la denuncia
Il 2026 da horror della pesca siciliana: il caro gasolio si somma ai danni delle mareggiate. «Si rischia un blocco generalizzato»
Le marinerie dell'isola, da Portopalo a Mazara, sono in crisi: mezzi danneggiati, porti inagibili, fondali pieni di detriti. Ora la variabile internazionale
L’escalation del conflitto in Medio Oriente, con il prezzo del petrolio tornato a correre oltre gli 80 dollari al barile, ha fatto esplodere un problema già drammatico: il costo del carburante per i motopesca. Un settore che vive di margini minimi si ritrova ora schiacciato da spese insostenibili, mentre il maltempo degli ultimi mesi ha già messo in ginocchio flotte, porti e imprese.
Per le marinerie dell’Isola, provate da mesi di maltempo e da un mare sempre più ostile, questo nuovo scenario rischia di essere il colpo finale. Per questo motivo le associazioni regionali di categoria, che da tempo lamentano le difficoltà del comparto, sono tornate in campo in modo più incisivo chiedendo il sostegno della Regione. Non solo per portare all'attenzione dell'Ue situazioni croniche che sono di competenza comunitaria, ma per chiedere aiuti immediati, interventi che il governo regionale può adottare come misure straordinarie.
Anapi Pesca Sicilia, Confcooperative-Fedagripesca, Legacoop Agroalimentare, Agci Agrital, Unci Agroalimentare, Unicoop Pesca, Federpesca Sicilia e Agripesca Sicilia, parlano di «comparto in ginocchio» e di una crisi che, comunque, non nasce oggi. Da dicembre le marinerie siciliane affrontano un susseguirsi di mareggiate che ha devastato porti, danneggiato imbarcazioni e costretto le flotte a lunghi periodi di fermo. Le condizioni meteomarine avverse hanno impedito per settimane qualsiasi attività regolare, con un crollo del reddito per imprese ed equipaggi. Il mare, quando finalmente concede una tregua, non offre, però, condizioni favorevoli: i fondali sono invasi da detriti trascinati dalle tempeste, le reti si intasano, le attrezzature si guastano e fenomeni anomali di mucillagine, insoliti per la stagione, rendono più difficile ogni operazione.
«Molte imbarcazioni - dicono le organizzazioni di categoria - sono costrette a spostarsi verso zone più lontane e sicure, aumentando consumi e costi. In diversi porti, inoltre, le strutture sono parzialmente inagibili: mancano punti di sbarco, rifornimenti, servizi essenziali. Una paralisi che si traduce in un crollo del pescato e in un effetto domino su tutta la filiera».
A questo quadro già critico si aggiunge ora la variabile internazionale: il rincaro di prezzo del carburante per i motopesca. Le associazioni temono un rischio concreto: molte imprese potrebbero decidere di fermarsi del tutto, perché sarebbe un lavorare in perdita.
La pesca siciliana, da Portopalo a Mazara, si trova schiacciata tra fattori naturali e geopolitici che sfuggono al controllo degli operatori. «La crisi - sottolineano ancora - non riguarda solo i pescatori, ma l’intero sistema economico che ruota attorno al mare: trasformazione, commercializzazione, trasporto, distribuzione. Ogni giorno di fermo significa meno prodotto disponibile, meno lavoro, meno reddito. E con il carburante destinato a salire ancora, la prospettiva è quella di un blocco generalizzato».
Ma quali sono le misure straordinarie richieste? Ristori, misure compensative, interventi per ripristinare la piena operatività dei porti, sostegni per fronteggiare l’aumento dei costi. Ma soprattutto una presa d’atto politica: la pesca è un settore strategico, e senza un intervento immediato rischia di perdere pezzi in modo irreversibile.