English Version Translated by Ai
9 aprile 2026 - Aggiornato alle 13:05
×

PESCA

Tonno rosso, Trapani al centro della nuova partita del mare: più quote, filiera forte e un piano triennale che può cambiare il settore

Il vertice di domani 10 aprile 2026 non è solo un appuntamento tecnico: mette insieme politica, imprese e territori

09 Aprile 2026, 11:44

11:50

Tonno rosso, Trapani al centro della nuova partita del mare: più quote, filiera più forte e un piano triennale che può cambiare il settore

Seguici su

Nei porti siciliani il tonno rosso non è mai soltanto un pesce. È valore, tracciabilità, regole, mercato. E soprattutto è una materia prima che, quando cambia quota, cambia anche il destino di intere marinerie. Per questo l’incontro in programma a Trapani domani venerdì 10 aprile 2026 per la presentazione del Piano triennale 2026-2028 dedicato al tonno rosso va letto per ciò che realmente è: non una cerimonia, ma un passaggio decisivo per misurare se la crescita delle disponibilità potrà trasformarsi in sviluppo ordinato, reddito e investimenti lungo la filiera.

A rendere il momento particolarmente rilevante è il salto della quota nazionale italiana, salita a 6.182,61 tonnellate nel 2026, contro le 5.283 tonnellate dell’anno precedente: un incremento di circa 900 tonnellate, pari a quasi il 17%. È un aumento importante non solo sul piano quantitativo, ma anche politico ed economico, perché arriva dopo anni di gestione restrittiva e di forte disciplina del comparto, in un quadro costruito sulle decisioni internazionali dell’ICCAT e sulla loro traduzione operativa a livello nazionale da parte del Masaf.

Un appuntamento che mette Trapani al centro del Mediterraneo del tonno

Che la sede dell’incontro sia Trapani non è un dettaglio geografico. È una scelta profondamente simbolica e insieme concreta. La costa occidentale siciliana, con la memoria delle tonnare, dei porti di pesca e delle economie legate al mare, è uno dei luoghi in cui il tonno rosso resta più fortemente intrecciato alla storia produttiva locale. Attorno a questa specie non ruotano solo le catture, ma anche identità territoriali, lavoro specializzato, logistica portuale, ristorazione, turismo esperienziale e trasformazione industriale.

L’iniziativa vedrà la partecipazione di esponenti istituzionali e tecnici di primo piano, tra cui il sottosegretario Patrizio Giacomo La Pietra e la direttrice generale Graziella Romito, figure centrali nella definizione e nell’attuazione delle politiche nazionali per la pesca marittima e l’acquacoltura. La loro presenza segnala che il confronto non sarà limitato all’annuncio delle quote, ma riguarderà più in profondità i criteri di distribuzione, la governance del comparto e il modo in cui il nuovo impianto triennale potrà offrire stabilità agli operatori.

In questo contesto, la presenza di Legacoop Agroalimentare a Trapani assume un significato che va oltre la rappresentanza associativa. La cooperazione, infatti, prova a presidiare un passaggio delicato: evitare che più quota significhi soltanto più pressione competitiva e fare in modo che significhi invece più filiera, più programmazione e più valore redistribuito tra pesca, trasformazione e commercializzazione. È la stessa logica che negli ultimi mesi ha accompagnato il dibattito sulle nuove regole del settore, dal rafforzamento degli accordi di filiera alla maggiore centralità delle organizzazioni di produttori.

Qui si coglie uno degli aspetti più interessanti della nuova fase: il passaggio da una gestione prevalentemente annuale a una cornice triennale. Per gli armatori e per le imprese della filiera questo significa, almeno nelle intenzioni, una maggiore possibilità di pianificare investimenti, organizzazione del lavoro, relazioni commerciali e strategie di mercato. In un settore dove l’incertezza regolatoria pesa quasi quanto il prezzo del pescato, la programmazione pluriennale vale spesso più di un singolo aumento di contingente.

La quota cresce, ma la vera questione è come verrà usata

Il dato delle 6.182,61 tonnellate ha attirato comprensibilmente l’attenzione del settore. Ma per capire perché sia così importante occorre andare oltre il numero. Il nuovo assetto non definisce soltanto il volume complessivo disponibile per l’Italia: stabilisce anche le modalità di ripartizione tra i diversi sistemi di pesca e tra le singole imbarcazioni, incidendo direttamente sugli equilibri economici tra segmenti di flotta, territori e modelli produttivi.

