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I guadagni dei neolaureati e le prospettive future, Firrincieli: "A Ragusa, e anche oltre, un problema strutturale che riguarda tutti"

Il consigliere comunale analizza una situazione che sta diventando sempre più pesante per la fascia giovanile

24 Febbraio 2026, 10:04

Firrincieli Sergio

Il consigliere comunale Sergio Firrincieli

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La fuga dei giovani dal Mezzogiorno, e dalla provincia di Ragusa in particolare, resta una ferita aperta. A denunciarlo è il consigliere comunale Sergio Firrincieli, che prende spunto da un’immagine circolata in rete in questi giorni per fotografare una realtà ormai consolidata.

«L’immagine che circola in questi giorni, quella di due ragazzi che si chiedono quanto guadagni un neolaureato in Italia e quanto guadagnerebbe all’estero, fotografa perfettamente una realtà che noi, nel Sud e in particolare nella provincia di Ragusa, conosciamo fin troppo bene. Non è una provocazione: è la sintesi di un problema strutturale che riguarda tutti, ma che qui assume contorni ancora più marcati».

Firrincieli inserisce il tema nel quadro più ampio del Mezzogiorno, dove il fenomeno ha assunto dimensioni preoccupanti: i dati nazionali attestano che ogni anno migliaia di giovani meridionali lasciano la propria terra per motivi di studio o di lavoro, con ricadute economiche e sociali gravose per le regioni del Sud.

«A Ragusa – prosegue Firrincieli – il problema è ancora più evidente: i nostri ragazzi, già per formarsi, sono costretti ad andare via. E una volta completati gli studi, difficilmente tornano. Non perché manchi l’amore per la propria terra, ma perché mancano prospettive chiare, percorsi di crescita, retribuzioni adeguate

Ho avuto modo di confrontarmi con imprenditori locali, anche in incontri pubblici, e ho ascoltato appelli sinceri rivolti ai giovani affinché rientrino, perché qui esistono aziende sane, spesso familiari, che crescono e innovano. Ma la verità è che questo appello, da solo, non basta.

Al centro della riflessione, secondo il consigliere, non c’è la disponibilità dei ragazzi, bensì la capacità del tessuto produttivo di attrarre e trattenere competenze.

«Ho espresso il mio scetticismo anche agli stessi imprenditori: se davvero vogliamo riportare a casa le nostre migliori energie, dobbiamo cambiare approccio. Le grandi aziende del Nord e le multinazionali intercettano i giovani già durante gli studi, li seguono, li formano, li assumono con stipendi doppi rispetto a quelli offerti qui e con prospettive di carriera reali. Da noi, invece, persiste ancora un retaggio baronale: le posizioni apicali restano spesso appannaggio dei membri della famiglia, e chi entra dall’esterno sa già che, oltre un certo punto, non potrà andare».

Un’impostazione che, sottolinea, scoraggia i profili più qualificati dal rientrare: «Un ragazzo che ha studiato al Nord o all’estero non accetta più di essere sottopagato o di vedere bloccata la propria crescita. E non basta dire che “al Sud la vita costa meno” o che “c’è la famiglia”: ciò che conta è il riconoscimento del merito, la possibilità di costruire un futuro, di vedere valorizzati anni di studio e sacrifici».

Da questa analisi, evidenzia Firrincieli, discende una doppia responsabilità.

«Le nostre imprese devono avviare una riflessione profonda su come attrarre intelligenze e competenze. Non possiamo più permetterci di perdere capitale umano formato con risorse del territorio, che poi produce ricchezza altrove. Ma serve anche una cabina di regia politica, regionale e nazionale, che affronti finalmente il tema delle retribuzioni, erose da decenni, e che definisca livelli di ingresso più adeguati alle aspettative dei giovani».

Il suo intervento si chiude con un appello netto: «Se vogliamo che i nostri ragazzi tornino, dobbiamo offrire loro un motivo concreto per farlo. Non bastano gli slogan, servono scelte coraggiose: salari più alti, percorsi di carriera trasparenti, meritocrazia reale. Solo così potremo invertire una tendenza che sta svuotando il Sud e, con esso, il futuro delle nostre comunità».