tasse e balzelli
Stangata silenziosa e che non ti aspetti sui conti correnti
Il bollo per le imprese sale a 118 euro: perché chi ha più conti rischia di pagare una fortuna per l'organizzazione, mentre le famiglie si salvano
C’è un paradosso fiscale che fotografa bene l’epoca in cui viviamo: si può disporre di un conto quasi privo di fondi, con liquidità limitata, e versare comunque le stesse imposte di chi muove capitali milionari.
È la logica sottesa alla modifica introdotta dal decreto-legge n. 38, in vigore dal 28 marzo 2026, che innalza l’imposta di bollo annua da 100 a 118 euro per i soggetti diversi dalle persone fisiche.
In apparenza si tratta di un aggiustamento di 18 euro. In realtà, l’onere è strutturale e rischia di gravare soprattutto sulle piccole e medie realtà.
Il punto chiave è il meccanismo applicativo: per le persone giuridiche l’importo è fisso e colpisce ciascun rapporto rendicontato, indipendentemente dalla giacenza media.
Così un condominio, uno studio associato o una microimpresa che, per ragioni organizzative o contabili, mantengano tre conti separati, non pagheranno 118 euro complessivi, ma subiranno il prelievo su ogni singolo rapporto.
Di fatto, a essere tassata non è la ricchezza depositata, bensì la “segmentazione amministrativa” e l’esistenza stessa del conto.
Mentre le aziende devono fare i conti con il rincaro, famiglie e risparmiatori privati restano esclusi dall’aumento. Per le persone fisiche, infatti, il bollo sui conti correnti rimane a 34,20 euro l’anno e scatta soltanto se la giacenza media supera i 5.000 euro; al di sotto di tale soglia, non è dovuto alcun importo.
A tutela dei nuclei più vulnerabili, la Banca d’Italia ricorda inoltre il “conto di base”, privo di spese e di bollo per i clienti con ISEE inferiore a 7.500 euro.
Il bollo rappresenta una voce particolarmente rigida in un contesto in cui mantenere un conto costa in media 101,1 euro l’anno per i conti tradizionali e 30,6 euro per quelli online. A differenza dei canoni o delle commissioni, che gli istituti possono azzerare con offerte commerciali, questa è un’imposta ineludibile che la banca addebita automaticamente in base alla periodicità della rendicontazione e riversa poi all’Erario.
Se per i privati è sufficiente monitorare le spese ed evitare allarmismi, per le imprese il nuovo quadro impone una riflessione strategica. Diventa cruciale “tagliare i rami secchi”: verificare duplicazioni non necessarie e chiudere i rapporti superflui, così da neutralizzare l’effetto cumulativo del rincaro.