l'inchiesta
Amazon a processo a Milano: la furbizia dell'algoritmo e l'ombra di un'evasione da 1,2 miliardi (e pressioni per avere leggi favorevoli)
Inchiesta milanese: le tecniche per aggirare l’Iva, dati conservati all’estero e sospetti di rapporti istituzionali che potrebbero ridisegnare le regole del commercio elettronico
Un contenzioso fiscale da 1,2 miliardi di euro, un sistema di intelligenza artificiale accusato di “indifferenza” alle norme e l’ombra di pressioni istituzionali improprie. È il quadro delineato il 12 marzo 2026 dalla Procura di Milano, con la richiesta del pm Elio Ramondini di rinviare a giudizio Amazon EU S.à r.l. e quattro dirigenti, tre europei e uno statunitense.
Nel mirino non ci sono soltanto i bilanci, ma il fulcro tecnologico e l’intero impianto commerciale del colosso.
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Secondo l’ipotesi accusatoria, tra il 2019 e il 2021 l’architettura del marketplace, governata da “algoritmi di logistica predittiva” e “machine learning”, avrebbe sistematicamente aggirato l’applicazione dell’Iva al 22% sulle vendite in Italia di prodotti di venditori extra-Ue, in larga parte cinesi.
A rendere più gravosa la posizione della società sarebbe la presunta scarsa trasparenza nei confronti della Guardia di Finanza di Monza: a fronte delle richieste di tracciabilità, Amazon avrebbe fornito dati “incompleti” e “inidonei”, conservati strategicamente su server a Bangalore, in India.
La multinazionale respinge le contestazioni, definendo il procedimento “infondato” e rivendicando il proprio ruolo di grande contribuente, con 25 miliardi di euro di investimenti nel Paese.
A dicembre 2025 l’azienda ha versato all’Agenzia delle Entrate oltre 511 milioni di euro, che si sommano a precedenti 212 milioni, per un totale di 723 milioni, al fine di chiudere il contenzioso amministrativo.
La giustizia penale, tuttavia, prosegue su un binario autonomo: il doppio regime normativo impedisce che il pagamento azzeri automaticamente eventuali responsabilità per “dichiarazione fraudolenta”, contestazione ricondotta a specifiche scelte organizzative e soluzioni informatiche.
Il fascicolo milanese è ampio e tocca ulteriori profili. Emergono infatti sospetti di incontri con “interlocutori istituzionali”, ai tempi del Decreto Crescita, per “ammorbidire” gli obblighi di tracciabilità.
A febbraio 2026 sono scattate perquisizioni in relazione a una presunta “stabile organizzazione occulta”, circostanza che ha già indotto l’azienda a regolarizzare 159 dipendenti. Già a novembre 2025, inoltre, un’operazione doganale aveva ipotizzato il contrabbando di merce cinese destinata ai magazzini italiani.
Ora spetta alla gup Tiziana Landoni fissare l’udienza preliminare. Le ricadute del procedimento potrebbero incidere profondamente sulle regole del commercio elettronico globale: se l’impianto accusatorio, sorretto dalle analisi massive di Sogei, dovesse reggere, le piattaforme sarebbero chiamate a farsi garanti attivi dell’Iva. Una svolta potenzialmente epocale, in grado di ridurre i differenziali di prezzo alimentati dall’elusione e di riequilibrare la concorrenza a favore degli operatori locali rispetto allo strapotere dei giganti digitali.