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il caso

Il paradosso della folle guerra di Trump: gli iraniani sono gli unici a fare affari nel mare di guerra

Mentre il blocco azzera le esportazioni arabe e devasta l'Iraq, Teheran piazza 16 milioni di barili in Cina grazie alla sua inarrestabile "flotta ombra"

02 Aprile 2026, 08:09

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Il paradosso della folle guerra di Trump: gli iraniani sono gli unici a fare affari nel mare di guerra

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Il mercato energetico mondiale trattiene il fiato. A un mese dall’esplosione delle ostilità, iniziate il 28 febbraio 2026, lo Stretto di Hormuz, la principale arteria del commercio di idrocarburi, è sostanzialmente bloccato.

Quel corridoio vitale, da cui transitava circa un quarto del petrolio scambiato via mare e un quinto del gas naturale liquefatto, è oggi inaccessibile.

Le conseguenze sono dirompenti: a marzo le esportazioni dal Golfo Persico, escluso l’Iran, sono crollate del 99% rispetto a febbraio.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia non usa mezzi termini, definendo l’attuale situazione “la più grande minaccia alla sicurezza energetica della storia”.

I numeri raccontano una paralisi senza precedenti. Ogni giorno mancano all’appello circa 11 milioni di barili tra greggio e prodotti raffinati.

Un deficit determinato dall’impossibilità fisica di far transitare le petroliere nello stretto e dai forti tagli produttivi imposti dai Paesi esportatori per non saturare gli impianti di stoccaggio a terra.

Sul fronte del gas, l’impatto è ancora più drastico: il flusso di GNL attraverso Hormuz si è azzerato fin dal primo giorno del conflitto.

Il cuore della crisi è in Qatar: il maxi complesso di liquefazione di Ras Laffan ha subito gravi attacchi che ne hanno ridotto la capacità del 17%, con perdite giornaliere stimate fino a 300 milioni di metri cubi di GNL e tempi di riparazione che potrebbero arrivare a cinque anni.

Di fronte a questa emorragia di offerta, le quotazioni del greggio hanno superato la soglia simbolica dei 100 dollari al barile, innescando forti turbolenze sui mercati.

Per arginare l’onda d’urto su inflazione e crescita, i Paesi OCSE si sono mossi in coordinamento: l’IEA ha annunciato un rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche.

Mentre l’Occidente attinge alle scorte di emergenza, i Paesi arabi cercano di preservare la stabilità interna.

Il caso più critico è l’Iraq: con i terminal marittimi fermi, Baghdad ha tagliato la produzione nel sud di quasi l’80%, scesa a 800-900 mila barili al giorno, con rischi pesanti per il PIL e per la tenuta dei servizi pubblici.

L’Arabia Saudita, pur avendo ridotto l’output di 2 milioni di barili al giorno, spinge al massimo la East-West Pipeline per instradare il petrolio verso il Mar Rosso, lontano da Hormuz.

Gli Emirati Arabi Uniti tentano un analogo bypass convogliando volumi su Fujairah, affacciata sull’Oceano Indiano, ma le capacità alternative restano insufficienti a compensare il blocco del passaggio.

In questo quadro, emerge un clamoroso “paradosso iraniano”. Teheran, forte di anni di adattamento alle sanzioni grazie a flotte “ombra” e trasferimenti nave-su-nave, continua a esportare senza ostacoli.

Dall’inizio della crisi l’Iran ha spedito oltre 16 milioni di barili, destinati in gran parte alla Cina.

Mentre le potenze arabe fanno i conti con barili invenduti e infrastrutture strozzate, l’Iran prospera in un blocco che sembra giocare a suo favore: la sua eccezione è, di fatto, diventata l’unica vera normalità del Golfo.