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8 aprile 2026 - Aggiornato alle 20:45
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Governo

Sì del Senato al decreto bollette: 115 euro alle famiglie del bonus sociale, stretta sul telemarketing e proroga del carbone

Il via libera tra aiuti immediati e scelte energetiche controverse

08 Aprile 2026, 18:13

18:20

Decreto bollette, tra aiuti immediati e carbone fino al 2038: che cosa cambia davvero per famiglie, imprese e transizione energetica

Un provvedimento che alleggerisce alcune bollette oggi, ma riapre una domanda scomoda sul domani: quanto costa all’Italia rimandare ancora l’uscita dal carbone?

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Via libera dell’Aula del Senato, con la fiducia, al decreto bollette. Il testo, in seconda lettura a Palazzo Madama, è legge. I sì sono stati 102, i no 64 e gli astenuti sono stati 2.

E c’è un paradosso che attraversa tutto il nuovo decreto bollette: mentre lo Stato prova a scontare qualche decina di euro a chi fatica a pagare luce e gas, rimette contemporaneamente in calendario una delle fonti più costose sul piano climatico e politico, il carbone, spingendone l’uscita fino al 2038. È la fotografia di un Paese che, di fronte alla pressione dei prezzi energetici, continua a muoversi su due binari: da una parte il soccorso ai consumatori più fragili, dall’altra la prudenza — o, secondo i critici, il rinvio — sulle scelte strutturali della transizione. Il provvedimento, nato come decreto-legge n. 21 del 20 febbraio 2026 ed entrato in vigore il 21 febbraio 2026, è stato costruito per ridurre il costo dell’energia per famiglie e imprese e per introdurre alcune correzioni al mercato elettrico e del gas.

Il cuore più visibile della misura è il sostegno alle famiglie economicamente vulnerabili. Per il 2026, il testo prevede un contributo straordinario di 115 euro destinato ai titolari del bonus sociale elettrico. Non si tratta di un beneficio da richiedere con una nuova domanda: ARERA ha già definito le modalità operative e ha chiarito che l’erogazione avverrà automaticamente, in un’unica soluzione, direttamente nella prima bolletta utile. Il contributo spetta ai clienti domestici che risultavano già beneficiari del bonus sociale elettrico al 21 febbraio 2026, data di entrata in vigore del decreto. Il costo stimato della misura è di 315 milioni di euro per il 2026, con trasferimento delle risorse alla CSEA, la Cassa per i servizi energetici e ambientali.

Chi prende il bonus e quanto vale davvero in bolletta

Per capire la portata reale del provvedimento bisogna distinguere tra il bonus straordinario e il bonus ordinario. Il contributo da 115 euro si aggiunge infatti al bonus sociale elettrico già esistente. Secondo i valori pubblicati da ARERA, il bonus ordinario per il 2026 vale 146 euro l’anno per i nuclei da 1-2 componenti, 186,15 euro per quelli da 3-4 componenti e 204,40 euro per le famiglie con più di 4 componenti. Questo significa che, per chi è già nel perimetro della tutela, il beneficio complessivo può superare i 260 euro annui e arrivare vicino o oltre i 300 euro, a seconda della composizione familiare. È una cifra che non annulla il peso delle bollette, ma che per molte famiglie vulnerabili può fare la differenza tra una rata sostenibile e una morosità in arrivo.

Restano però stringenti i criteri di accesso. Dal 1° gennaio 2026, la soglia ISEE per ottenere automaticamente i bonus sociali è stata aggiornata da 9.530 a 9.796 euro, mentre resta ferma a 20.000 euro per i nuclei con almeno 4 figli a carico. Anche in questo caso la procedura è automatica: basta presentare la DSU all’INPS per ottenere l’attestazione ISEE, senza inoltrare istanze separate ai fornitori. Per le forniture elettriche, il contratto deve essere per uso domestico, attivo — o anche temporaneamente sospeso per morosità — e intestato a uno dei componenti del nucleo familiare. È un dettaglio tecnico, ma decisivo: molte esclusioni nascono ancora da intestazioni errate o da situazioni contrattuali non allineate con il nucleo ISEE.

