l’analisi
Fonti rinnovabili chiave per una Sicilia vincente, ma la transizione energetica, se vuole essere giusta, deve essere anche condivisa
Nel tempo della crisi climatica, l'isola sta al centro non per retorica geografica ma per necessità storica. È la piattaforma naturale tra Europa e Nord Africa
La Sicilia non è un’isola. O meglio: non è solo un’isola. È una cerniera, una soglia, un luogo dove le linee del mondo si toccano e si sfiorano, e dove le transizioni - quelle vere, non quelle declamate nei convegni climatizzati - assumono il volto concreto delle pale eoliche che girano sopra i campi di grano, dei pannelli fotovoltaici che specchiano il sole africano, delle saline che misurano l’evaporazione come un antico termometro del Mediterraneo.
Nel tempo della crisi climatica, la Sicilia sta al centro non per retorica geografica ma per necessità storica. È la piattaforma naturale tra Europa e Nord Africa, tra venti e correnti, tra gasdotti e cavi sottomarini. Da qui passano le rotte dell’energia fossile - basti pensare ai rigassificatori e ai terminali che guardano verso il Canale di Sicilia - ma da qui potrebbe partire, e in parte già parte, una nuova infrastruttura invisibile: quella dell’energia pulita che attraversa il mare sotto forma di elettroni.
Il sole, in Sicilia, non è un elemento del paesaggio: è un capitale. L’irraggiamento medio annuo supera di gran lunga quello di molte regioni del continente europeo. Non è un caso che grandi operatori abbiano individuato nell’isola uno dei territori più promettenti per il fotovoltaico su larga scala. Le campagne punteggiate di pannelli raccontano una modernità che avanza, ma sollevano anche interrogativi su consumo di suolo, paesaggio, filiere locali.
Lo stesso vale per il vento. Le dorsali interne e le coste occidentali sono diventate negli anni una costellazione di torri eoliche. Simboli di un cambiamento necessario, certo. Ma anche oggetto di conflitti, di contenziosi, di resistenze. La transizione energetica, se vuole essere giusta, deve essere anche condivisa.
E poi c’è l’acqua. In un’isola che conosce la sete, che alterna alluvioni improvvise a lunghi periodi di siccità, il cambiamento climatico non è un’ipotesi ma un’esperienza quotidiana. Le dighe svuotate, le autobotti nei quartieri, i campi bruciati dal caldo sono la cronaca di un adattamento che non può più essere rimandato. Non basta produrre energia pulita se non si riorganizza il ciclo dell’acqua, se non si investe in reti intelligenti, in riuso, in efficienza.
La Sicilia, in questo scenario, è anche laboratorio geopolitico. I progetti di interconnessione elettrica con la penisola e con altri Paesi del Mediterraneo disegnano una mappa dove l’isola non è periferia ma un hub energetico che può ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento europeo. Ma ogni infrastruttura è una scelta di campo: orienta flussi, consolida alleanze, crea dipendenze. La transizione non è neutrale.
C’è poi una dimensione meno visibile, ma altrettanto decisiva: quella sociale. La Sicilia porta sulle spalle una storia di disuguaglianze, di emigrazione, di occasioni mancate. La sfida climatica ed energetica può essere l’ennesima promessa tradita o l’occasione di un riscatto. Dipenderà dalla capacità di costruire competenze, di trattenere i giovani, di attrarre ricerca e innovazione.
La questione, allora, è costruire capitale umano. Non solo ingegneri delle rinnovabili, ma esperti di gestione delle reti intelligenti, di accumulo energetico, di idrogeno verde, di pianificazione territoriale sostenibile. Significa rafforzare i percorsi tecnici e professionali, creare laboratori connessi alle imprese, promuovere dottorati industriali, sostenere startup capaci di trasformare un’idea in prototipo e un prototipo in impresa. Significa, soprattutto, dare ai giovani la percezione concreta che restare non sia una scelta di rinuncia ma di opportunità.
La fuga dei cervelli non è solo una statistica: è un emorragia silenziosa di competenze, di entusiasmo, di visione. Ogni ragazza o ragazzo che lascia l’isola per lavorare in un centro di ricerca del Nord o all’estero rappresenta una sconfitta collettiva quando quella competenza poteva essere messa al servizio di un territorio che ha bisogno di innovazione. La transizione climatica può invertire questo flusso, ma solo se accompagnata da politiche industriali coerenti, da incentivi mirati, da una pubblica amministrazione capace di fare sistema.
C’è poi il tema del lavoro. Le trasformazioni energetiche ridisegnano interi comparti produttivi. Pensiamo alle aree industriali legate alla raffinazione o alla petrolchimica: la decarbonizzazione non può tradursi in desertificazione occupazionale. Serve una strategia di riconversione che non lasci indietro nessuno, altrimenti la giustizia climatica resta uno slogan.
Ma la dimensione sociale non si esaurisce nel mercato del lavoro. Riguarda anche la partecipazione delle comunità alle scelte che incidono sul loro territorio. Comunità energetiche rinnovabili, cooperative locali, modelli di autoconsumo collettivo possono diventare strumenti di democrazia economica: in un’isola dove la diffidenza verso le decisioni calate dall’alto ha radici profonde, questo passaggio è decisivo.
Infine, c’è un aspetto culturale. La transizione è anche un cambiamento di mentalità: nel modo di costruire le città, di muoversi, di consumare. Richiede educazione ambientale nelle scuole, informazione trasparente, capacità di raccontare il futuro senza retorica ma con realismo. Se la dimensione sociale verrà trascurata, la transizione rischierà di alimentare nuove fratture. Se invece sarà posta al centro, l’isola potrà trasformare la sfida climatica in un progetto di coesione.
È in questo equilibrio delicato che si gioca la partita più importante. Perché la vera infrastruttura strategica non sono i cavi sottomarini o i parchi eolici, ma la fiducia di una comunità che si riconosce nel cambiamento e lo sente proprio. Senza quella, ogni transizione resta incompiuta. Con quella, anche un’isola può diventare centro.
Forse è qui che si misura la vera centralità della Sicilia: nella capacità di trasformare una vulnerabilità in una leva. Di fare della propria esposizione - ai venti, al sole, alle rotte - una forza. Le transizioni non sono mai lineari. Sono fatte di contraddizioni, di conflitti, di scelte imperfette. Ma è proprio nei luoghi di confine che diventano più visibili, più urgenti, più concrete.
La Sicilia, allora, non è soltanto al centro delle mappe energetiche. È al centro di una domanda più ampia: quale modello di sviluppo vogliamo per il Sud, per l’Italia, per l’Europa? Se saprà rispondere con visione e coraggio, l’isola potrà smettere di essere raccontata come periferia problematica e diventare, finalmente, un laboratorio di futuro. Non un approdo, ma un punto di partenza.
*di Domenico Repetto, dirigente del ministero dell'Ambiente