscrive; l’IA “prova” finché lo scarto è accettabile. E poi anche la post‑produzione: editing, copertine (anche con generative images), metadata SEO e blurb testing.
Questo flusso non “sostituisce” in automatico lo scrittore; rialloca il suo tempo: meno prosa artigianale, più direzione creativa e product management del titolo.