Stati uniti
I nuovi dazi di Trump, negli Usa è caos: venti stati democratici fanno causa
In gioco non c’è soltanto una tariffa: la posta è stabilire chi, nella democrazia americana, decide la politica commerciale quando sul tavolo ci sono il costo della vita e centinaia di miliardi di dollari.
Un voluminoso plico rilegato in blu, depositato il 5 marzo 2026 al banco dei controlli della Corte del Commercio Internazionale (CIT) di New York, apre ufficialmente un contenzioso giudiziario e politico di portata eccezionale.
Una coalizione di circa venti Stati, guidata da California, New York, Pennsylvania e Oregon, ha citato in giudizio l’amministrazione Trump per fermare il nuovo dazio generalizzato del 10% su tutte le importazioni.
La mossa della Casa Bianca arriva a breve distanza da un deciso stop della magistratura. Il 20 febbraio 2026, con un voto di 6 a 3, la Corte Suprema ha stabilito che il presidente non disponeva dell’autorità per imporre tariffe universali facendo leva sull’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977.
Richiamando la major questions doctrine, i giudici hanno ribadito un principio cardine: la politica fiscale spetta al Congresso e l’esecutivo non può rivendicare poteri di così ampia ricaduta economica senza una delega espressa e specifica.
Costretta a smantellare in fretta l’impianto tariffario varato nel 2025, l’amministrazione ha ripiegato su un diverso fondamento normativo, applicando dal 24 febbraio i nuovi sovrapprezzi in virtù della Section 122 del Trade Act del 1974. Tale previsione consente aumenti temporanei dei prelievi alle frontiere fino al 15% e per un massimo di 150 giorni, per fronteggiare “gravi e seri deficit della bilancia dei pagamenti”.
Per la Casa Bianca si tratta di un potere pienamente legittimo, utile a contenere gli squilibri commerciali degli Stati Uniti; il livello del 15%, ha lasciato intendere Donald Trump, potrebbe essere raggiunto a breve.
Di tutt’altro avviso gli Stati ricorrenti, che denunciano un pericoloso “cortocircuito giuridico”. Nel ricorso si sottolinea come la Section 122 sia uno strumento di nicchia, concepito nell’era di Bretton Woods per gestire emergenze valutarie, e non un passe-partout per rimpiazzare i dazi appena bocciati sotto l’IEEPA: un utilizzo, sostengono, in aperto contrasto con la Costituzione.
Al fronte legale — che unisce procuratori progressisti a governatori di Stati chiave come Kentucky e Pennsylvania — si somma la preoccupazione per gli effetti sull’economia reale: un prelievo orizzontale diventa una “tassa sull’interdipendenza” lungo l’intera filiera. Studi citati dalla Federal Reserve di New York stimano infatti che l’onere ricadrà integralmente su consumatori e imprese domestiche, con un costo vicino a 1.200 dollari l’anno per famiglia.
A incidere sui conti, pubblici e privati, è anche il capitolo rimborsi: il 4 marzo 2026 un giudice della CIT ha riconosciuto agli importatori il pieno diritto alla restituzione dei dazi IEEPA dichiarati illegittimi, una sforbiciata stimata tra 130 e 175 miliardi di dollari da versare alle aziende, con impatto rilevante sui flussi di cassa del settore privato.
Sul piano internazionale, l’annuncio di un 10% globale suona come un allarme. I partner commerciali stanno valutando ritorsioni “mirate” in comparti simbolo come automotive e agroalimentare, con il rischio di una spirale di contro-dazi capace di paralizzare le sedi del WTO.
Ora tocca ai giudici della Corte del Commercio Internazionale pronunciarsi su eventuali sospensioni o conferme della misura. La Section 122, tuttavia, impone un vincolo temporale stringente: scaduti i 150 giorni, il dossier tornerà a Capitol Hill. Nell’anno delle elezioni di medio termine, il Congresso dovrà bilanciare l’onda del nuovo protezionismo con l’ombra dell’inflazione.
In gioco non c’è soltanto una tariffa: la posta è stabilire chi, nella democrazia americana, decide la politica commerciale quando sul tavolo ci sono il costo della vita e centinaia di miliardi di dollari.