6 marzo 2026 - Aggiornato alle 23:43
×

gli effetti

Il modello Dubai scricchiola: capitali in fuga verso Singapore e Hong Kong

Timori per la sicurezza e per i collegamenti spingono ricchi investitori e family office a trasferire altrove le proprie somme

06 Marzo 2026, 19:00

19:10

Economia, crescita in Sicilia in chiaroscuro, ma vola la provincia di Ragusa

L-economia-del-Meridione-mai-cos-male-dal-Dopoguerra-3acb06db6393ead36732209c5296d3a5_1618944961715

Seguici su

Switch to english version

di Mattia Bernardo Bagnoli

Il modello Dubai inizia a incrinarsi. Sicurezza, bassa tassazione, ottimi collegamenti internazionali. La guerra ha messo tutto in discussione ed ogni giorno che passa potrebbe aggravare la situazione. Chi ha investito nell’immobiliare non può che aspettare e sperare. Altra storia, invece, per i capitali liquidi. Negli ultimi giorni decine di ricchi investitori, perlopiù asiatici, si sono infatti adoperati per trasferire i fondi in altri centri finanziari regionali, Singapore e Hong Kong in testa. E’ presto per decretare la fine del Golfo come parco giochi dell’élite globale ma, per alcuni, è senz'altro già 'goodbye Dubaì'.

Ryan Lin, avvocato specializzato in patrimoni privati con sede appunto Singapore, ha dichiarato alla Reuters che sei o sette dei suoi venti clienti con sede a Dubai, ciascuno dei quali possiede in media 50 milioni di dollari in beni, lo hanno contattato questa settimana e tre di loro hanno in programma di trasferire immediatamente i propri beni nella città-stato asiatica. Iris Xu, direttrice del fornitore globale di servizi aziendali e finanziari Anderson Global, ha dichiarato che questa settimana 10-20 'family office' hanno contattato la sua azienda per chiedere informazioni sul trasferimento di beni dal Medio Oriente a Singapore, temendo che il conflitto possa protrarsi (i family office sono società che gestiscono i portafogli dei ricchi). «Dubai è sempre stata sinonimo di vantaggi fiscali ma ora penso che questo aspetto potrebbe non essere più la priorità assoluta», ha affermato.

E’ un sentimento che si ritrova, sul lato occidentale, tra i centinaia di expat britannici ad esempio rientrati di fretta e furia in patria allo scoppio del conflitto: un bel contrasto con la narrazione degli ultimi anni, che vedeva finita l’epoca di Londra sotto i colpi della tassazione laburista. Tant'è vero che, tra social e forum, c'era chi ipotizzava di legare il prelievo fiscale alla cittadinanza e non alla residenza, come fanno già gli americani. Perché è troppo comodo godersi la vita tax free a Dubai quando tutto fila liscio e poi farsi rimpatriare scortati dalla Royal Air Force se le cose si mettono male. Peraltro, proprio il tema dei collegamenti potrebbe ora affondare il Golfo, sinora perfettamente situato tra Asia ed Europa. «Anche se il conflitto finisse domani, continuare a volare avanti e indietro sarebbe comunque difficile: è una questione di fiducia», afferma un consulente finanziario asiatico, che ha dichiarato di aver parlato finora con 13 clienti con sede negli Emirati Arabi Uniti, più della metà dei quali seriamente intenzionati a trasferire i propri beni a Singapore.

Detto questo, anni di investimenti non si cancellano in una settimana di guerra. Jeremy Lim, cofondatore di GrandWay Family Office, sta aprendo un family office ad Abu Dhabi e ha affermato che i suoi piani non sono cambiati. «Il vero fattore determinante per le aziende sarebbe se gli Emirati Arabi Uniti dovessero essere coinvolti direttamente in un conflitto a fianco di una delle parti», ha dichiarato Lim.