Crisi
Bollette e carburanti, anche l'Italia, con altri quattro Paesi, rompe gli indugi: tassa sugli extraprofitti delle società energetiche
Una lettera firmata da cinque ministri delle Finanze riapre il cantiere più controverso della politica economica europea: chi guadagna dall’impennata di petrolio e gas deve contribuire a proteggere famiglie, imprese e conti pubblici
C’è un paradosso che l’Europa conosce bene, ma che ogni crisi energetica rende più visibile: mentre nelle stazioni di servizio il prezzo sale quasi in tempo reale e nelle bollette l’ansia si trasforma in costo, una parte dell’industria energetica vede crescere margini e profitti proprio grazie alla stessa instabilità che impoverisce il resto dell’economia. È su questo squilibrio che si innesta la nuova iniziativa partita da Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Austria: i ministri dell'Economia di questi cinque Paesi hanno chiesto formalmente alla Commissione europea di studiare e costruire una nuova tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, con l’obiettivo di redistribuire una quota dei guadagni eccezionali generati dall’impennata dei prezzi del carburante e delle materie prime energetiche legata alla guerra in Iran.
La richiesta è contenuta in una lettera congiunta datata venerdì 3 aprile 2026, firmata dai cinque ministri: Lars Klingbeil per la Germania, Giancarlo Giorgetti per l’Italia, Carlos Cuerpo per la Spagna, Joaquim Miranda Sarmento per il Portogallo e Markus Marterbauer per l’Austria. Nella sostanza, i firmatari chiedono a Bruxelles un “quadro giuridico solido” per tassare le rendite inattese del settore energetico, in modo da evitare che il costo della nuova crisi ricada soltanto sui consumatori e sui bilanci pubblici.
Il senso politico della mossa
La novità non è soltanto fiscale. È politica, e per certi versi simbolica. Mettere insieme Berlino, Roma, Madrid, Lisbona e Vienna su un tema così delicato significa tentare di spostare l’asse del dibattito europeo: non più soltanto aiuti d’emergenza, sconti temporanei o margini di flessibilità nazionale, ma una risposta comune che rimetta al centro il principio di solidarietà in una fase di shock geopolitico. Secondo quanto emerge dal testo visto da diverse testate internazionali, i ministri sostengono che una misura europea invierebbe un segnale chiaro ai cittadini: l’Unione europea sa agire in modo unitario e può chiedere un contributo aggiuntivo a chi beneficia economicamente delle conseguenze della guerra.
Non è un dettaglio lessicale. Parlare di “chi beneficia della guerra” significa attribuire alla tassa una funzione che va oltre la raccolta di gettito: c’è un elemento di legittimazione sociale e di tenuta politica. In altre parole, i governi sanno che, in una fase di prezzi alti e crescita fragile, spiegare ai contribuenti nuovi interventi di sostegno diventa più facile se una parte della copertura arriva da profitti percepiti come straordinari, e non da nuove imposte generalizzate o da altro debito. Questa è la vera posta in gioco.
Perché il dossier torna adesso
La nuova iniziativa arriva nel pieno di una fase di forte turbolenza sui mercati energetici europei, alimentata dal conflitto in Iran e dalle ricadute sulla sicurezza delle forniture e sui costi di trasporto. La stessa Commissione europea, il 23 marzo 2026, ha invitato gli Stati membri ad avviare in anticipo e in modo coordinato i preparativi per l’inverno, sottolineando che la volatilità dei mercati legata al conflitto mediorientale impone cautela già nella stagione di riempimento degli stoccaggi di gas.
Pochi giorni dopo, il quadro macroeconomico ha cominciato a riflettere lo shock. Secondo la stima flash di Eurostat, l’inflazione annua dell’area euro è salita al 2,5% a marzo 2026, dall’1,9% di febbraio. Ancora più rilevante il dato sulla componente energia: dopo il -3,1% di febbraio, a marzo il tasso è balzato al 4,9%, segnalando una brusca inversione che rende più difficile il percorso di raffreddamento dei prezzi nell’Eurozona.
