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il caso

La luna di miele tra Governo e Confindustria è finita? La tagliola sul piano Transizione 5.0 fa infuriare le imprese

Il decreto del governo riduce le risorse del 60% e chiude in anticipo lo sportello. L'associazione accusa Giorgetti: "Fiducia tradita, le regole non si cambiano a partita in corso"

28 Marzo 2026, 18:55

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La luna di miele tra Governo e Confindustria è finita? la tagliola sul piano Transizione 5.0 che fa infuriare le imprese

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Per migliaia di aziende italiane, il sogno del 27 novembre 2025 si è trasformato in un incubo. Davanti ai monitor, il portale del Gestore dei Servizi Energetici (GSE) ha restituito a molti un messaggio freddo e inequivocabile: “risorse non disponibili”. In una manciata di minuti, la leva fiscale è piombata nelle officine e negli uffici acquisti, mandando in frantumi business plan e costringendo gli imprenditori a rinegoziare intere commesse.

È l’effetto del decreto‑legge n. 175 del 21 novembre 2025, che ha riscritto le regole del Piano Transizione 5.0 e acceso uno scontro frontale tra Confindustria e il Ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti.

Al centro della tempesta c’è quello che le imprese definiscono un “cambio delle regole in corsa”. La scure del governo si è abbattuta innanzitutto sulle risorse: il plafond iniziale di 6,3 miliardi di euro è stato drasticamente ridotto a circa 2,5 miliardi a novembre, una sforbiciata superiore al 60%. A ciò si è sommata la chiusura anticipata dello sportello per le prenotazioni, ristretto a una finestra di soli venti giorni, tra il 7 e il 27 novembre.

Ma la vera doccia fredda per chi aveva già pianificato gli investimenti è arrivata con l’interpretazione autentica che vieta il cumulo, per i medesimi beni, tra il credito d’imposta Transizione 5.0 e quello del piano 4.0. La combinazione di queste misure ha ridotto il beneficio atteso fino al 65% in alcuni progetti, spingendo numerose realtà produttive a ripiegare sulla lista d’attesa del GSE.

La reazione di Viale dell’Astronomia è stata immediata e assai dura. Il presidente Emanuele Orsini ha invocato a gran voce una proroga almeno fino al 31 dicembre, accusando l’Esecutivo di imporre regole intermittenti che scaricano l’intero rischio regolatorio sulle spalle delle imprese. “Non si cambiano le regole a partita in corso”, ha tuonato Confindustria, chiedendo un orizzonte triennale per garantire una programmazione adeguata degli investimenti e delle filiere.

Dal canto suo, il ministro Giorgetti ha difeso le scelte del governo appellandosi ai vincoli della finanza pubblica e alle regole contabili di Eurostat: il credito 5.0, infatti, incide sul disavanzo in modo molto più concentrato e immediato rispetto al 4.0. A poco è servito il “mini‑rifinanziamento” da 250 milioni previsto dal decreto: per gli industriali la misura resta largamente insufficiente.

A complicare ulteriormente il quadro interviene la stretta sulle energie rinnovabili. Il provvedimento introduce paletti stringenti, premiando esclusivamente gli impianti fotovoltaici che adottano moduli ad alta efficienza prodotti nell’Unione Europea (iscritti al Registro ENEA), con maggiorazioni che possono arrivare fino al 150% della base di calcolo. Se l’obiettivo politico è rafforzare la filiera continentale, l’effetto collaterale è l’esclusione di tecnologie spesso più economiche e di sistemi come quelli a biomasse, estromettendo dai benefici le aziende che non riescono a sostenere i costi aggiuntivi.

E mentre l’Esecutivo mette sul tavolo alternative parziali, come il ritorno dell’iper‑ammortamento nella manovra 2026 e il Conto Termico 3.0, la frattura con il mondo produttivo resta profonda ed evidente.