il caso
Pasta italiana salva: Stati Uniti riducono i dazi antidumping, mezzo miliardo di euro di export al sicuro
Tariffe ridotte per 13 marchi, ma restano le tensioni tra Usa e UE
Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha formalizzato un provvedimento cruciale per il Made in Italy, annunciando un sostanziale taglio dei dazi antidumping a carico di 13 marchi di pasta italiana in precedenza accusati di esportare a prezzi inferiori a quelli di mercato. La misura provvisoria del 4 settembre, che inizialmente contemplava prelievi punitivi fino al 91,7%, è stata profondamente rivista.
Nel dettaglio, il margine antidumping per Garofalo scende al 7%, per La Molisana al 2,65%, mentre per le altre undici imprese coinvolte viene fissato un prelievo del 5,21%. Un risultato ampiamente favorevole, frutto di un’azione difensiva rapida e coordinata.
La Farnesina ha sottolineato il ruolo determinante del Governo italiano e della Commissione europea nel sostenere i produttori, oltre alla stretta cooperazione delle stesse aziende, che hanno trasmesso alle autorità statunitensi una corposa documentazione integrativa e articolate memorie difensive.
L’alleggerimento delle tariffe costituisce un salvagente economico: secondo Coldiretti e Filiera Italia, la revisione tutela un volume di esportazioni che nel 2025 ha sfiorato il mezzo miliardo di euro. La decisione scongiura anche il rischio di favorire le imitazioni locali statunitensi a discapito della competitività della pasta “premium” tricolore.
Nonostante questo successo per l’agroalimentare italiano, i rapporti commerciali complessivi tra Stati Uniti e Unione europea restano fragili alla luce delle mosse recenti dell’amministrazione guidata da Donald Trump. Il presidente ha aggirato un recente stop della Corte Suprema alle sue politiche commerciali, avviando nuove indagini sulla base della sezione 301 del Trade Act. L’accusa mossa da Washington, che riguarda l’Europa insieme a Cina e Svizzera, è quella di un “eccesso strutturale di capacità e produzione” in diversi comparti manifatturieri.
La Commissione europea ha replicato con prontezza tramite il portavoce Olof Gill, ribadendo che le cause della sovraccapacità globale sono note e non riconducibili al Vecchio Continente. A stemperare parzialmente la tensione sono arrivate le rassicurazioni del segretario al Tesoro USA, Scott Bessent, e del rappresentante al Commercio, Jamieson Greer, che in un colloquio con il commissario UE Maros Sefcovic hanno confermato l’impegno di Washington a rispettare l’intesa “Trump Turnberry” (tariffa del 15% con clausola della nazione più favorita), consentendo in questa fase transitoria a taluni prodotti europei un’aliquota ridotta intorno al 10%.
L’incertezza, in ogni caso, continua a dominare lo scenario internazionale. Da un lato, il presidente della commissione Commercio del Parlamento europeo, Bernd Lange, denuncia l’assenza di un chiaro impegno formale statunitense e teme futuri irrigidimenti tariffari. Dall’altro, si moltiplicano i focolai di tensione diplomatico-commerciale, come le recenti minacce di Trump di interrompere i rapporti con la Spagna per divergenze sulla guerra in Iran.