Secondo le indicazioni emerse nei primi commenti al decreto, l’aumento delle quote dovrebbe consentire l’autorizzazione di un numero sensibilmente più ampio di imbarcazioni e l’incremento dei contingenti per molte di quelle già operative. Coldiretti Pesca ha parlato di una possibile apertura a un ulteriore 40% circa di barche autorizzate alla cattura e allo sbarco, mentre altre comunicazioni istituzionali hanno evidenziato la possibilità di allargare gli spazi anche per la piccola pesca costiera, in via sperimentale, con quote dedicate fino a 1,5 tonnellate per imbarcazione. Sono elementi che, se confermati nell’applicazione concreta, allargano il perimetro dei beneficiari e provano a contenere una storica concentrazione della risorsa.

È qui che la partita diventa delicata. Più quota non equivale automaticamente a più equilibrio. Dipenderà da come sarà governata la distribuzione, da quali criteri premieranno la continuità produttiva, l’adesione a filiere organizzate, la sostenibilità e la capacità di portare sul mercato un prodotto riconoscibile e legale. Per un comparto esposto da anni a tensioni tra rendita di posizione, trasferimenti di quota e concorrenza irregolare, il nodo non è soltanto pescare di più: è pescare meglio, vendere meglio e difendere il valore del pescato italiano.

Filiera, non solo cattura: il messaggio che arriva dal Masaf

Le linee di indirizzo già emerse nel 2025 aiutano a capire la direzione di marcia. Il Masaf, attraverso il sottosegretario Patrizio La Pietra, aveva sottolineato la volontà di rafforzare gli accordi di filiera, favorire l’aggregazione, limitare i comportamenti speculativi sul passaggio di quote e migliorare la commercializzazione del prodotto. Nello stesso solco si è mossa la valorizzazione del ruolo delle OP, con maggiore flessibilità nei trasferimenti interni alle organizzazioni di produttori e con strumenti pensati per mettere a fattor comune parte della disponibilità di quota.

Non è un cambio di dettaglio, ma di impostazione. Finché il tonno rosso resta letto solo come cattura, il vantaggio economico tende a concentrarsi in modo diseguale e a scaricarsi in tempi molto rapidi sul mercato del fresco. Quando invece viene inserito in una logica di filiera — selezione, tracciabilità, programmazione delle uscite, trasformazione, distribuzione — si apre la possibilità di trattenere più valore in Italia e nei territori costieri. Da questo punto di vista la cooperazione insiste da tempo su un modello in cui il pescato non venga semplicemente sbarcato e collocato, ma accompagnato in un percorso di valorizzazione più robusto.

L’incremento delle quote, inoltre, viene letto da molte organizzazioni come l’esito dei sacrifici compiuti dalle marinerie negli anni della ricostruzione dello stock. È un punto da non sottovalutare: il recupero del tonno rosso nel Mediterraneo non nasce da una deregulation improvvisa, ma da una lunga stagione di controllo delle catture, limiti rigidi e sorveglianza internazionale. Lo stesso WWF Italia ha ricordato che, grazie a una gestione rigorosa, la specie è passata in meno di vent’anni da una situazione prossima al collasso a livelli di abbondanza vicini ai massimi storici.

Tracciabilità e legalità: la sfida che vale quanto le tonnellate

Se c’è un punto sul quale il settore sembra convergere, è che la crescita delle quote dovrà procedere insieme al rafforzamento dei controlli. In un mercato di alto valore come quello del tonno rosso, il rischio che l’espansione della disponibilità apra spazi a opacità e concorrenza sleale è reale. Per questo una delle innovazioni più significative introdotte negli ultimi mesi è stata quella del “sigillo di garanzia”, obbligatorio per ogni esemplare sbarcato nell’ambito della pesca professionale.

Il meccanismo si innesta sul sistema internazionale del certificato elettronico di cattura (eBCD) e rende visibile il codice univoco lungo le fasi della commercializzazione. In termini molto concreti: più trasparenza per i controlli, maggiore tutela per il consumatore, minore spazio per il prodotto illegale che entra sul mercato come se fosse regolare. È un tassello essenziale, soprattutto in una fase in cui l’Italia punta ad ampliare l’accesso alla risorsa e a renderla economicamente più attrattiva anche per un numero più alto di operatori.

Per i lettori non addetti ai lavori può sembrare un passaggio burocratico. In realtà è uno dei punti che fanno la differenza tra una crescita solida e una crescita fragile. La filiera del tonno rosso vive infatti di reputazione oltre che di qualità: se il mercato percepisce incertezza su origine, legalità e rintracciabilità, il danno non si ferma al singolo lotto ma si riflette sull’intero comparto. La lotta alla pesca illegale, dunque, non è soltanto un dovere ambientale; è anche una politica industriale.