23 febbraio 2026 - Aggiornato alle 06:30
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L'intervista

Acqua, imprese ed emigrazione, Bivona (Confindustria): «Manca la programmazione, Sicilia fanalino di coda per Pil e occupazione»

Il neopresidente dell'associazione degli industriali conferma la fiducia nel dialogo con la Regione Siciliana: «Governo Schifani attento alle problematiche delle grandi imprese»

23 Febbraio 2026, 06:30

Acqua, imprese ed emigrazione, Bivona (Confindustria): «Manca la programmazione, Sicilia fanalino di coda per Pil e occupazione»

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Forte della sua esperienza ultradecennale come manager di lungo corso in importanti aziende, il neo-presidente di Confindustria Sicilia, Diego Bivona in questa intervista con La Sicilia si dichiara ottimista sulle prospettive di sviluppo economico dell’Isola e annette grande importanza al dialogo con la Regione.

Gli indicatori macroeconomici rivelano un’economia in buona salute, ma con remore che ne ipotecano il futuro: basso tasso demografico, alto tasso di emigrazione, spopolamento delle aree interne.
«Questi dati positivi non ci sorprendono più di tanto. Farei, però, una distinzione: parliamo di valori incrementali, perché se parliamo di valori assoluti in termini di Pil e occupazione, la Sicilia purtroppo resta al di sotto dei valori medi sia in generale del Paese, sia delle regioni del Centro-Nord. Siamo contenti che il trend economico sia positivo e riflette secondo noi un’attenzione sempre maggiore da parte degli enti locali nei confronti delle imprese. Gli strumenti della Decontribuzione Sud e della Zes Unica si sono rivelati preziosi. Come lo sono stati anche i fondi del Pnrr, peraltro non ancora del tutto spesi. Ai dati economici, purtroppo, fa da contraltare la “fuga” dei nostri giovani. Questo è un problema che riguarda le competenze che cercano, e molto volte non trovano, le imprese. Questa “fuga” comincia fin dal periodo degli studi di istruzione secondaria superiore, non si limita solo agli studi universitari. E sappiamo per esperienza che i giovani siciliani che scelgono di andare a studiare fuori dalla Sicilia, una volta che hanno conseguito la laurea o il master finiscono per restarci. Trovato lo sbocco occupazionale, infatti, la differenza tra restare o rientrare lo fa la qualità della vita. Il problema pertanto non consiste soltanto nell’investimento delle imprese per attrarre i giovani ma nel creare condizioni di contesto favorevoli che vadano dalle infrastrutture ai servizi. Ci sono imprese della zona industriale di Siracusa che hanno avuto bisogno di ingegneri da assumere: non pochi laureati del Nord hanno risposto alla “chiamata”, ma quando hanno saputo che dovevano venire a lavorare e a vivere nell’Isola hanno rinunciato».

Cento milioni per le zone industriali, 200 milioni per la Zes Sicilia, 600 milioni di incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato. La giunta del presidente Renato Schifani è molto sensibile alle vostre istanze. È il frutto del dialogo come fattore propulsivo per lo sviluppo in cui lei ha sempre creduto?
«È proprio così. Devo riconoscere che il governo Schifani è assolutamente attento alle problematiche delle grandi imprese. Non per una questione affettiva o di simpatia, ma perché è consapevole che le grandi imprese rappresentano innovazione, sostenibilità, sicurezza e capacità di accrescere il grado di competitività del sistema produttivo nel suo complesso. Di questo sono testimone diretto fin da quando mi sono occupato per una grande industria di portare avanti le autorizzazioni per investimenti di diverse decine di milioni di euro. Naturalmente egli è stato attento anche alle Pmi».

I capitali, le tecnologie, ma senza risorse umane adeguate è difficile poter raggiungere obiettivi di crescita e di occupazione in linea con le aspettative. Molti posti di lavoro restano vacanti perché non ci sono le competenze.
«La formazione deve tenere conto delle esigenze delle imprese. Una formazione indiscriminata che non segue una strategia e una politica di sviluppo delle imprese non può produrre i risultati sperati. Questo è un tema che si allaccia alla logica sul nuovo ruolo che deve avere Confindustria in Sicilia. Un ruolo di interlocuzione e di dialogo non episodico ma costante con le istituzioni, a cominciare proprio dalla Regione Siciliana. Un ruolo che non deve limitarsi, com’è avvenuto in passato, a chiedere provvidenze per le imprese ma deve poter offrire competenze e analisi volte a una crescita armoniosa e complessiva. Se questo postulato noi lo “sposiamo” con quello dello sviluppo del capitale umano allora noi chiediamo che vengano create figure con competenze nel campo delle energie perché è, e sempre più sarà in avvenire, un settore rilevante dell’economia regionale».

Il livello dell’infrastrutturazione, sia pure in corso di adeguamento, resta basso, e c’è la questione dell’acqua: una priorità assoluta per gli usi civili, irrigui e industriali.
«La nostra regione, che dispone di uno statuto speciale e con pieni poteri, potrebbe superare le annate siccitose, come lo sono state le ultime, se solo avesse accumuli e rifornimenti idrici garantiti tutto l’anno e smettesse di autorappresentarsi come un arido avamposto africano dove la norma è la “turnazione” dell’acqua che arriva ogni tre o quattro giorni, ma in alcune località anche per periodi più lunghi. Se in Sicilia fossero applicate le leggi nazionali come la legge Galli, che ha consentito in larga parte d’Italia di raggiungere livelli di investimenti degni di un Paese europeo, l’emergenza non esisterebbe. Il problema non è lo stesso ovunque: ci sono aree che hanno meno acqua e altri invece dove l’acqua abbonda. E l’acqua è fondamentale per gli usi civili, per quelli agro-zootecnici e per le industrie. La questione non è dunque necessariamente riconducibile a fenomeni meteorologici: aridità o alluvioni. Il fatto è che l’acqua si disperde a causa della fatiscenza delle reti di trasporto. Il problema vero, a monte, è che manca la programmazione. Bisogna dunque fare una politica per l’acqua e farla bene».