I DATI
La Sicilia è la seconda regione d'Italia per produzione di olio, ma il picco della produzione è ancora lontano
Leader indiscussa nazionale è la Puglia, ma qui nell'Isola scontiamo le scelte politiche regionali, le annate di siccità e il moltiplicarsi degli eventi meteo estremi
Elaborando i dati di Ismea e Istat, l’Area studi di Mediobanca ha aggiornato il Report sull’industria dell’olio d’oliva in Italia, concludendo che nell’annata 2024-2025 la Sicilia è risultata la seconda regione, dietro la Puglia, per volumi di produzione in bottiglia dopo due annate di “scarica” degli ulivi. Ma il lusinghiero risultato mette in evidenza anche una fragilità del tessuto produttivo regionale al confronto con la più blasonata consorella meridionale.
I numeri parlano chiaro: l’Isola ha prodotto 26.600 tonnellate di olio, pari ad appena il 10,7% del totale nazionale, all’interno di una platea di frantoi che è pari al 13,5% del totale Italia. La Puglia, invece, primeggia con 112mila tonnellate di prodotto che rappresentano il 45,1% del totale nazionale di olio e con il 17,2% di frantoi. E c’è anche un limite alla produttività delle singole industrie: infatti, in media ogni frantoio in Puglia “spreme” 115,6 tonnellate di “oro verde”, mentre nell’Isola la soglia si ferma a 47,5 tonnellate.
C’è da dire che sul gap con la Puglia pesa una politica regionale che negli ultimi anni ha gradualmente ridotto, anche a causa di vincoli Ue, il sostegno allo sviluppo infrastrutturale, qualitativo e industriale del settore, con la conseguente decisione di molti produttori di abbandonare le coltivazioni, sostenuta di recente anche dalla siccità e dagli eventi meteo eccezionali.
Infatti, negli ultimi dieci anni gli oliveti sul territorio regionale sono scesi al 9,4% del totale della superficie agricola utilizzata, in calo del 6%. Molti coltivatori e trasformatori industriali hanno scelto di delocalizzare nella dirimpettaia Tunisia, dove producono olio a bassissimo costo e lo importano pure in Italia a dazi zero grazie all’accordo Bruxelles-Tunisi nato per sostenere la primavera araba. Ma ci si mettono pure i capricci di madre natura, dato che la resa delle olive è del 16,1% in Puglia e del 12,2% in Sicilia.
Peccato, perché non abbiamo nulla di meno per fare almeno tanto quanto la regione salentina.
L’analisi evidenzia, comunque, che neanche l’Italia nel suo complesso se la passa bene nello scenario mondiale. Mentre tutti i competitor internazionali hanno aumentato di molto la produzione, nello Stivale è scesa del 31,8%, fattore che ha fatto lievitare i prezzi rendendo il made in Italy poco competitivo sullo scaffale: in media 9 euro al kg a fronte dei 4 euro di Spagna e Grecia.
L’olio nazionale resta, però, secondo nell’export mondiale grazie alla migliore qualità delle Dop, Igp, Stg e Bio, comparti nei quali Puglia, Sicilia e Toscana concentrano il 86,6% del totale nazionale (la Sicilia fa il 13% del biologico del Belpaese).
L’estero resta, alla fine, la via preferita per la commercializzazione, dato che il consumo di olio d’oliva nel mercato interno si è ridotto del 4%, unico caso nel panorama mondiale, con una distinzione: si è venduto più extravergine (+16,3%) ma con un calo di prezzo del 18,1% a causa della minore richiesta da parte dei consumatori (si ricorre alle offerte per evitare lunghe giacenze), mentre sono crollate le vendite di olio d’oliva (-7,6%) e di olio di sansa (-41,7%). Bisogna specificare, però, che in questo stock di aumento di vendita di extravergine, gli acquisti, a causa della ridotta disponibilità economica delle famiglie, privilegiano gli oli stranieri a bassissimo costo, alcuni dei quali venduti spesso in promozione come prodotti italiani.