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IL CASO

Nella vicina Malta il diesel costa 1,21 euro: come fa l'Isola dei Cavalieri a tenere bassi i prezzi dei carburanti

Dietro il pieno più economico dell’Unione non c’è un miracolo, ma una scelta politica costosa, fragile e difficile da replicare altrove

20 Aprile 2026, 21:58

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Nella vicina Malta il diesel costa 1,21 euro: come fa l'Isola dei Cavalieri a tenere bassi i prezzi dei carburanti

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Alle pompe di benzina di Malta il contrasto è quasi brutale. Mentre in gran parte d’Europa il diesel è tornato a essere un termometro dell’ansia geopolitica e nella vicina Sicilia ha ampiamente superato i 2 euro al litro, sull’arcipelago il tabellone resta fermo a 1,21 euro al litro. Non è soltanto un prezzo basso: è un’anomalia nel cuore del mercato unico. Nelle stesse settimane in cui il diesel nell’Unione europea viaggiava in media oltre i 2 euro al litro, e in Francia superava i 2,18 euro nella rilevazione di fine marzo, Malta continuava a offrire il pieno più conveniente del continente. Non per effetto di una particolare abbondanza di petrolio, né per virtù di mercato: il prezzo è il risultato diretto di una decisione pubblica.

Il cuore del modello maltese è semplice da descrivere e molto meno semplice da sostenere nel tempo: tasse minime sui carburanti e una robusta rete di sussidi energetici finanziati dal bilancio statale. Secondo i dati raccolti sulla fiscalità energetica europea, Malta applica sul diesel l’accisa minima consentita dalle regole UE, pari a 0,33 euro al litro, con un’IVA del 18%; è una combinazione che la colloca stabilmente tra i Paesi con il prelievo più leggero sui carburanti. La cornice normativa resta quella fissata dalla Direttiva europea sulla tassazione dell’energia, che impone soglie minime comuni ma lascia agli Stati margini politici importanti su come usarle.

Il prezzo basso non è un regalo del mercato

Qui sta il punto che spesso sfugge nel dibattito pubblico: Malta non “resiste” ai rincari perché sia meno esposta degli altri, ma perché ha scelto di assorbirli. In altre parole, il conto non sparisce: viene spostato dal distributore al bilancio pubblico. Il premier Robert Abela ha dichiarato a marzo che, senza gli interventi del governo, la benzina costerebbe circa 38 centesimi in più al litro e il diesel addirittura 45 centesimi in più. Tradotto: il vantaggio per famiglie e imprese esiste, ma è comprato dallo Stato ogni settimana, con un trasferimento implicito che sterilizza la volatilità internazionale.

Il ministro delle Finanze Clyde Caruana ha quantificato questa scelta in circa 150 milioni di euro l’anno di sussidi energetici nel 2026, con la disponibilità ad aumentare la cifra fino ad almeno 400 milioni se le tensioni internazionali dovessero riaccendere ulteriormente i prezzi. Non è un dettaglio contabile: per un’economia piccola come quella maltese si tratta di un impegno considerevole, tanto più significativo perché arriva dopo gli anni dell’emergenza energetica apertasi nel 2022. Nel discorso di bilancio per il 2025, lo stesso Caruana ha ricordato che il costo delle misure di contenimento dei prezzi energetici aveva raggiunto circa 350 milioni di euro nel solo 2022, per poi ridursi di oltre la metà.

Perché Malta può permetterselo, almeno per ora

La risposta breve è: perché l’economia, finora, ha retto. La Commissione europea, nel Country Report 2025, osserva che l’economia maltese ha continuato a crescere con slancio, con un PIL reale aumentato del 6,0% nel 2024 e una previsione del 4,1% nel 2025 e del 4,0% nel 2026. Nello stesso documento, Bruxelles nota che i prezzi dell’energia dovrebbero restare stabili proprio perché le autorità maltesi hanno confermato il mantenimento dei sussidi, mentre il disavanzo pubblico è visto in calo dal 3,7% del PIL nel 2024 al 3,2% nel 2025 e al 2,8% nel 2026. È questo spazio fiscale, più che una qualche formula segreta, ad aver consentito al governo di congelare il caro-energia senza entrare — almeno per ora — in una traiettoria apertamente insostenibile.

