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Energia, in Sicilia si paga il 56% in più che in Spagna: il paradosso italiano che penalizza chi produce
Francia e Germania hanno spostato gli incentivi alle rinnovabili sul bilancio pubblico. Da noi restano in bolletta
In Italia i prezzi dell’energia elettrica sono generalmente più elevati che negli altri Paesi europei. Nel 2025, in base ai dati Eurostat, le famiglie pagavano in media un prezzo di 0,36 euro per kilowattora (kWh), il 5% in più della media dell’eurozona, circa il 26% in più di una famiglia spagnola e l’8% in più di una francese. In Sicilia le famiglie pagano un prezzo medio di 0,38 euro per kilowattora (kWh).
La differenza è ancora più marcata se si considerano le imprese. Ad esempio, per una PMI industriale il prezzo dell’energia elettrica (al netto dell’IVA) si attesta intorno ai 0,22 Euro/kWh; circa il 10% in più della media dell’eurozona, il 22% in più della Francia e un considerevole +56,9% rispetto alla Spagna. In Sicilia una PMI paga un prezzo che oscilla tra 0,24 e 0,26 euro a kilowattora. Si tratta di uno svantaggio competitivo notevole rispetto a quelle di altri Paesi, soprattutto per le imprese di settori più esposti alla concorrenza internazionale.
Per comprendere le ragioni di questa forbice occorre vedere come si compone la bolletta elettrica. La bolletta contiene alcune voci che dipendono dal fornitore e dal mercato (quelle relative all’approvvigionamento dell’energia), altre sono stabilite dal regolatore (la tariffa) o dal governo (la componente fiscale). Le macro voci sono tre: il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica; i costi per il trasporto, la distribuzione e la misura dell’energia elettrica (per la realizzazione e l’esercizio delle reti) e gli oneri generali di sistema e le imposte (accise e IVA). Questi ultimi servono a finanziare scelte politiche, come il sostegno alle energie rinnovabili, gli sgravi per le famiglie a basso reddito e la perequazione a favore dei residenti in alcune aree svantaggiate (come le isole minori non interconnesse con la rete nazionale).
Se consideriamo una PMI rappresentativa del settore dei servizi turistici, i prezzi all’ingrosso dell’energia non si discostano di molto dalla media dell’eurozona. I costi di rete sono, invece, decisamente inferiori agli altri Paesi presi in considerazione, per ragioni complesse che alcuni attribuiscono alla maggiore efficienza delle nostre reti. La voce che più di tutte determina il gap nel prezzo finale è costituita dagli oneri di sistema, che da noi sono decisamente più alti che altrove: ammontano a 0,08 euro/kWh, più del triplo di quelli spagnoli e francesi e quasi il doppio di quelli tedeschi e della media dell’eurozona. Una situazione analoga vale anche per le PMI industriali, dove gli oneri di sistema ammontano a circa 4,5 volte quelli della Spagna e a circa il doppio della Germania e della media dell’eurozona.
Per una PMI gli oneri di sistema pesano per il 30,1% del prezzo finale in Italia, per il 16,3% nella media dell’eurozona, per il 15,8% in Germania, per il 10,7% in Spagna, per il 9,9% in Francia. Gli oneri di sistema sono la causa principale dell’alto costo dell’energia elettrica e costituiscono un notevole ostacolo alla competitività delle imprese.
Gli oneri generali di sistema sono “componenti tariffarie (delle bollette dell’energia elettrica e del gas) il cui gettito, di natura parafiscale, è destinato alla copertura di costi relativi ad attività di interesse generale per il sistema elettrico (e del gas), previsti in attuazione di disposizioni normative primarie”. Dal 1° gennaio 2018, gli oneri sono articolati in due componenti tariffarie: la componente Asos che raccoglie il gettito tariffario finalizzato al finanziamento delle fonti rinnovabili, incluse le agevolazioni per le imprese energivore e per alcune tipologie di imprese non energivore, e la componente Arim che raccoglie altre tipologie di oneri.
Il peso degli oneri di incentivazione delle fonti rinnovabili è in gran parte legato agli effetti dei vecchi cicli di incentivazione, varati nel primo decennio degli anni Duemila con una durata di 20 anni, e in particolare ai conti energia per il fotovoltaico. All’epoca, il costo dei pannelli era molto superiore a oggi e per favorirne l’installazione si introdussero sussidi generosi del valore in alcuni casi di oltre 400 €/MWh per l’energia prodotta (in aggiunta al prezzo dell’energia stessa). Questo consentì di passare da meno di 500 MW installati nel 2008 a oltre 18 GW nel 2013, generando però un costo significativo che ancora adesso stiamo pagando ma che dopo il 2030 dovrebbe all’incirca dimezzarsi per poi azzerarsi.
Ma la domanda da porsi è questa: questi oneri devono essere messi in bolletta oppure a carico della fiscalità generale? In Francia, i costi per incentivare le rinnovabili non fanno parte della bolletta elettrica, mentre la Germania li ha spostati sul bilancio pubblico. Gli oneri di sistema pesano per 11 miliardi e non è pensabile che vengano tutti trasferiti sulla fiscalità.
In tempi recenti è stata avanzata una proposta per la graduale fiscalizzazione degli oneri, trasferendo sul bilancio pubblico quelli finalizzati al finanziamento del bonus sociale, ma purtroppo è rimasta lettera morta.