Il decreto prova inoltre ad allargare, almeno in parte, la platea dei sostegni. Accanto al contributo straordinario per i percettori del bonus sociale, il testo prevede un contributo volontario che i venditori di energia elettrica possono riconoscere nel 2026 e nel 2027 ai clienti domestici non titolari del bonus sociale ma con ISEE annuo non superiore a 25.000 euro. La misura non è finanziata direttamente dallo Stato: è rimessa alla scelta degli operatori, che in cambio ottengono un’attestazione utilizzabile anche a fini commerciali. È un impianto che ha il pregio di allargare teoricamente il raggio d’azione, ma che lascia aperto un interrogativo: quanto sarà davvero uniforme, e quanto dipenderà dalle strategie di marketing delle singole aziende?

Il capitolo più controverso: il carbone resta sul tavolo fino al 2038

Se il bonus da 115 euro è la parte socialmente più leggibile del decreto, il rinvio della dismissione delle centrali a carbone è quella politicamente più pesante. Nel passaggio parlamentare è stata introdotta la proroga al 31 dicembre 2038 della graduale uscita dal carbone nella produzione elettrica, spostando molto più avanti la scadenza che il PNIEC e gli impegni assunti dall’Italia avevano fissato per il 2025, con un percorso differenziato per la Sardegna fino al 2028. È questo il punto che più di ogni altro segna una torsione del provvedimento: da decreto contro il caro-energia a testo che interviene anche sulla strategia energetica nazionale di lungo periodo.

Il dato più sorprendente è che la proroga arriva mentre il peso del carbone nel sistema elettrico italiano si è già drasticamente ridotto. Terna ha certificato che nel 2025 il fabbisogno elettrico italiano è stato pari a 311,3 TWh e che le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda. Nello stesso bilancio annuale, la società guidata da Giuseppina Di Foggia segnala che la produzione termoelettrica da carbone si è ridotta di un ulteriore 13,5% rispetto all’anno precedente. In altre parole: il carbone non è più la spina dorsale del sistema, ma una risorsa residuale, già in arretramento per ragioni economiche e di mercato prima ancora che normative.

Secondo l’analisi di ECCO, a fine 2025 l’Italia disponeva di quattro centrali elettriche a carbone per circa 4,7 GW complessivi: 1,0 GW in Sardegna e circa 3,7 GW sul Continente, in particolare a Brindisi Sud e Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia. Ma proprio qui emerge la contraddizione: nel Continente la generazione si è quasi azzerata, con Brindisi ferma già dal 2024 e Civitavecchia senza produzione nel 2025; nel 2026, nei primi due mesi, la produzione a carbone è stata di appena 0,3 TWh, in calo del 32% sullo stesso periodo dell’anno precedente. La proroga, insomma, non rilancia davvero una fonte centrale per il sistema: conserva soprattutto una opzione di riserva, legata a logiche di sicurezza energetica e a scenari di emergenza.

Sicurezza energetica o rinvio della transizione?

I sostenitori della proroga leggono la norma come una clausola di prudenza. In una fase ancora segnata da volatilità internazionale, tensioni sul gas e fragilità geopolitiche, tenere disponibili gli impianti a carbone viene presentato come un’assicurazione contro crisi improvvise. È la logica che aveva già accompagnato, durante la crisi energetica del 2022, il ritorno temporaneo a una maggiore produzione da fossili. Ma nel 2026 lo scenario è diverso: la produzione da carbone è marginale, l’elettricità rinnovabile cresce, il fotovoltaico ha toccato nel 2025 il record di 44,3 TWh, e l’Italia ha installato 7.191 MW aggiuntivi di capacità rinnovabile in un solo anno. Tenere il carbone nel sistema fino al 2038 appare quindi meno una necessità immediata e più una scelta di cautela politica.

