La crisi internazionale
Carburanti in forte rialzo: diesel ai massimi dal 28 febbraio, l'attacco all'Iran fa volare i listino
Carburanti in rialzo: diesel ai massimi dal 28 febbraio 2025 dopo l'attacco all'Iran; rincari alle pompe da domani, ma S&P Global parla di effetti potenzialmente temporanei.
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Nuovo scatto al rialzo per i carburanti, con ulteriori ritocchi ai listini consigliati dei principali marchi. Il gasolio tocca il livello più elevato dal 28 febbraio 2025. Lo segnala Staffetta Quotidiana, che tuttavia avverte che «è solo l’inizio»: gli aggiornamenti odierni non incorporano il balzo delle quotazioni petrolifere registrato questa mattina dopo l’attacco all’Iran, per cui «gli effetti sui prezzi alla pompa si vedranno a partire da domani». Nel dettaglio, il diesel self service si attesta a 1,728 euro/litro (+8 millesimi), mentre il diesel servito è a 1,865 euro/litro (+7). «Oscillazioni sul prezzo ci saranno, ma dipenderà tutto dalla durata e intensità del conflitto, sono propenso a considerare il rialzo» del greggio «passeggero, i mercati infatti sono abituati da decenni ad affrontare le incertezze nel Golfo, mentre non erano preparati all’impatto del blitz in Venezuela di gennaio». Lo afferma in un colloquio con La Stampa Daniel Yergin, vicepresidente di S&P Global, che dice di non vedere «segnali apocalittici» legati alla crisi in Iran. «Il mercato ha già iniziato a scontare i rialzi, dallo scorso mese le quotazioni del greggio sono salite del 12% proprio in virtù dell’elaborazione di diversi scenari attorno al destino dello Stretto di Hormuz», aggiunge. Quanto all’affondamento di nove navi iraniane da parte degli Stati Uniti, osserva che «la US Navy da 50 anni si prepara a questo scenario, sanno esattamente come impedire la chiusura dello Stretto di Hormuz». Yergin sottolinea infine che sono i mercati «immensi» di Cina e Stati Uniti «che si giocano le oscillazioni di prezzo»: Pechino «ha riempito i suoi centri di stoccaggio negli ultimi tempi, siano questioni economiche o geopolitiche non sappiamo»; gli Stati Uniti, «da Paese importatore ora grazie allo shale sono un esportatore e le riserve sono ancora ricche da poter assorbire una crisi nel Golfo»