la testimonianza
La storia di Luca, da tre anni rider a Catania: «Io, in sella per sette ore a sera: 30 euro carburante escluso»
Pesa la fatica, ma anche l’ansia. Più volte ha rischiato incidenti. «Nessuno mi obbliga a farlo, ma quei pochi soldi servono»
Le tutele sono poche, quasi zero, ma i rischi sono tanti e la paga non è commisurata. A scegliere questo “lavoro” sono soprattutto i giovani, minorenni, ma anche fra i meno giovani che hanno subito un licenziamento improvviso e con familiari a carico non è impossibile trovare chi sfida la strada.
Sulla carta sono cinque ore, ma per Luca (non è il suo vero nome, perché teme di essere riconosciuto) «sono almeno sette», perché tra attese, spostamenti e tempi morti il turno si dilata. Fa il rider in modo saltuario, «soprattutto il sabato e nei fine settimana», quando le richieste in pizzeria aumentano e le chiamate si susseguono senza tregua. In una serata di fine settimana arriva fino a quindici consegne. «Il compenso è di 30 euro a sera, carburante escluso» quello lo fornisce l’azienda, «ma il mezzo no».
Ha iniziato tre anni fa, quando aveva sedici anni. «Lo faccio da quando ho 16 anni», racconta con una naturalezza che contrasta con la durezza dell’esperienza. Oggi è poco più che maggiorenne, ma ha già accumulato una consapevolezza precoce. «Vorrei smettere il prima possibile e trovare di meglio», dice. «Non è un lavoro scelto per vocazione, ma per necessità, per avere un’entrata, per contribuire alle spese»
Sono coloro che ci servono direttamente a casa mentre si sta comodamente sul divano, anche durante una tipica giornata invernale di piovaschi e gelo. La vita di un rider, che tendenzialmente inizia quando un normalissimo orario d’ufficio termina, è frenetica: «È un lavoro di velocità e porta ansia», si sfoga ancora Davide, «ho anche rischiato più volte l’incidente». In un mondo fatto di recensioni e di velocità il rider, che tendenzialmente ha un contratto di collaborazione coordinata e continuativa ma quando va male lavora direttamente in nero, insegue il tempo fra una consegna e l’altra.
La sera, mentre la città ordina e aspetta, lui attraversa incroci e rotonde con lo sguardo teso. Ogni citofono che suona è un passaggio in più, ogni consegna è una corsa contro il tempo, con anche il rischio di non ricevere nemmeno la simbolica mancia. La critica per il ritardo è sempre dietro l’angolo, spesso per colpe che non sono nemmeno imputabili al suo lavoro. «Non è una vita che ho scelto, ma è la vita che in questo momento sono costretto a fare. Non mi lamento, nessuno mi ha costretto a fare il rider. Ma non penso proprio che lo farò ancora per molto tempo», sospira. Trenta euro per una manciata di ore che pesano molto di più e sembrano non passare. E il desiderio, sempre più forte, di trovare un’alternativa che non abbia il rumore costante del traffico in sottofondo.