English Version Translated by Ai
8 aprile 2026 - Aggiornato alle 17:04
×

CARBURANTI

Il petrolio crolla, ma al distributore siciliano si paga ancora la guerra: ecco perché

Per quanto riguarda il gasolio, l'Isola è tra le regioni più care d'Italia: ecco i meccanismi che regolano i prezzi

08 Aprile 2026, 13:02

16:41

Carburanti, la discesa più lenta del sollievo: perché alla pompa i prezzi restano alti anche quando il petrolio frena

Seguici su

Il tabellone luminoso della stazione di servizio non mente mai. Mentre i trader festeggiano la tregua tra Washington e Teheran e il Brent torna a respirare, il prezzo alla pompa fa l'esatto contrario: sale.

Mercoledì 8 aprile 2026. Secondo i dati dell'Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy, la benzina self service tocca 1,789 euro al litro sulla rete stradale nazionale — ieri era a 1,782. Il gasolio schizza a 2,178 euro, da 2,143 di martedì. In autostrada si va peggio: benzina a 1,825, diesel a 2,191. In Sicilia il quadro è più pesante. Il gasolio self raggiunge 2,190 euro al litro — un balzo di 4,9 centesimi rispetto alla vigilia — e spinge l'isola tra le regioni più care d'Italia. La benzina segna 1,811, in rialzo di quasi un centesimo. Per famiglie, pendolari e lavoratori in una regione dove l'auto non è un lusso ma un mezzo di sopravvivenza, sono numeri che bruciano.

La causa prima è nota: la guerra in Iran e le tensioni sullo stretto di Hormuz hanno proiettato il Brent oltre i 100 dollari al barile, con picchi vicini a 119,50 dollari a inizio marzo. Il mercato ha incorporato un massiccio premio di rischio geopolitico e la pompa ha fatto quel che le riesce meglio: adeguarsi in 24-72 ore. Ora che il petrolio scende — dopo l'annuncio di tregua il Brent ha ceduto circa il 13%, tornando nell'area dei 94-95 dollari — ci si aspetterebbe il percorso inverso. E invece no.

Razzi e piume

Il meccanismo ha un nome: «Rockets and Feathers». I prezzi salgono come razzi, scendono come piume. Non è un'immagine poetica, è la descrizione di un sistema. Il carburante che entra oggi nei serbatoi è stato acquistato, raffinato e distribuito giorni o settimane fa, quando il greggio costava di più. Prima che arrivi benzina «a prezzo nuovo», la rete deve smaltire le scorte «a prezzo vecchio». Poi ci sono le accise — ridotte ma non abbastanza —, l'IVA, i margini di raffinazione, i costi logistici. Il prezzo finale è il risultato di una filiera lunga, non di un indice finanziario.

Il gasolio soffre di più

Il diesel soffre più della benzina per una ragione precisa: l'Italia importa una quota significativa del gasolio che consuma, e una parte rilevante del greggio proviene dal Golfo Persico. Quando le rotte si inceppano — assicurazioni marittime alle stelle, navi bloccate, tempi di consegna dilatati — il diesel subisce un doppio colpo: sale la materia prima e si restringe il mercato del prodotto finito importato. Non è un dettaglio tecnico: è esattamente quello che sta succedendo in questi giorni.

Sulla riapertura dello stretto di Hormuz, diverse analisi avvertono che il ritorno alla normalità logistica non sarà né rapido né automatico. Un annuncio politico non normalizza i flussi commerciali marittimi dall'oggi al domani. E nel frattempo, lungo la filiera petrolifera, l'asimmetria nei prezzi genera extra-profitti stimabili tra 3 e 7 miliardi di euro l'anno — utili per le imprese, costi per tutti gli altri.

Se la tregua reggerà e la logistica si normalizzerà, il ribasso alla pompa arriverà. Ma con settimane di ritardo e con intensità inferiore rispetto al calo del greggio. Se il cessate il fuoco dovesse incrinarsi, la correzione si fermerà ben prima di diventare sensibile per le famiglie. Intanto, al distributore, si paga oggi il petrolio di ieri.