Il tema, dunque, non è confinato al distributore. Il rincaro dell’energia si trasmette ai trasporti, alla logistica, ai costi industriali, ai prezzi alimentari e in definitiva alle aspettative di inflazione. Per un’Europa che negli ultimi mesi sembrava avviarsi verso una graduale normalizzazione, il rischio è tornare a un copione noto: famiglie più prudenti, imprese sotto pressione e governi chiamati a tamponare l’urto proprio mentre i margini fiscali restano stretti.
Il precedente del 2022 che torna al centro
La proposta dei cinque ministri non nasce nel vuoto. Si appoggia a un precedente preciso: il Regolamento UE 2022/1854, adottato durante la crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina. Quella normativa introdusse un contributo temporaneo di solidarietà sui profitti eccedenti delle imprese attive nei settori del petrolio, del gas, del carbone e della raffinazione. La regola di base era chiara: venivano considerati “surplus profits” gli utili del 2022 e/o del 2023 superiori di oltre il 20% rispetto alla media dei profitti imponibili del quadriennio 2018-2021, con un’aliquota minima del 33%.
Quel modello, pur tra differenze di applicazione nazionale e inevitabili contenziosi, ha fornito all’Europa una base tecnica e politica già sperimentata. La Commissione europea ha poi certificato che gli Stati membri, attraverso il contributo di solidarietà o misure nazionali equivalenti, avevano stimato introiti complessivi per circa 17,5 miliardi di euro. Non solo: un Flash Eurobarometer richiamato dalla stessa Commissione indicava un sostegno molto ampio a questo tipo di misure, con l’86% degli europei favorevole a strumenti capaci di proteggere consumatori e imprese dagli effetti immediati della volatilità dei prezzi energetici.
Ecco perché il richiamo al 2022 non è nostalgia regolatoria, ma un tentativo di dire: esiste già un’architettura europea da cui ripartire. La differenza, semmai, è che oggi il nodo non è più la dipendenza dal gas russo, bensì la vulnerabilità dell’Europa agli shock geopolitici che attraversano il Medio Oriente e i mercati globali di petrolio e gas.
La vera novità: tassare anche ciò che si guadagna fuori dall’Europa
Nel testo rilanciato dalla stampa spagnola e internazionale c’è un elemento particolarmente interessante, e potenzialmente esplosivo: i cinque governi chiedono a Bruxelles di valutare “se e come” includere nel nuovo prelievo anche i profitti realizzati all’estero dalle grandi multinazionali energetiche. È un passaggio che, se tradotto in proposta legislativa, cambierebbe il perimetro della discussione.
Perché è importante? Perché una parte rilevante dei grandi gruppi del settore opera su scala globale, e i guadagni straordinari legati alle tensioni internazionali possono maturare lungo catene societarie e geografie fiscali molto più ampie del solo mercato domestico. Se il nuovo strumento europeo restasse limitato ai profitti tassabili nello Stato membro, rischierebbe di perdere incisività proprio nei confronti degli operatori più grandi e integrati. Al contrario, l’idea di inseguire anche gli utili esteri prova a intercettare la dimensione reale del business energetico contemporaneo.
È però anche il terreno più accidentato: diritto tributario internazionale, competenze dell’Unione, rischio di doppia imposizione, definizione delle basi imponibili e possibile resistenza delle imprese rendono questo capitolo molto più complesso di quanto sembri. In altre parole, la lettera dei cinque apre un fronte ambizioso, ma non affatto semplice da tradurre in norma applicabile.
Le resistenze che Bruxelles dovrà affrontare
La proposta arriva in un momento in cui a Bruxelles il tema era già riaffiorato. Dopo l’Eurogruppo del 27 marzo 2026, il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis aveva riferito che alcuni ministri avevano evocato la possibilità di usare la tassazione degli extraprofitti per rispondere all’aumento dei prezzi energetici. Secondo ricostruzioni di stampa, Germania e Austria si erano già mostrate favorevoli, mentre la Commissione europea si era detta pronta a valutarne la fattibilità.
Ma tra il “valutare la fattibilità” e il varare un nuovo strumento europeo c’è di mezzo la politica. E la politica, su questo dossier, si muove lungo almeno tre linee di frizione.
