il caso
L'Europa dice sì al dazi al 15% (ma non si fida degli Usa e c'è la clausola anti Trump)
Parlamento europeo approva l'accordo: intesa blindata con freno d'emergenza per proteggere le filiere e ridare certezza agli scambi transatlantici. Gli italiani votano in ordine sparso (e si spaccano maggioranza e opposizione)
Il Parlamento europeo ha approvato formalmente l'accordo sui dazi con gli Stati Uniti. Con 417 voti a favore, 154 contrari e 71 astensioni, Strasburgo ha dato il via libera a un'intesa tariffaria che fissa un dazio piatto del 15% sulla stragrande maggioranza dei beni scambiati tra i due continenti. Ma non si tratta di un'accettazione incondizionata: l'Europa ha inserito un vero e proprio "freno d'emergenza" per tutelarsi dalle decisioni improvvise e dai colpi di scena dell'amministrazione guidata da Donald Trump.
Le radici di questo accordo risalgono al luglio del 2025, quando la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente Usa Trump, a Turnberry in Scozia, concordarono questa tariffa per scongiurare un'escalation distruttiva che avrebbe potuto spingere i dazi fino al 30-50% sui prodotti europei. L'iter di ratifica, però, ha subito una brusca frenata nel gennaio scorso a causa della "crisi della Groenlandia": le minacce americane di nuove tariffe legate al destino dell'isola artica avevano spinto l'Eurocamera a congelare temporaneamente il dossier, rifiutando di avallare un'intesa sotto la minaccia di dazi punitivi e leve commerciali politicizzate.
Proprio per evitare il ripetersi di simili scenari, il testo approvato oggi è "corazzato" da rigide condizionalità. Il cuore politico della ratifica è la clausola di sospensione, un meccanismo definito in Aula di "weatherproofing" per proteggere l'Ue dalle intemperie e dai ricatti politici. Qualora Washington dovesse venir meno agli impegni, discriminare gli operatori europei, attuare coercizioni economiche o minacciare l'integrità territoriale degli Stati membri, l'Unione Europea potrà tirare la leva e sospendere automaticamente i benefici concessi, ripristinando i dazi pieni.
A livello politico, il voto ha messo in luce una profonda frammentazione all'interno della delegazione italiana, che si è mossa più per logiche di filiera e posizionamento geopolitico che per automatismi di coalizione. Fratelli d'Italia, Forza Italia e il Partito Democratico hanno votato a favore dell'intesa. Al contrario, la Lega si è opposta, allineandosi nei voti contrari alle opposizioni di Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, mentre il generale Roberto Vannacci ha optato per l'astensione.
Dal punto di vista economico, l'accordo porta una boccata d'ossigeno vitale per il mercato. L'imposizione di una "baseline" del 15% restituisce prevedibilità alle catene del valore, riducendo l'incertezza sui costi logistici e assicurativi, e sbloccando di conseguenza investimenti e ordini precedentemente posticipati. La posta in gioco è immensa: nel 2024 l'interscambio tra le due sponde dell'Atlantico ha superato i 1,7 trilioni di euro, con flussi giornalieri di circa 4,6 miliardi. Settori nevralgici come l'automotive, la chimica, la farmaceutica, il vino e gli spiriti beneficeranno enormemente di questa ritrovata stabilità.
Ora il dossier passa ai tavoli tecnici guidati dai negoziatori Maroš Šefčovič per l'Ue e Jamieson Greer per gli Usa, con l'obiettivo di trasformare questo patto politico in solide certezze doganali. L'Europa però ha mandato un messaggio inequivocabile: commercio sì, ma non a qualsiasi condizione