I critici parlano apertamente di segnale sbagliato. ECCO ricorda che l’Italia aveva assunto già nel 2017, con la Strategia energetica nazionale, l’obiettivo di uscire dal carbone entro il 2025; lo stesso indirizzo è stato confermato nel PNIEC, che prevedeva solo una tempistica più ampia per la Sardegna, subordinata al completamento del Tyrrhenian Link e di altre infrastrutture di rete. Prolungare ora l’orizzonte al 2038 significa entrare in attrito non solo con il piano nazionale, ma anche con gli impegni internazionali richiamati nel dibattito pubblico, compreso l’orientamento del G7 2024 verso un phase-out del carbone nella produzione elettrica entro il 2035. È qui che il decreto, da misura anti-caro, cambia natura: tocca la credibilità climatica del Paese.

Non solo bonus: imprese, mercato e stop al telemarketing aggressivo

Sarebbe però riduttivo leggere il decreto soltanto attraverso il binomio bonus-carbone. Nel testo ci sono anche misure rivolte alle imprese e al funzionamento del mercato. La relazione del Senato sottolinea, ad esempio, che il provvedimento punta a ridurre alcuni costi elettrici delle utenze non domestiche, a favorire strumenti di approvvigionamento di lungo termine e a intervenire su componenti tariffarie e incentivi che pesano sulla bolletta complessiva. Lo stesso decreto nasce formalmente come pacchetto per la riduzione del costo dell’energia elettrica e del gas, per la competitività delle imprese e per la decarbonizzazione industriale, non come semplice misura sociale.

Tra le novità più attese dai consumatori c’è poi la stretta sul telemarketing nei contratti energia. Durante l’esame alla Camera è stata introdotta una norma che vieta le telefonate commerciali non richieste per luce e gas: il primo contatto non potrà partire dal call center se manca una richiesta del cliente o un consenso specifico e documentato. I contratti conclusi in violazione di questo principio potranno essere colpiti da nullità, mentre il sistema di controlli coinvolgerà anche AGCOM e Garante Privacy. È una modifica meno appariscente del bonus, ma potenzialmente molto concreta nella vita quotidiana di milioni di utenti, esasperati da offerte opache, pressioni telefoniche e cambi di fornitore poco trasparenti.

Un altro intervento che merita attenzione riguarda il teleriscaldamento. Secondo quanto emerso nel passaggio parlamentare, anche le famiglie servite da reti di teleriscaldamento potranno accedere al bonus sociale in base all’ISEE, colmando una disparità che finora aveva lasciato fuori una quota non marginale di utenti. Sky TG24 ricorda che in Italia il teleriscaldamento serve circa 1,36 milioni di alloggi, equivalenti a oltre 2,5 milioni di cittadini. Non è una misura risolutiva, ma corregge un vuoto importante in una fase in cui la povertà energetica non riguarda più soltanto le case con la classica bolletta del gas.

Il nodo politico: sollievo immediato, strategia ancora incerta

Il punto, alla fine, è tutto qui. Il decreto offre un sollievo reale ma limitato: i 115 euro aggiuntivi, l’automatismo dell’erogazione, l’ampliamento dei sostegni, qualche argine alle pratiche commerciali scorrette. Per una parte delle famiglie sarà un aiuto utile, persino decisivo. Ma sullo sfondo resta irrisolta la questione più grande: l’Italia sta usando l’emergenza dei prezzi per proteggere la transizione oppure per rinviarla? I numeri di Terna raccontano un sistema elettrico in cui le rinnovabili avanzano, il fotovoltaico corre e il carbone arretra già per conto suo. Proprio per questo, la scelta di tenerlo formalmente disponibile fino al 2038 pesa più come messaggio che come contributo energetico effettivo.

Per i lettori, la bussola pratica è chiara. Chi rientra nei requisiti del bonus sociale elettrico non dovrà fare una nuova domanda per ottenere i 115 euro: la chiave resta la DSU presentata all’INPS e la corretta intestazione della fornitura. Chi invece non riceve il bonus ma ha un ISEE sotto i 25.000 euro dovrà monitorare le offerte dei venditori e i successivi provvedimenti applicativi di ARERA sul contributo volontario. Sul piano politico, invece, il decreto lascia un’eredità più complessa: alleggerisce il presente, ma rimanda ancora una volta il confronto più difficile su come mettere in sicurezza il sistema energetico senza restare aggrappati al passato.