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L'ALLEANZA

Sicilia, un’alleanza di fuoco e pietra lavica: nasce il maxi-distretto che unisce agroalimentare e turismo

Una fusione che cambia la mappa delle filiere: oltre settemila imprese sotto un’unica regia tra l’Etna e il Val di Noto, con l’obiettivo di spingere qualità, export e accoglienza

26 Febbraio 2026, 15:09

Sicilia, un’alleanza di fuoco e pietra lavica: nasce il maxi-distretto che unisce agroalimentare e turismo

Una fusione che cambia la mappa delle filiere: oltre settemila imprese sotto un’unica regia tra l’Etna e il Val di Noto, con l’obiettivo di spingere qualità, export e accoglienza

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Immaginate una mattina tersa di fine inverno: le colate nere dell’Etna disegnano la costa, mentre nei mercati di Modica e Ragusa il profumo di arance rosse e cioccolato invade i vicoli barocchi. È qui che, il 26 febbraio 2026, prende forma un’operazione industriale e territoriale insieme: la fusione per incorporazione del Distretto delle Filiere e dei Territori di Sicilia in Rete con il Distretto del Sud-Est Sicilia “Etna – Val di Noto”. Risultato: la più ampia realtà aggregativa del comparto agroalimentare siciliano, un “campus diffuso” che mette a fattor comune produzione, trasformazione, ricerca, accoglienza turistica e promozione internazionale. Secondo i dati ufficiali, la nuova compagine rappresenta 7.650 imprese, 17.500 addetti e un fatturato complessivo – diretto e indiretto – collegato alle produzioni di qualità stimato in circa 1 miliardo di euro.

Un’operazione di sistema: chi guida e cosa cambia

La fusione non è un matrimonio di circostanza, ma un salto di scala. A guidarla è Angelo Barone, presidente del Distretto delle Filiere e dei Territori di Sicilia in Rete e della Rete C.I.B.O. in Sicilia (acronimo di Cultura – Identità – Biodiversità – Organizzazione), soggetto attuatore del contratto di distretto. Nel nuovo assetto, è stato rinnovato anche il Direttivo del Distretto del Cibo, con Giovanna Licitra – dirigente Camera di Commercio del Sud Est Sicilia – nel ruolo di vicepresidente. L’ambizione dichiarata: dotare le filiere regionali di uno strumento strutturale in grado di accompagnare le imprese nella transizione ecologica, nella digitalizzazione e nell’internazionalizzazione.

Dietro l’aggregazione c’è un’architettura organizzativa maturata negli ultimi anni. Il Distretto delle Filiere e dei Territori di Sicilia in Rete è formalmente riconosciuto come Distretto del Cibo dal 2019 (DDG 4257/2019), iscritto nel Registro nazionale e costruito come piattaforma pubblico-privata che integra imprese, GAL, FLAG, università, enti di ricerca e amministrazioni locali. Tra gli obiettivi statutari: agire in logica di cluster, valorizzare le produzioni certificate (DOP, IGP, DOC, IGT, BIO, PAT), spingere filiera corta e export, e soprattutto rafforzare il nesso tra cibo e territori con il Turismo Relazionale Integrato.

I numeri che contano: ampiezza, filiere e marchi di qualità

Il perimetro produttivo che converge nel nuovo soggetto è ampio e differenziato. Comprende distretti e consorzi tra i più rappresentativi: Agrumi di Sicilia, Ortofrutta di qualità, Frutta in guscio, Filiera lattiero-casearia, Cerealicolo siciliano, Pesca e crescita blu, l’Associazione Produttori Olivicoli, oltre a centri di ricerca come CORFILAC e Corfilcarni, i Biodistretti Terre degli Elimi e Valle del Simeto, e consorzi di tutela come Pomodoro di Pachino IGP, Cioccolato di Modica IGP, Ragusano DOP, Olio Monti Iblei DOP, Cerasuolo di Vittoria DOCG, Etna DOC e Monte Etna DOP. Questa costellazione rende leggibile il disegno industriale: presidiare l’intera catena del valore, dalla campagna alla tavola, con un marchio territoriale forte.

Nel frattempo, il bacino delle indicazioni geografiche in Sicilia ha continuato a crescere. Secondo l’ultimo Rapporto Ismea–Qualivita disponibile, il valore economico complessivo di DOP e IGP riconducibili all’isola si attesta intorno a 555 milioni di euro (dato 2023), con 67 denominazioni cibo e vino e oltre 18.000 operatori coinvolti. Il peso maggiore è del vino (81%), seguito da ortofrutta (11%), olio (5%) e formaggi (1%). Un capitale immateriale – reputazione, qualità certificata, distintività – che si somma al miliardo stimato di fatturato legato alle produzioni di eccellenza nel perimetro del nuovo distretto.

