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l'analisi

Europa e Italia strette nel nuovo caos delle tariffe di Trump: l’impatto dei dazi USA al 15% sul Paese (e sulla Sicilia)

Ue sotto pressione per la tariffa Usa del 15%: contromisure in arrivo, divisioni politiche e rischi da miliardi per export, imprese e occupazione.

21 Febbraio 2026, 22:56

Europa e Italia strette nel nuovo caos delle tariffe di Trump: l’impatto dei dazi USA al 15% sul Paese (e sulla Sicilia)

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L’Unione Europea si ritrova nuovamente immersa in un intricato contenzioso commerciale, innescato dagli sviluppi oltreoceano. La crisi è esplosa dopo la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di bocciare i dazi introdotti a suo tempo da Donald Trump. La reazione politica a Washington è stata immediata: un repentino irrigidimento protezionistico con l’imposizione di una tariffa globale del 15% per 150 giorni. La mossa ha di fatto reso “carta straccia” l’intesa commerciale raggiunta in precedenza al Trump Turnberry, in Scozia.

A Bruxelles si lavora con la massima prudenza per contenere l’offensiva. I servizi della Commissione stanno passando al setaccio la Section 301 del Trade Act del 1974 per individuare possibili contromisure, incluso l’utilizzo dello strumento anti-coercizione; nel frattempo, il Parlamento europeo ha congelato il voto sui regolamenti collegati. Il fronte politico comunitario appare diviso ma con posizioni nette: Socialisti, Verdi, Liberali e la Sinistra spingono per la sospensione formale dell’accordo. “Trump ha violato l’intesa, la sospensione è inevitabile”, ha scandito Brando Benifei, capo della delegazione dell’Eurocamera per i rapporti con gli USA. Più defilati, per ora, Popolari e Conservatori.

Il commissario Maros Sefcovic, rientrato dal Consiglio Commercio a Cipro, si prepara a incontri decisivi al G7 Commercio e al Consiglio Affari Esteri per definire la linea dell’Unione.

Si muovono anche i leader nazionali. In Germania, Friedrich Merz ha annunciato colloqui con vari omologhi europei in vista del suo viaggio negli Stati Uniti, ribadendo che “la politica doganale è Ue” e invocando una posizione chiara e unitaria. In Francia Emmanuel Macron guida il fronte dei “falchi”: richiama i contropoteri propri delle democrazie e preme per risposte robuste, tra cui l’inserimento di clausole come il “Buy European” nell’Industrial Accelerator Act, senza arretrare su normative cardine quali il Digital Services Act e il Digital Markets Act.

Il clima politico in Italia ha acceso lo scontro. L’opposizione attacca il governo guidato da Giorgia Meloni, accusando Palazzo Chigi di un silenzio colpevole. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha incalzato la premier: “Difenderà l’Italia o Trump?”. Sulla stessa linea il leader M5S Giuseppe Conte, che ha commentato con un ironico “C’è nessuno?”. Partito Democratico e Italia Viva hanno depositato interrogazioni per chiarire come tutelare i ricavi di campioni strategici come Eni, Enel e Leonardo. Nella maggioranza le reazioni divergono: il ministro Adolfo Urso invita alla “cautela”, mentre Maurizio Gasparri (Forza Italia) bolla la scelta tariffaria come un “errore”.

Al di là del confronto politico, i numeri preoccupano per la tenuta del sistema produttivo. L’aliquota del 15% sulle importazioni europee rischia di sottrarre tra 7 e 8 miliardi di euro l’anno all’export italiano, pari a circa il 1,2% delle esportazioni complessive dirette verso gli Stati Uniti. Le analisi di centri studi come Unimpresa e Assolombarda stimano un impatto cumulato sul PIL tra -0,15% e -0,4% nel triennio 2025-2027. Le conseguenze toccheranno prezzi, occupazione e catene del valore. Sono circa 100.000 i posti a rischio, una flessione dello 0,4% dell’occupazione complessiva. Le aziende esportatrici dovranno scegliere se assorbire i maggiori costi comprimendo drasticamente i margini, o ritoccare i listini, innescando inflazione importata che peserà sui bilanci delle famiglie. Particolarmente esposte le filiere che utilizzano ampia componentistica intra-Ue, destinate a scontare il contraccolpo più severo.

Meccanica e macchinari: Comparto da 13 miliardi di export annuo in beni strumentali e industriali, tra i più sensibili al prezzo. Le perdite potrebbero toccare i 2 miliardi, con cali delle vendite negli USA fino a -11,5%.

Farmaceutica e chimica: Esposti per altri 13 miliardi. Il nuovo prelievo apre a rincari progressivi potenzialmente molto elevati, fino al 200%.

Agroalimentare: Vino, olio d’oliva, pasta e specialità gastronomiche rischiano un danno diretto stimato in 0,9 miliardi di euro. Per i consumatori statunitensi si prospettano rincari per circa 1,6 miliardi di dollari. Oltre al calo delle vendite, preoccupa la spinta alla concorrenza sleale di imitazioni e “italian sounding”.

Moda e pelletteria: Tessile, calzetteria e pelletteria espongono 1,1 miliardi di euro. Attesi aumenti significativi dei prezzi al consumo negli USA; più vulnerabili le PMI del Mezzogiorno.

Trasporti, automotive e altre industrie: Esposizione complessiva di 8 miliardi. Auto e componentistica restano sotto pressione, sebbene l’aliquota finale sia inferiore all’ipotesi iniziale del 25%; a seguire elettronica e gomma-plastica. Soffrirà anche il legno, per l’elevata elasticità al prezzo.

Nel quadro generale spicca la maggiore tenuta dei beni “premium” e del lusso del Made in Italy — gioielleria, occhialeria e arredo di alta gamma — con un’esposizione di circa 0,6 miliardi di euro. La forte brand loyalty dei consumatori americani li rende disposti a pagare di più per il prodotto originale. Resta invece alto il rischio di rapida erosione delle quote di mercato per le piccole e medie imprese manifatturiere e artigiane. Uno spiraglio potrebbe arrivare sul piano giudiziario: la sentenza della Corte Suprema statunitense che ha fatto decadere l’impianto originario dei dazi apre margini legali affinché, in prospettiva, le imprese possano richiedere rimborsi per i danni subiti dall’attuale politica tariffaria.