La prima riguarda la definizione stessa di extraprofitti. Le aziende energetiche contestano spesso l’idea che i loro utili siano “immeritati” per definizione: ricordano di operare in mercati ciclici, ad alta intensità di capitale e con fasi di prezzi bassi che comprimono i margini. La seconda frizione riguarda l’effetto sugli investimenti: un prelievo eccessivo o percepito come imprevedibile, sostengono le imprese, potrebbe frenare investimenti in produzione, reti, raffinazione e transizione energetica. La terza è più strettamente istituzionale: non tutti i Paesi membri hanno la stessa sensibilità fiscale, né la stessa esposizione ai rincari o la stessa struttura industriale del settore energia.
Sono obiezioni note, ma non irrilevanti. Ed è probabile che, se la proposta andrà avanti, la Commissione tenterà di blindarla su tre caratteristiche: temporaneità, mirata applicazione settoriale e destinazione vincolata del gettito al sostegno di famiglie, imprese vulnerabili o investimenti per la sicurezza energetica.
Perché l’Italia si muove su questo terreno con un interesse particolare
Per l’Italia, il dossier ha una valenza doppia. Da un lato, il Paese conosce bene la materia: negli ultimi anni Roma ha già sperimentato forme di tassazione straordinaria sui maggiori profitti del comparto energetico, con risultati controversi sul piano applicativo ma con un forte impatto nel dibattito pubblico. Dall’altro lato, l’economia italiana resta particolarmente sensibile agli shock dell’energia: non solo per il costo dei carburanti e dei trasporti, ma per la struttura produttiva, composta da una vasta rete di imprese manifatturiere energivore e di filiere che risentono rapidamente delle oscillazioni dei costi.
C’è poi un aspetto di bilancio. In una fase in cui i governi europei devono conciliare sostegno all’economia, nuove spese strategiche e disciplina fiscale, un’imposta sugli extraprofitti appare come uno strumento politicamente più difendibile di un allargamento generalizzato del deficit. In sostanza, per Giancarlo Giorgetti aderire a questa iniziativa significa tenere insieme prudenza di bilancio e domanda sociale di protezione.
Lo shock energetico non è ancora un nuovo 2022, ma il rischio è visibile
Le istituzioni europee evitano per ora di parlare di replica automatica della crisi del 2022, ma i segnali di allerta sono numerosi. L’AP, citando il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen, ha riferito che i prezzi di petrolio e gas in Europa potrebbero non tornare rapidamente alla normalità neppure in caso di pace imminente, proprio perché gli effetti sulle catene di approvvigionamento, sulla navigazione e sulle aspettative dei mercati tendono a protrarsi oltre l’evento geopolitico che li ha scatenati.
Questa valutazione è decisiva per capire il tempismo della lettera dei cinque. Se i governi credessero in uno shock breve e reversibile nel giro di pochi giorni, probabilmente si limiterebbero a monitorare la situazione. Il fatto che tornino a discutere di fiscalità straordinaria indica invece una preoccupazione più profonda: che il conflitto stia producendo un effetto persistente sui prezzi dell’energia e quindi sulla tenuta economica e sociale dell’Unione.
Che cosa può succedere adesso
Nel breve periodo, la mossa di Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Austria non equivale ancora a una nuova tassa europea. Per arrivare a quel punto servono almeno tre passaggi: una valutazione tecnica della Commissione europea; una proposta che chiarisca base imponibile, durata, aliquota e destinazione del gettito; infine un negoziato politico con gli Stati membri, dove non è affatto scontato che si formi una maggioranza ampia e coesa.
Eppure il segnale è già forte. Perché questa lettera rimette al centro una questione di fondo che le crisi energetiche portano sempre con sé: come distribuire il costo degli shock esterni in economie aperte e fortemente dipendenti dai mercati globali. Se l’Europa sceglie di non intervenire, il peso ricade soprattutto su consumatori, imprese e finanze pubbliche. Se decide di intervenire, deve però dimostrare di saper costruire una tassa efficace, giuridicamente robusta e compatibile con gli investimenti di cui il sistema energetico europeo ha ancora disperatamente bisogno.
Il vero banco di prova, dunque, non sarà soltanto fiscale. Sarà di credibilità. Dopo aver sperimentato nel 2022 un contributo di solidarietà nato in piena emergenza, l’Unione europea deve capire se quell’esperienza era un’eccezione irripetibile o l’inizio di un principio nuovo: in tempi di shock energetico, gli utili straordinari non possono restare un fatto privato, perché le loro conseguenze sociali sono profondamente pubbliche.