Perché conta: unire le geografie economiche dell’Etna e del Val di Noto

Non è casuale che il baricentro dell’operazione cada tra l’Etna e il Val di Noto. Da un lato, il vulcano più alto d’Europa – iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO dal 2013 – ha innescato una delle rinascite enologiche più studiate degli ultimi anni, con l’Etna DOC protagonista di un “rinascimento” fatto di viticoltura d’altura, suoli lavici e micro-terroir. Dall’altro, le “Città tardo barocche del Val di Noto”, patrimonio UNESCO dal 2002, rappresentano un magnete culturale e turistico che ha trasformato l’appeal internazionale del Sud-Est siciliano. Integrare queste due anime – naturalistica e culturale – significa proporre al mercato un prodotto territoriale capace di unire agroalimentare di qualità e ospitalità esperienziale.

Il Distretto del Sud-Est Sicilia “Etna – Val di Noto”, nato su impulso della Camera di Commercio del Sud Est Sicilia e del GAL Terra Barocca, già nel 2019 metteva in rete 439 associati in 37 comuni tra Ragusa, Siracusa e Catania, con 2.347 addetti e oltre 357 milioni di euro di fatturato aggregato. Oggi quell’intuizione trova una sponda regionale più ampia, grazie all’incorporazione nel Distretto delle Filiere e dei Territori di Sicilia in Rete.

Oltre l’agroalimentare: l’effetto moltiplicatore sul turismo

I flussi turistici del Sud-Est negli ultimi anni hanno mostrato una resilienza significativa. A Siracusa, il 2025 si è chiuso con 1.215.339 pernottamenti, in lieve crescita (+0,2%) rispetto al 2024, grazie al traino internazionale (+8,8%), che ha compensato il calo della domanda domestica. Trend simile ad Agrigento, dove nel 2025 si è registrata una sostanziale tenuta (-1,03% sul 2024) ma con un deciso aumento delle presenze estere (+4,27%) e una permanenza media salita a 3,26 notti. Questi segnali dicono che la “nuova Sicilia” che vende cultura, paesaggio ed enogastronomia di qualità trova nel pubblico internazionale un alleato naturale.

Non si tratta solo di quantità, ma di qualità della spesa e destagionalizzazione. Nel 2024, la Regione ha messo in evidenza una crescita delle presenze attorno all’11% e un avanzamento nella reputazione di destinazione a livello nazionale, con performance particolarmente positive sui mercati USA, Francia, Germania e Regno Unito. Una traiettoria confermata anche da analisi di settore che, per i primi otto mesi del 2025, stimavano un aumento della permanenza media fino a 3,6 giorni. Su questo terreno, un maxi-distretto che integra offerta di prodotto e ospitalità può fare la differenza, costruendo itinerari del gusto, strade del vino e dell’olio, esperienze in cantina e frantoio, visite ai consorzi di tutela, laboratori di cioccolato di Modica, tour nelle masserie e nelle aree naturali protette.

Le leve finanziarie: tra PNRR, contratti di filiera e ZES Unica

Una realtà aggregata di queste dimensioni può intercettare meglio le leve finanziarie disponibili. Negli ultimi cicli, ai Contratti di filiera e di distretto sono stati destinati fondi consistenti anche nel quadro del Fondo complementare al PNRR (oltre 1,2 miliardi a livello nazionale per agroalimentare, pesca, florovivaismo). In Sicilia, programmi che coinvolgono il Distretto delle Filiere e dei Territori di Sicilia in Rete hanno attivato, in combinazione con altri distretti, investimenti per circa 54 milioni di euro tra transizione sostenibile, economia circolare e Turismo Relazionale Integrato. Sono risorse che, inserite in un’unica cabina di regia, possono accelerare innovazione di processo, tracciabilità, salubrità e promozione.

C’è poi il capitolo ZES Unica Mezzogiorno, che tra 2025 e 2026 ha offerto un credito d’imposta fino al 50% per investimenti in macchinari, impianti, attrezzature, terreni e immobili produttivi, cumulabile con misure come Transizione 5.0. Per il mondo agricolo-pesca-acquacoltura sono state previste soglie d’ingresso più basse. Un’opportunità utile, ad esempio, per cantine, opifici, oleifici, caseifici e laboratori di trasformazione che necessitano di upgrade tecnologici e green. Allo stesso tempo, nel 2026 è emersa una criticità: in Sicilia, su circa 830 milioni di euro di agevolazioni richieste, il 25% rischia di restare senza copertura, con appelli delle associazioni d’impresa alla Regione per integrare le risorse. Per un distretto che punta all’integrazione di filiere e territori, il monitoraggio di questi canali – e la capacità di “fare massa critica” nei bandi – può risultare decisivo.

La posta in gioco: passare da “somma di eccellenze” a “sistema”

La fusione tra Distretto delle Filiere e dei Territori di Sicilia in Rete e Distretto del Sud-Est Sicilia “Etna – Val di Noto” non è solo una notizia di settore. È un test per capire se la Sicilia può trasformare un mosaico di eccellenze – spesso isolate – in un sistema capace di generare valore più stabile, redditività lungo la filiera e occupazione qualificata. La scala ora c’è: 7.650 imprese, 17.500 addetti, 1 miliardo di valore. Il resto dipende da tre parole chiave, che tornano nei documenti programmatici e nelle interviste: integrazione, rigore e visione. Se la prima unisce, la seconda dà credibilità sui mercati; la terza serve per puntare davvero in alto, tra il nero della lava e l’oro della pietra barocca.