il caso
La parola "recessione" non è più un tabù: Giancarlo Giorgetti suono l'allarme
Crisi in Iran, rientro nel Patto di Stabilità e pressing per il riarmo stritolano l'Italia. Il disperato appello all'UE per allentare i vincoli ed evitare il collasso industriale
La parola che fino a ieri si evitava di pronunciare risuona ora nei palazzi della politica romana: “recessione”.
A chiamarla per nome è il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, delineando uno scenario in cui l’esecutivo si prepara a fronteggiare una vera tempesta perfetta.
Non è un allarme gratuito, ma la constatazione amara che un nuovo e improvviso shock energetico potrebbe comprimere drasticamente consumi, produzione manifatturiera e margini aziendali.
Per questo Roma ha rivolto a Bruxelles un appello pressante: serve maggiore flessibilità, altrimenti il rischio è quello di affondare.
Il Paese è stretto in una morsa a tre ganasce.
Primo: la crescita stenta. La Banca d’Italia prevede per il 2025 un Pil in aumento appena dello 0,5%, con un recupero allo 0,9% nel 2026. Un sentiero esile, esposto a scosse geopolitiche come quelle innescate dalla guerra in Iran, in grado di far impennare di nuovo i prezzi dell’energia.
Secondo: è tornata la disciplina di bilancio europea. Archiviata la parentesi pandemica, il Patto di stabilità è di nuovo operativo e, con un debito atteso al 137,7% del Pil nel 2025 e una procedura per disavanzo eccessivo avviata nel 2024, i margini di manovra per l’Italia sono ridottissimi.
Terzo: l’urgenza di incrementare le spese per la Difesa, chiamate a salire al 2,01% del Pil nel 2025 per rispettare gli impegni NATO.
Come tenere insieme sostegni a famiglie e imprese contro il caro-energia, riarmo in un contesto internazionale instabile e conti pubblici in ordine? È questo il rebus che impegna il governo Meloni.
La richiesta rivolta all’Unione Europea è netta: scorporare, o almeno trattare con maggiore indulgenza, le spese emergenziali e quelle considerate strategiche.
Bruxelles ha già messo sul tavolo l’attivazione di clausole di salvaguardia nazionali per la Difesa e strumenti come il SAFE per concedere prestiti destinati agli investimenti militari, ma la strada per Roma resta in salita.
A differenza di quindici Stati membri già destinatari di deroghe, l’Italia non figura ancora tra i Paesi cui questa elasticità è stata accordata.
Il rischio politico ed economico per l’esecutivo, in tale contesto, tocca il massimo. In assenza di una solida sponda europea, il governo potrebbe trovarsi davanti a un bivio lacerante: rispettare alla lettera le richieste di NATO e Ue sacrificando sanità e welfare, oppure sforare i saldi di finanza pubblica per difendere il potere d’acquisto dei cittadini e la tenuta del tessuto produttivo.
L’allarme “recessione” lanciato da Giorgetti è dunque un messaggio politico indirizzato a Bruxelles e ai mercati: di fronte a minacce globali eccezionali, la normalità dei vincoli non basta. Se dovesse prevalere l’intransigenza, quella parola cesserebbe di essere un monito e diventerebbe l’avvio di una stagione di dolorosi sacrifici.