Il governo maltese rivendica apertamente questa linea. Nel bilancio 2025 ha annunciato il finanziamento, per il quarto anno consecutivo, di sussidi su energia, carburanti, cereali e mangimi, sostenendo che il costo delle crisi internazionali non dovesse essere scaricato sui cittadini. Sul piano politico è una posizione forte, facilmente comprensibile e immediatamente popolare: stabilità dei prezzi, minore pressione sull’inflazione, minori scossoni per imprese e famiglie. Sul piano economico, tuttavia, comporta una scelta precisa: rinviare almeno in parte il segnale di prezzo che, in condizioni normali, dovrebbe incentivare efficienza, risparmio energetico e sostituzione dei consumi fossili.

Il vantaggio per i consumatori è reale

Per gli automobilisti e per una parte importante del tessuto produttivo maltese, il beneficio è tangibile. I dati più recenti disponibili mostrano un diesel a 1,21 euro e la benzina a 1,34 euro al litro, livelli che collocano Malta ai vertici europei per convenienza. Il confronto con la Francia è eloquente: a fine marzo il diesel francese risultava a 2,189 euro al litro, cioè quasi 1 euro in più rispetto al livello maltese; e già a metà marzo il prezzo medio francese del diesel era oltre i 2,03 euro, con numerose stazioni sopra quota 2,10. Per chi guida ogni giorno, per i trasportatori, per il turismo e per molti servizi locali, una differenza del genere non è statistica: è costo vivo, margine, reddito disponibile.

Non sorprende, allora, che il tema dei carburanti sia diventato a Malta anche un simbolo politico. In un’isola dove i collegamenti, la logistica e i movimenti quotidiani dipendono in modo strutturale dai trasporti, il prezzo del pieno pesa più che altrove nella percezione del costo della vita. Ed è su questo terreno che il governo di Robert Abela ha costruito una parte della propria narrativa: non soltanto protezione sociale, ma anche difesa della competitività nazionale. L’argomento è lineare: se il Paese è piccolo, insulare e vulnerabile agli shock esterni, allora la stabilizzazione dell’energia diventa una forma di politica economica generale. È una lettura plausibile, anche se non priva di costi collaterali.

Il rovescio della medaglia: il segnale verde che si attenua

Ed è qui che si apre la parte meno comoda del racconto. La Commissione europea è esplicita: i sussidi ai combustibili fossili in Malta distorcono i prezzi e rappresentano un disincentivo a investire di più nelle rinnovabili, nell’efficienza e nella decarbonizzazione. Lo stesso rapporto osserva che nel 2024 le rinnovabili coprivano appena il 17% del mix elettrico maltese, contro una media europea intorno al 47%; un altro dato di Eurostat segnala che, nella sola elettricità, la quota rinnovabile maltese era al 10,7% nel 2024, fra le più basse dell’UE. In sostanza, il modello della protezione immediata dei consumatori rischia di rallentare la transizione energetica se viene protratto troppo a lungo senza una strategia d’uscita.

Questo non significa che Malta sia immobile sul fronte energetico. Anzi, il governo sta spingendo su alcune infrastrutture chiave: il secondo interconnettore elettrico con la Sicilia, lungo 122 chilometri e previsto per il completamento nel 2026, dovrebbe rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento e aumentare la capacità di integrazione con la rete europea. Parallelamente, le autorità maltesi hanno legato la strategia climatica a sistemi di battery storage, a una maggiore diffusione del fotovoltaico e, in prospettiva, a progetti offshore. Il punto, semmai, è la coesistenza di due linee politiche che procedono insieme ma in tensione reciproca: da un lato investimenti nella transizione, dall’altro prezzi finali artificialmente compressi sui combustibili fossili.