il caso
Il prezzo del gas corre e ora arriva anche il freddo: la guerra arriva nelle tasche degli italiani
Il conflitto in Iran, calo delle temperature e calo delle rinnovabili potrebbero spingere ancora il gas dopo il balzo del TTF: stoccaggi europei sotto pressione e l’accordo Eni‑Repsol‑Venezuela su Cardón IV come possibile contromisura
Milano, 14 marzo — Una nuova minaccia incombe sulle quotazioni del gas. Dopo due settimane di conflitto in Iran, è in arrivo un’ondata di freddo che potrebbe innescare ulteriori rincari, dopo il balzo del 57,11% messo a segno dal TTF di Amsterdam dalla fine di febbraio.
Lo segnalano gli analisti di BloombergNEF, specializzati in energia, trasporti, industria, costruzioni e agricoltura, che prevedono un peggioramento climatico sull’Europa centro-occidentale.
«Già le previsioni dello scorso 11 marzo — osservano — indicavano un significativo calo di temperatura nell’ultima parte del mese e gli ultimi aggiornamenti lo ribadiscono, perché i segnali dell’arrivo del freddo non sono scomparsi, confermando la severità dell’ondata.»
Di conseguenza, avvertono, «la precipitazione delle temperature potrebbe alzare la richiesta di riscaldamento a fine stagione, spingendo i prezzi al rialzo nel caso in cui ci fosse una minor produzione di rinnovabili.»
Le fonti rinnovabili restano infatti strettamente legate alle condizioni meteorologiche: con cielo coperto la produzione fotovoltaica rallenta e in assenza di vento l’eolico si ferma, come accadde in Germania durante la ‘bonaccia oscurà’ (dunkelflaute) della scorsa estate.
Allora, per compensare la carenza di sole e vento, Berlino dovette attingere in anticipo agli stoccaggi, riducendo le riserve. Oggi la Germania, tradizionalmente tra i Paesi europei con i maggiori volumi in deposito, è al 21,93% (55,08 TWh), a fronte di una media Ue del 29,11% (332,58 TWh).
L’Italia guida la classifica con il 45% (91,53 TWh), custodendo quasi un terzo delle scorte complessive del continente.
Dopo la recente impennata, il mercato si è concesso venerdì una pausa: ad Amsterdam il gas ha ceduto l’1,48% a 50,12 euro/MWh, dopo il picco a 64 euro del 9 marzo, livello che non si vedeva dal 2022.
Gli operatori restano in attesa di sviluppi sullo stretto di Hormuz, presidiato dai Pasdaran iraniani che ostacolano il transito delle navi verso il Mediterraneo.
Da quel corridoio marittimo passa il 20% del gas naturale liquefatto mondiale, componente decisiva per la progressiva sostituzione del metano russo in Europa nei quattro anni di guerra in Ucraina.
A controbilanciare le tensioni potrebbe contribuire il recente accordo tra Eni e Repsol con la compagnia statale Petróleos de Venezuela per aumentare la capacità del giacimento offshore profondo Cardón IV.
L’obiettivo prioritario è garantire l’approvvigionamento per il mercato interno, ma Eni sottolinea che è prevista anche la possibilità di «individuare soluzioni per l'export del gas naturale e dei liquidi».
Il tutto «previo ottenimento delle necessarie autorizzazioni legali e regolatorie», così da consentire al Venezuela di «rafforzare la posizione come potenziale esportatore regionale».
Il Cane a Sei Zampe intende inoltre «valutare questa importante opportunità» facendo leva sull’esperienza maturata in grandi progetti di liquefazione offshore del gas sviluppati con successo in diversi paesi nel mondo.
(di Paolo Verdura)