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gli effetti della guerra

Shock petrolifero, l'Italia mette mano alle riserve e "libera" 9,9 milioni di barili: ma basterà a fermare la corsa dei prezzi? |

L'11 marzo passerà alla storia come la data della più massiccia immissione di riserve petrolifere sul mercato mai deliberata: l’Agenzia Internazionale dell'Energia ha autorizzato lo sblocco fino a 400 milioni di barili

12 Marzo 2026, 19:27

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Shock petrolifero, l'Italia mette mano alle riserve e "libera" 9,9 milioni di barili:  ma basterà a fermare la corsa dei prezzi? |

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L'11 marzo 2026 passerà agli annali come la data della più massiccia immissione di riserve petrolifere sul mercato mai deliberata. Per arginare l’impennata dei prezzi e lo shock d’offerta innescati dalla guerra in Iran e dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, l’Agenzia Internazionale dell'Energia, con l’appoggio esplicito dei ministri del G7, ha autorizzato lo sblocco fino a 400 milioni di barili. Una misura eccezionale, oltre il doppio rispetto alle scorte liberate nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, definita dal direttore dell’AIE Fatih Birol un’“azione collettiva senza precedenti”.

Ma come funziona questo meccanismo nel nostro Paese e quanto siamo davvero protetti in caso di escalation? Il “paracadute” italiano si fonda su un obbligo di legge: in conformità ad una Direttiva europea del 2009 e a un Decreto legislativo del 2012, l’Italia deve mantenere riserve petrolifere pari al maggiore tra 90 giorni di importazioni nette e 61 giorni di consumi interni. Questa “cassaforte diffusa”, amministrata in parte dagli operatori economici e in parte dall’Organismo Centrale di Stoccaggio Italiano (OCSIT) sotto la vigilanza del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), costituisce il vero cuscinetto di sicurezza nazionale. Il nostro Paese libererà 9,9 milioni di barili. 

Come confermato dai recenti decreti ministeriali relativi agli anni scorta 2025 e 2026, le giacenze strategiche non sono composte esclusivamente da greggio. Una quota rilevante riguarda prodotti finiti come benzina, gasolio e jet fuel. Una scelta determinante: consente di soddisfare quasi in tempo reale le esigenze dei comparti più sensibili dell’economia, a partire dai trasporti, senza dover scontare immediatamente i vincoli temporali e tecnici della raffinazione.

Avere barili nei serbatoi, tuttavia, è solo metà dell’equazione. La vera prova consiste nel trasformarli e distribuirli capillarmente. L’Italia dispone di un parco di impianti strategici — tra cui spiccano Sarroch, Milazzo, Priolo, Sannazzaro e Taranto — ma la capacità di raffinazione è sotto pressione. Un allarme lanciato dall’ENEA nel 2024 ha segnalato un calo del tasso medio di utilizzo, monito a non sottovalutare il ruolo cruciale della logistica: porti e oleodotti restano pilastri della sicurezza energetica.

Sul fronte dei prezzi, le prime settimane di marzo 2026 hanno registrato una forte volatilità alla pompa, con rincari rapidi di gasolio e benzina alimentati dai timori geopolitici. Il maxi rilascio di 400 milioni di barili mira a raffreddare le aspettative rialziste, ma analisti e mercati avvertono: è un “ponte” utile a guadagnare tempo, non una cura strutturale. In termini di flussi, quei volumi equivalgono a poche settimane di esportazioni dal Golfo Persico.

Pur potendo contare su un solido quadro regolatorio e su un modello ibrido pubblico-privato di alto livello, l’Italia — che nel 2025 ha consumato oltre 56 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi — resta esposta a vulnerabilità oggettive. Basti pensare che se ogni barile è poco meno di 160 litri, 9,9 milioni di barili equivalgono a circa 1,5 milioni di tonnellate (e quindi poco meno del 3% del fabbisogno annuale nazionale).

La storica dipendenza da rotte marittime delicate, come Hormuz e il Mediterraneo orientale, rende l’economia reale particolarmente sensibile agli shock. La mossa concertata di AIE e G7 serve dunque, in larga parte, a gestire la dimensione psicologica dei mercati, scongiurando ondate di panico o razionamenti improvvisi. Ma se le catene di approvvigionamento dovessero incepparsi a lungo, l’efficienza e la resilienza di questa macchina d’emergenza verrebbero messe alla prova come mai prima d’ora.