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Il costo della guerra per le famiglie: ondata di rincari fino a 360 euro l'anno su luce, gas, benzina e riscaldamento
Lo Stretto di Hormuz minaccia i mercati energetici: rischio blocco che può far salire il greggio fino al +30%, rincari già per elettricità e carburanti e ripercussioni su logistica, assicurazioni e inflazione
Lo Stretto di Hormuz è tornato a rappresentare l’anello più vulnerabile dell’economia mondiale, complice l’escalation tra l’Iran e l’asse Stati Uniti-Israele.
Da questo passaggio marittimo transita circa il 20% del commercio globale di petrolio e una quota analoga di gas naturale liquefatto (GNL), rendendolo il “chokepoint” più cruciale per gli idrocarburi.
Un blocco totale, o anche una marcata contrazione dei flussi, trasformerebbe in breve una crisi geopolitica in un autentico shock energetico internazionale. Nel caso peggiore, la paralisi del corridoio potrebbe sottrarre al mercato nell’immediato il 15-20% dell’offerta. Diverse banche d’affari stimano che, qualora l’interruzione si protraesse, le quotazioni del greggio potrebbero impennarsi fino a +30%, raggiungendo l’area dei 120-130 dollari al barile.
Per le famiglie italiane, gli effetti sono già tangibili. Secondo le stime diffuse da Nomisma Energia a inizio marzo 2026, dal 1° aprile si profilano rincari di circa il +15% per il gas e un aumento fra il +8% e il +10% per l’elettricità nel secondo trimestre.
Le simulazioni di Facile.it quantificano in 166 euro l’extra-costo medio annuo nello scenario base. Se le interruzioni dovessero protrarsi, valutazioni prudenziali di associazioni come il Codacons indicano possibili aggravi complessivi tra +210 e +380 euro l’anno per una famiglia tipo.
Sui carburanti la trasmissione degli aumenti è ancora più rapida. Tra fine febbraio e inizio marzo 2026, i dati del MIMIT registrano rialzi medi di +9,2 centesimi al litro per la benzina (fino a 1,76 €/l) e di +18,9 centesimi per il gasolio (a 1,91 €/l).
Questa brusca inversione riflette l’immediato riprezzamento del rischio geopolitico. L’onda d’urto non si limita all’energia: minaccia di inceppare l’intera catena logistica globale. Le compagnie assicurative hanno impennato i premi per il “war risk”, chiedendo tariffe fino a tre volte superiori per le navi con legami verso USA, Regno Unito o Israele. Di fatto, per molti armatori lo Stretto di Hormuz risulta già “de facto” precluso per ragioni di sicurezza.
Come accaduto con le recenti crisi nel Mar Rosso, le rotte alternative allungano tempi e distanze, moltiplicano i costi di trasporto, comprimono i margini aziendali e riaccendono le pressioni inflazionistiche.
Tutto ciò rischia di ribaltare il quadro dell’inflazione italiana, precedentemente atteso in rientro all’1,4-1,9% nel 2026. I rincari si propagheranno a beni, servizi e, in particolare, ai prodotti alimentari. Un terzo del commercio degli input per fertilizzanti transita in aree oggi esposte a rischio: eventuali carenze farebbero lievitare i costi agricoli, con effetti destinati a manifestarsi sullo scontrino del supermercato.
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Per contenere l’impatto, il governo può attivare leve fiscali e comunitarie e rafforzare la vigilanza contro le speculazioni. I cittadini, dal canto loro, possono valutare tariffe energetiche a prezzo fisso, ottimizzare i consumi mantenendo il termostato a 19-20 °C e risparmiare fino a 100 euro l’anno confrontando sistematicamente i prezzi dei carburanti prima del rifornimento tramite app dedicate.